Medicina integrata

Nasce l’iIntergruppo parlamentare per la lotta al cancro

HealthDesk - Ven, 11/18/2022 - 12:19
L'iniziativa

Lotta ai tumori a 360 gradi, dalla prevenzione primaria a quella secondaria; sostegno alla ricerca e alla disponibilità dei farmaci innovativi; snellimento delle procedure per mettere a disposizione dei pazienti, nel più breve tempo possibile, nuove molecole una volta approvate dall’Ente regolatorio europeo (Ema); ritorno alla vita dopo la malattia; lotta alle disparità regionali; disponibilità di fondi adeguati contro le neoplasie.

Sono i principali obiettivi dell’Intergruppo parlamentare “Oncologia: Prevenzione ricerca e innovazione”, il primo della XIX Legislatura dedicato a ogni aspetto della lotta al cancro, che si è costituito il 18 novembre.

Ogni anno, in Italia, vengono diagnosticati circa 377 mila nuovi casi di tumore e 30 mila neoplasie del sangue. È dimostrato che il 40% dei casi di cancro e il 50% delle morti oncologiche possono essere evitati agendo su fattori di rischio prevenibili, in particolare sugli stili di vita: niente fumo, una dieta corretta e attività fisica costante. Nel nostro Paese, però, il 31,5% della popolazione non pratica alcuna attività sportiva, il 32,5% è in sovrappeso e il 10,4% è obeso. Nonostante ciò, in Italia il 65% delle donne e il 59% degli uomini sono vivi a cinque anni. Ma la pandemia ha causato ritardi nell’assistenza.

«Lo scopo dell’Intergruppo parlamentare – spiega Tilde Minasi, promotrice dell’Intergruppo - è favorire, anche mediante interventi normativi, una nuova sensibilizzazione e attenzione verso gli stili di vita, gli screening e la disponibilità delle migliori terapie, a vantaggio dei cittadini, dei pazienti oncologici, delle associazioni e delle Società scientifiche, che saranno coinvolte nelle attività dell’Intergruppo».

Tra le finalità dell'Intergruppo vi sono anche la promozione e il sostegno delle iniziative legislative e sociali, aggiunge Minasi, «che focalizzino l’attenzione sugli aspetti di primaria importanza in oncologia, quali quelli che riguardano il settore sanitario, demografico, infrastrutturale e terziario. Vanno considerati anche i problemi concreti che pazienti e famigliari devono affrontare, dalla perdita della produttività alle difficoltà di reinserimento nel mondo del lavoro». L’Intergruppo «vedrà l’adesione di un numero sempre maggiore di senatori e deputati di tutti gli schieramenti – prevede infine la senatrice – perché la lotta al cancro riguarda ciascuno di noi».

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Dalle Associazioni un piano d’azione per una sanità a misura di pazienti

HealthDesk - Ven, 11/18/2022 - 12:16
Il Progetto

Le Associazioni di pazienti «devono essere inserite fra gli autori delle politiche sanitarie e coinvolte nella definizione degli obiettivi, dei percorsi di presa in carico, degli strumenti con cui realizzarli e degli indicatori con cui valutarli». A chiederlo sono 50 sigle di realtà associative nel documento Azioni e proposte per una sanità a misura di paziente, presentato giovedì 17 novembre a Roma nel corso dell’evento PATH – Join our future.

Il documento è il risultato dell'impegno corale avviato lo scorso giugno con due giorni di lavori che hanno visto confrontarsi oltre 60 delegati di Associazioni di pazienti di diverse aree sui temi di co-creazione, territorio, efficacia dei servizi, telemedicina, evidence generation e data privacy.

In sintesi, l'articolato Piano presentato propone la definizione a livello nazionale dei requisiti e delle condizioni minime di partecipazione delle Associazioni nelle fasi di programmazione e di verifica di attuazione delle politiche sanitarie; l'istituzione di un comitato delle Associazioni di pazienti e di un Gruppo di lavoro "Buone pratiche" nell’ambito dell'Agenas, l'Agenzia per i servizi sanitari regionali; programmi formativi di telemedicina per gli operatori sanitari; registri di patologia più ampi e implementazione del Fascicolo sanitario elettronico; la valutazione di efficienza e qualità dei servizi di telemedicina a garanzia dei Livelli essenziali di assistenza (Lea).

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Presenta la sesta edizione del Premio letterario #afiancodelcoraggio

HealthDesk - Ven, 11/18/2022 - 12:13
Il Premio

Padri, partner, amici, fratelli o figli, uomini che vivono al fianco di donne che affrontano una malattia e sono testimoni del loro coraggio e della loro forza. Sono loro le storie di #afiancodelcoraggio, Premio letterario nato con l’intento di dare sostegno e valore ai caregiver maschili che accompagnano una donna nel percorso di cura.

La sesta edizione del concorso, ideato e promosso da Roche, è dedicata alle donne che convivono con una malattia oncologica e onco-ematologica ed è stata presentata a Roma giovedì 17 novembre.

In occasione dell’evento, al quale è intervenuto tra gli altri il ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, è stato anche presentato in anteprima “Un bagaglio leggero”, lo spot tratto dal racconto vincitore di #afiancodelcoraggio 2021-2022, che andrà in onda sulle reti Mediaset e nei circuiti cinematografici che partecipano all’iniziativa (Circuito Cinema, Massimo Ferrero Cinemas e The Space).

La nuova edizione continuerà a dare voce agli uomini che si prendono cura di una donna con tumore, invitati a condividere la loro storia attraverso il sito web www.afiancodelcoraggio.it entro il 15 marzo 2023. La Giuria farà una preselezione delle dieci storie semifinaliste. Dal 12 aprile al 12 maggio 2023, accedendo al sito, il pubblico potrà esprimere la propria preferenza attribuendo un like a una storia. I tre racconti che avranno raccolto il maggior numero di like saranno nuovamente al centro del project work nell’ambito del corso di scrittura per giovani sceneggiatori “Creare Storie” a cura di Anica Academy ETS, partner del progetto, che avrà l’obiettivo di sviluppare altrettanti soggetti, valutati dalla Giuria per individuare quello destinato a diventare un cortometraggio/spot.

#afiancodelcoraggio «è un Premio giovane che fin dagli esordi ha avuto l'ambizione di voler cambiare la lente attraverso cui guardare all'esperienza della malattia – spiega Maurizio de Cicco, presidente e amministratore delegato di Roche Italia – raccogliendo il punto di vista inusuale di uomini, papà, compagni, mariti, figli, amici che sono a fianco del coraggio di donne con malattia oncologica. In un contesto mutato e reso ancora più drammatico dai grandi eventi che ci colpiscono, dare voce a storie di speranza e di sorprendente normalità, a sentimenti profondi e quotidiani come la gioia, la paura, il dolore, la rabbia, diventa una responsabilità sociale verso quella che è la nostra storia collettiva come comunità. Nell'anno in cui ricorrono i nostri 125 anni di attività in Italia essere parte integrante di questi racconti di vita ci inorgoglisce e ci offre lo sprone per fare sempre meglio».

«Anno dopo anno il Premio #afiancodelcoraggio si consolida come iniziativa di altissimo valore sociale e umano: non solo concentra l’attenzione sugli uomini che assistono con coraggio una donna durante il difficile percorso di cura, ma porta anche alla luce lo scenario spesso invisibile in cui si muove chi affronta una malattia, in questo caso migliaia di pazienti oncologici e le persone a loro vicine» sottolinea Gianni Letta, presidente della Giuria.

Per Francesco Rutelli, presidente Anica Academy ETS, «è motivo di grande soddisfazione il rinnovo della nostra partnership con #afiancodelcoraggio. È prezioso poter sostenere attraverso il linguaggio cinematografico il valore dei caregiver, ovvero di tutti coloro che accompagnano i malati oncologici nel difficile percorso di cura. Anica Academy ETS condivide in pieno questi valori legati allo sviluppo della persona umana e del bene comune e vuole continuare ad arricchire così la sua esperienza formativa delle professioni del cinema e dell’audiovisivo».

Affrontare una diagnosi di cancro in famiglia «è come intraprendere un viaggio» dice Elisabetta Iannelli, segretario generale della Favo, componente della Giuria della quinta edizione. «Un viaggio a volte lungo, sempre faticoso, doloroso – prosegue - ma anche pieno di speranza quando, ad affrontarlo, il malato non è da solo ma insieme ai propri cari, alla propria famiglia e in particolare quando ad ammalarsi è un figlio o una figlia in tenera età. La VI edizione del progetto #afiancodelcoraggio di Roche ci ricorda ancora una volta il ruolo prezioso ed insostituibile del caregiver che vive anche una sofferenza personale nell’assistere, a volte vivendo una dolorosa sensazione di impotenza, e sostenere la persona cara».

Il progetto è «in assoluta sintonia con la missione e gli obiettivi di Ail che da più di 50 anni è costantemente a fianco dei pazienti ematologici e dei loro familiari» assicura Emanuela Zocaro, responsabile dell'Ufficio Stampa Ail nazionale e portavoce della presidenza, anche lei componente della Giuria della quinta edizione. «Sappiamo bene – aggiunge - quanto sia importante per un paziente colpito da un tumore avere accanto una persona cara che l’accompagni nel lungo e faticoso percorso di cura che in molti casi, come accade per alcune forme di tumore del sangue, si cronicizza».

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Cancro, linfociti Crispr attaccano i tumori in modo mirato

HealthDesk - Ven, 11/18/2022 - 05:45


Testata registrata presso il Tribunale di Roma, n. 53/2014

© Mad Owl srl 2022
via Nostra Signora di Lourdes, 41   00167 Roma (RM) ,  P.IVA 12244171000

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Cancro, linfociti Crispr attaccano i tumori in modo mirato

HealthDesk - Gio, 11/17/2022 - 21:38


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Dalle associazioni un manifesto per l’eliminazione del cancro della cercive uterina 

HealthDesk - Gio, 11/17/2022 - 15:52
Il Manifesto

Sconfiggere il cancro della cervice uterina. L’Italia potrebbe riuscirci per prima  tra i Paesi europei grazie ad adeguati interventi su screening, vaccinazione e trattamento. È il traguardo prefissato dalle associazioni che oggi hanno rilanciato il Manifesto per l’eliminazione dei tumori HPV-correlati, un appello rivolto alle istituzioni affinché siano conseguiti al più presto gli obiettivi già definiti a livello internazionale ed europeo.

La Fondazione Umberto Veronesi, la Federazione Italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia, Fondazione IncontraDonna, CittadinanzAttiva, ThinkYoung, Consiglio Nazionale dei Giovani, la Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori e ACTO – Alleanza Contro il Tumore Ovarico hanno scelto di aggiornare il Manifesto realizzato il 4 marzo 2021 e presentarlo al governo proprio oggi, 17 novembre, Giornata mondiale per l’eliminazione del cancro della cervice uterina.

L’OMS stima che ogni anno, in Europa, a oltre 66mila donne viene diagnosticato il cancro cervicale. Nella sola Italia, quasi 5mila casi di tumore ogni anno sono attribuiti a infezioni croniche di ceppi oncogeni dell’HPV, mentre il tasso di sopravvivenza a 5 anni per il tumore cervicale rimane stabile intorno al 68per cento, valore troppo basso se si considera che si tratta di patologie facilmente prevenibili.

A livello europeo, la Commissione Europea ha predisposto un piano di intervento dedicato al nostro continente proprio per l’eliminazione dei tumori correlati al Papillomavirus. Lo Europe’s Beating Cancer Plan, infatti, intende supportare gli stati membri dell’UE nelle strategie vaccinali di ragazze e ragazzi, al fine di arrivare a una copertura del 90 per cento e consentire al 90 per cento della popolazione target l’accesso agli screening oncologici.

«Due anni dopo la call to action dell’OMS e a seguito dell’impatto che la pandemia di Covid-19 ha avuto sulle attività di prevenzione oncologica è ora imprescindibile fare dell’Italia il primo Paese europeo a sconfiggere i tumori HPV correlati, prevedendo azioni e tempi definiti in linea con la strategia internazionale», dicono i sottoscrittori del Manifesto. 

In Italia gli screening e le vaccinazioni non sono riuscite a tornare ai livelli pre-pandemia. 

I dati del Ministero della Salute, aggiornati al 31 dicembre 2021, indicano che le undicenni vaccinate con ciclo completo erano il 32,22 per cento, contro il 41,6% del 2019, mentre i dati peggiorano ulteriormente se si considera la popolazione maschile, dove solo il 26,75 per cento degli undicenni è stato immunizzato nel 2021, a fronte del 32,25% del 2019. La copertura per ciclo completo nella coorte delle quindicenni – utilizzata dall’OMS come riferimento nelle sue statistiche – si attesta invece intorno al 70,55 per cento.

Alla luce di questi dati, le associazioni si rivolgono direttamente all’esecutivo: «Come già sta avvenendo in altri Paesi, occorre un intervento del governo italiano affinché si possa proseguire con forza e sollecitudine verso gli obiettivi nazionali e internazionali questa è una battaglia di salute pubblica per un traguardo oggi raggiungibile: eliminare i tumori causati da papillomavirus», sostengono i firmatari del Manifesto.

 

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Cancro, verso terapie ultra-personalizzate. Cellule immunitarie modificate con l’editing genetico Crispr attaccano i tumori in modo mirato

HealthDesk - Gio, 11/17/2022 - 13:26
Il trial clinico 41124064215_2984b6abeb_h.jpg Immagine: NIH Image Gallery / Flickr Il risultati della piccola sperimentazione sono positivi a metà, ma indicano una strada possibile peUn piccolo trial clinico su 16 persone con tumori solidi mette alla prova la più complessa terapia mai sperimentata finora. I linfociti T dei singoli pazienti vengono modificati geneticamente usando Crispr per colpire i bersagli specifici dei singoli tumori e poi sono reinfusi nel sangue

Non esitano a definirla “la più complicata terapia antitumorale di sempre”. Ma gli autori di uno studio su Nature che l’hanno proposta come nuova strategia nella lotta al cancro sono convinti che nei prossimi anni la procedura diventerà più accessibile arrivando a segnare una nuova svolta nella terapia dei tumori.  I ricercatori della University of California, Los Angeles, hanno pensato di utilizzare la tecnica di editing genetico Crispr per trasformare le cellule immunitarie dei pazienti in “armi” personalizzate da usare contro le specifiche proteine mutate dei singoli tumori. La tecnica, che consiste in sostanza in un perfezionamento delle terapie cellulari Car-T (efficaci solo nei tumori liquidi), è stata testata con un piccolo trial clinico che ha coinvolto 16 pazienti con tumori solidi, tra cui tumori del seno e del colon. 

La nuova procedura, per ora, richiede tempi troppo lunghi per poter essere presa in considerazione come alternativa ai trattamenti attualmente in uso. I ricercatori hanno infatti impiegato circa un anno per arrivare alla messa a punto della terapia personalizzata. Tra i primi obiettivi c’è quindi quello di velocizzare le fasi preparatorie.

Il lavoro inizia con il sequenziamento del Dna dei campioni di sangue e delle biopsie dei tumori per individuare le mutazioni specifiche dei tumori, presenti solo nelle cellule cancerose e non nel sangue. La stessa analisi deve essere ripetuta per ogni paziente (in questo caso è stata effettuata in tutti e 16 partecipanti alla sperimentazione). «Le mutazioni sono diverse per ogni tumore. E sebbene ci siano alcune mutazioni condivise, queste sono la minoranza», spiegano i ricercatori.

Ricorrendo agli algoritmi, gli scienziati sono stati in grado selezionare le  mutazioni con una maggiore probabilità di indurre una risposta dei linfociti T. 

«Se i linfociti T avvertono qualcosa che non sembra normale, lo uccidono. Ma nella pratica clinica vediamo che a un certo punto il sistema immunitario perde la battaglia e il tumore cresce», commenta Stephanie Mandl, principale autore dello studio. 

Dopo aver individuato le potenziali mutazioni bersaglio, il team californiano ha realizzato i recettori dei linfociti T capaci di riconoscere le mutazioni dei tumori. La fase successiva è stata la più complessa. I ricercatori hanno usato la tecnica di editing genetico Crispr per inserire nei linfociti presenti nei campioni di sangue di ogni partecipante i geni che codificano per gli specifici recettori. I linfociti T modificati sono stati infine infusi nei pazienti. Ciascuno dei 16 partecipanti ha ricevuto le cellule T ingegnerizzate con un massimo di tre diversi target. Un mese dopo il trattamento, il tumore aveva smesso di crescere in cinque dei partecipanti.  Solo due persone hanno manifestato effetti collaterali probabilmente dovuti all'attività delle cellule T modificate.

Il risultato del trial clinico può essere considerato positivo solo in parte, ma siamo solo all’inizio. Va specificato che i ricercatori hanno utilizzato dosi relativamente basse di cellule T per stabilire la sicurezza dell’approccio. «Dobbiamo solo colpire più forte la prossima volta» dicono gli scienziati.

Le cellule T ingegnerizzate, chiamate cellule CAR T, sono già in uso per il trattamento di alcuni tumori liquidi (del sangue e della linfa), ma non hanno trovato applicazione nei tumori solidi. Le cellule ingegnerizzate Car-T sono infatti efficaci solo contro una serie di proteine che si trovano sulla superficie dei tumori. Tali proteine sono presenti in molti tumori del sangue e della linfa, tanto che  non è necessario progettare nuovi recettori delle cellule T per ogni singolo paziente. Nei tumori solidi, al contrario, non si trovano le stesse proteine prese di mira dai linfociti Car-T e il trattamento deve essere ancora di più su misura, adattato ad ogni singolo paziente. 

Inoltre i tumori solidi sanno difendersi bene: hanno barriere fisiche che ostacolano l’ingresso delle cellule T  e sono in grado a volte di sopprimere anche le risposte immunitarie, sia rilasciando segnali chimici immunosoppressori sia utilizzando le risorse nutritive dell’ambiente circostante per alimentare la loro rapida crescita.

Il team californiano spera di poter affinare la tecnica di ingegnerizzazione dei linfociti T per renderli più efficaci nel riconoscere le mutazioni del cancro, ma anche più attivi nelle vicinanze del tumore.

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Nove priorità per combattere il cancro al polmone

HealthDesk - Gio, 11/17/2022 - 13:10
Il documento Policy brief.jpg © HealthDesk In un policy brief le richieste di un’alleanza tra medici, associazioni e istituzioni Creazione omogenea delle Lung Unit sul modello delle Breast Unit e l’utilizzo sistematico di test genetici e genomici. A chiederlo è un’alleanza tra società scientifiche, medici, associazioni e istituzioni tramite un Policy brief con 9 richieste per il diritto alla salute dei pazienti

Non a caso continua a essere definito “big killer”. Responsabile di circa 34mila morti all’anno in Italia, il tumore al polmone resta una delle patologie oncologiche più pericolose. Per visualizzare meglio il dato: è come se ogni anno dalla cartina geografica del nostro Paese sparisse una città come Gorizia, Aosta o Vibo Valentia. Le priorità e le urgenze nella lotta al tumore al polmone sono confluite nel Policy brief, elaborato da FB & Associati con il contributo non condizionante di Pfizer. Sono 9 i punti chiave individuati da associazioni di pazienti, clinici, società scientifiche e rappresentanti delle istituzioni europee, nazionali e territoriali nel corso del Tavolo di lavoro riunitosi a settembre 2022 a Roma, nell’ambito del progetto: “Il valore della medicina di precisione e dei test diagnostici nelle persone affette da tumore alla mammella e tumore al polmone”.

Nove priorità

1) Garantire uniformemente ad ogni paziente l’accesso alla diagnostica avanzata, inserendo i test NGS nei LEA e assicurando tariffe uniformi per i rimborsi alle regioni;

2) Allocare maggiori risorse al fondo nazionale per i NGS;

3) Abbreviare i tempi di accesso alle nuove terapie che penalizzano fortemente i malati oncologici (si stimano circa 2 anni per avere il trattamento disponibile);

4) Accelerare le procedure per ottenere i farmaci innovativi in attesa dell’autorizzazione da parte di AIFA;

5) Implementare laboratori di alta qualità, verosimilmente uno per Regione, che dispongano di tecnologie all’avanguardia e di personale specializzato, in grado di gestire l’esecuzione di analisi complesse;

6) Riorganizzare e riqualificare i Centri dedicati alla diagnostica molecolare per bilanciare il rapporto costi/benefici e garantire a tutti gli aventi diritto l’accesso;

7) Revisionare i codici di rimborso delle prestazioni proposte dai laboratori di anatomia patologica;

8) Informare e sensibilizzare i decisori istituzionali della sanità verso la creazione strutturata e strutturale in tutte le regioni delle Lung Unit sul modello organizzativo delle Breast Unit;

9) Informare la popolazione sui fattori cancerogeni per contribuire a ridurre il rischio di contrarre un tumore del polmone, tra cui lo stimolo alla disassuefazione dal fumo di sigaretta.

Una risposta per i tumori

Il Policy brief rientra in un progetto più ampio che ha già visto un percorso analogo per il tumore della mammella. L’obiettivo è individuare risposte scientifiche ed esperienze replicabili di pratica clinica sulle due patologie principali responsabili dell’incremento del numero di tumori nel nostro Paese, che condividono la stessa condizione: i due tipi di tumore, infatti, potrebbero entrambi trarre vantaggio dall’utilizzo delle risposte diagnostiche e terapeutiche già disponibili ma ancora utilizzate in maniera disomogenea nei diversi territori italiani.

Discrasia di trattamento e, quindi, disuguaglianze, difficoltà di accesso a tanti servizi ed eccessiva burocratizzazione: questa è, purtroppo, la fotografia della realtà presentata dalle associazioni che, direttamente o indirettamente, ascoltano le singole voci dei pazienti. Le risposte sono già disponibili e vanno applicate in maniera omogenea su tutto il territorio nazionale: istituzione delle Lung Unit sul modello delle Breast Unit (che hanno già mostrato la propria efficacia elevando significativamente la percentuale di sopravvivenza nelle donne con tumore alla mammella, ovvero di circa il 18%) e utilizzo sistematico dei test genetici e genomici per cure tempestive e di precisione.

Migliorare l’accesso alla diagnosi e ai trattamenti innovativi del tumore al polmone, valorizzare il ruolo della genomica per la salute pubblica, sostenere le nuove tecnologie, la ricerca e l’innovazione. Queste sono le strategie necessarie, si legge nel Policy brief, per garantire la sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale e dei costi sociosanitari connessi alle malattie oncologiche. Considerando che, anche in questo ambito, l’uso di vari tipi di profilazione genomica del tumore insieme ai test genetici stanno aprendo nuove prospettive nello studio e nella gestione della malattia, in accordo con il Piano Europeo di Lotta contro il Cancro.

«Abbiamo all’attivo o nell’immediato futuro 10 biomarcatori che andrebbero eseguiti di default garantendo così al 55/60% dei pazienti di poter beneficiare della medicina di precisione nella loro storia di malattia. Tuttavia, ancora oggi molti pazienti non vengono testati adeguatamente essendoci in tal senso anche differenze a livello regionale. È prioritario garantire a tutti i pazienti uguale accesso ai test e ai farmaci, assicurando, ove necessario, la delocalizzazione oncologica verso strutture di eccellenza per una diagnosi ed un trattamento uniforme sul territorio nazionale», ha dichiarato Silvia Novello, professore ordinario dell’Università di Torino e Presidente WALCE Onlus. 

È necessario quindi affiancare alla diagnosi istologica di tumore del polmone la ricerca delle alterazioni molecolari, specie in pazienti non fumatori, al fine di accedere a terapie a bersaglio molecolare che, se non ancora approvate o rimborsate, potrebbero essere disponibili nell’ambito di trial clinici o programmi di accesso allargato. Sarebbe peraltro auspicabile che una profilazione molecolare completa venga effettuata già alla diagnosi così da impostare la strategia terapeutica più adeguata. Andrebbe peraltro ripetuta nel caso si volessero individuare mutazioni di resistenza e/o nuovi target molecolari. Inoltre la biopsia liquida dovrebbe essere presa in considerazione specie quando la biopsia tissutale non fosse possibile o il campione risultasse inadeguato per la conduzione dei test di diagnostica molecolare.

«Stiamo facendo passi avanti sulla medicina di precisione. Nei tumori del polmone vi sono nuove opportunità terapeutiche per 41.000 pazienti l’anno. Eppure, non si riesce a garantire l’accesso alla diagnostica biomolecolare completa. Per chi come me tocca con mano ogni giorno quanto l’accesso ai test genetici e genomici e alle terapie mirate faccia la differenza nella traiettoria di cura di un paziente con tumore al polmone, ogni giorno perso nell’attivazione di percorsi di qualità verso centri di riferimento è un giorno sottratto alla speranza di successo nella lotta contro una delle peggiori forme di cancro, un vero big killer», spiega Gabriella Fontanini, professore ordinario di Anatomia patologica e Direttore del Centro clinico toracico dell’AOUP di Pisa. 

Negli ultimi anni abbiamo visto un cambiamento nelle opportunità offerte a livello diagnostico e terapeutico. «In tal senso l’associazione sta lavorando anche insieme ad altre organizzazioni per cercare di offrire nuove opportunità», ha sottolineato Stefania Vallone, segretario generale di WALCE.

Tanto la sostenibilità del servizio sanitario quanto la qualità di vita dei pazienti passano per l’omogeneità sul territorio delle risorse disponibili  la facilità e rapidità di accesso ai test molecolari. 

«L’impatto sulla qualità di vita dei pazienti è ormai un indicatore fondamentale al fine di mettere in commercio farmaci innovativi. Culturalmente stiamo facendo passi importanti da questo punto di vistaInoltre, vi è il bisogno di accelerare la tempestività di diagnostica che è tutt’altro che scontata. In molte realtà di Italia è stata a macchia di leopardo la velocità con cui sono stati resi disponibili i test molecolari», – sottolinea Massimo Di Maio, segretario nazionale dell’AIOM.

Tutto ciò, diventerà imperativo nei prossimi mesi, conclude il gruppo di lavoro nel Policy brief, quando verranno proposte le nuove basi dell’assistenza territoriale all’interno del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR). Solo puntando a un’integrazione fra oncologia e medicina di territorio e di famiglia si potrà avere un impatto positivo sulla qualità e quantità di vita del paziente e sui risultati attesi con le terapie.

«Occorre adottare tutte le soluzioni e le iniziative necessarie per rendere effettivo il diritto di ogni persona a essere curata con le migliori risorse diagnostico-terapeutiche a disposizione, a prescindere dal luogo di residenza, anche in considerazione della necessità di portare la cultura della prevenzione e della diagnosi precoce nella consapevolezza di tutti», ha dichiarato la senatrice Elisa Pirro, confermata in questa Legislatura.

Al progetto hanno aderito rappresentanti politici europei (l'onorevole Simona Baldassarre, Parlamento europeo), nazionali (le senatrici Elisa Pirro, Maria Rizzotti,  Fabiola Bologna, Paola Binetti) ed esponenti polici e tecnici regionali (Simona Tironi in Lombardia,  Enrico Sostegni in Toscana, l'assessore Alessio D’Amato nel Lazio, Ugo Trama in Campania, Stefano Campo e Vincenzo Adamo in Sicilia); rappresentanti delle Società scientifiche impegnate nell’ambito dell’oncologia (AIOM - Associazione Italiana di Oncologia Medica-, AIOT - Associazione Italiana Oncologia Toracica, ANISC - Associazione Nazionale Italiana Senologi Chirurghi, Fondazione AIOM, Senonetwork, SIAPeC - Società Italiana Anatomia Patologica);  opinion leaders delle due aree terapeutiche; rappresentanti di associazioni di pazienti (Europa Donna Italia, Komen Italia e WALCE Onlus) oltre a Cittadinanzattiva.

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Integratori, vantaggi dalle formulazioni che si sciolgono in bocca

HealthDesk - Gio, 11/17/2022 - 13:06
Il convegno

Una nuova formulazione in film orodispersibili permette agli integratori di dissolversi rapidamente a contatto con la saliva, senza bisogno di acqua, rispondendo in questo modo alle esigenze di tutti i consumatori, dai bambini alle persone anziane a chi ha problemi di deglutizione. La nuova tecnologia, frutto di una collaborazione tra IBSA Farmaceutici e l’Università degli studi di Milano dell’integrazione alimentare, è stata descritta nel convegnoFilmTec, a new way for an integrative care approach”. Costituita da un foglietto flessibile e ultrasottile della dimensione di un francobollo (50-150 micron di spessore), la nuova formulazione brevettata ha il vantaggio di dissolversi rapidamente a contatto con la saliva, assicurare una concentrazione precisa ed uniforme degli ingredienti attivi e facilitare l’assunzione degli integratori in qualsiasi circostanza e in diverse condizioni.

Tra gli integratori che possono beneficiare di questa nuova tecnologia c’è la vitamina D. 

«Nei Paesi dell’Unione europea, livelli insufficienti di Vitamina D si riscontrano in oltre il 50 per cento della popolazione, che è a rischio di patologie muscolo-scheletriche, tra cui osteoporosi e perdita di massa muscolare (sarcopenia). Sapendo che è molto difficile raggiungere il fabbisogno giornaliero raccomandato di vitamina D con una dieta sana, le società scientifiche di tutto il mondo raccomandano un'integrazione giornaliera di vitamina D in un ampio sottogruppo della popolazione anziana. Una dose di attacco può anche essere raccomandata se è necessario correggere rapidamente la carenza di vitamina D o in caso di condizioni concomitanti che ne impediscono l'assorbimento intestinale», spiega Jean-Yves Reginster del Dipartimento Epidemiologia, Salute Pubblica ed Economia Sanitaria, direttore del Centro OMS per l'epidemiologia della salute muscoloscheletrica e dell’invecchiamento dell'Università di Liegi in Belgio. 

Gli integratori in film orodispersibili possono essere assunti in maniera semplice veloce e pratica, senza bisogno di acqua, garantendo al tempo stesso un ottimo assorbimento degli ingredienti in essi contenuti. La tecnologia FilmTec, prodotta su scala industriale attraverso un processo innovativo e altamente tecnologico, è oggi alla base dello sviluppo di quattro diversi integratori in film orodispersibili IBSA: Vitamina D3, Vitamina B, Vitamina B12, Melatonina.

 

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Rapporto OASI 2022 del CERGAS Bocconi. Sanità: prevedibile un gap crescente tra risorse e bisogni

HealthDesk - Gio, 11/17/2022 - 12:51
Il Rapporto

Molti dei trend innescati dalla pandemia, dall’aumento della spesa pubblica in sanità all’assunzione di nuovo personale, si sono però già invertiti, o quantomeno hanno rallentato, avverte il Rapporto OASI 2022 (Osservatorio sulle Aziende e sul Sistema Sanitario Italiano) del CERGAS Bocconi, presentato questa mattina in università. «L’incidenza della spesa SSN sul PIL, al 7,2 per cento-7,3 per cento nel 2021, è prevista in discesa al 7 per cento nel 2022 e al 6 per cento nel 2025, mentre gli ingressi stabili di personale del 2020 sono stati in buona parte compensati dalle uscite per pensionamenti, dovuti all’elevata età media dei dipendenti del servizio sanitario nazionale», afferma Francesco Longo, responsabile scientifico del Rapporto. 

Il tasso di copertura dei bisogni dei pazienti non COVID, inoltre, è ulteriormente sceso con liste di attese ancora più lunghe sia per i ricoveri, sia per l’attività ambulatoriale. 

Alla luce dei dati di finanziamento, lo stesso PNRR, in sanità, non potrà che rappresentare un piano di riorganizzazione e riallocazione delle risorse, anziché un intervento di espansione e ammodernamento. Il piano prevede 20 miliardi di investimenti in sanità in 6 anni, dunque 3,3 miliardi all’anno, ovvero meno del 3 per cento dei 130 miliardi di spesa sanitaria corrente annua, chiarisce il Rapporto. 

«In definitiva, l’evoluzione demografica fa presagire un gap crescente tra risorse e bisogni e presenta problemi politicamente scomodi, perché qualsiasi risposta si voglia individuare, risulta poco consolatoria e quindi fisiologicamente impopolare», afferma il coordinatore del Rapporto, Alberto Ricci. 

Nel 2021 si sono registrati 7 neonati e 12 decessi per mille abitanti. Nel corso dell’anno il calo della popolazione italiana è stato di 253mila unità, spiegato solo in parte minore dai 59mila decessi causati dal COVID. La bassissima natalità (1,25 figli per donna: ne servirebbero 2,2 per tenere la popolazione stabile) e l’alta speranza di vita (82 anni) comportano un’incidenza degli anziani già al 24 per cento (14 milioni, di cui i non autosufficienti sono 3,9 milioni, 6,6% della popolazione). 

Di fronte a questo scenario, il PNRR prevede in larga misura la realizzazione di infrastrutture e l’acquisizione di tecnologie. «Nessuna indicazione è proposta in merito al service re-design, alla reingegnerizzazione dei processi professionali, allo sviluppo di nuove competenze professionali. A riempire queste caselle sono allora chiamati, senza che ciò venga esplicitamente dichiarato, le aziende sanitarie e i loro manager», conclude Longo. 

 

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I medici di famiglia: siamo pronti alla nuova ondata di Covid

HealthDesk - Ven, 10/21/2022 - 14:50
L’impegno

I medici di famiglia si stanno preparando alle nuove ondate di Covid, che avranno un minore impatto clinico ma non inferiore rilievo epidemiologico. Al ruolo dei medici di medicina generale in questo contesto è dedicato il webinar “COVID 19: uno sguardo indietro ed uno avanti. Nuovi modelli organizzativi per la gestione dei pazienti COVID 19”, prima tappa del progetto “We stand with public health: a call to action for infectious disease. The actual and the future vision”, organizzato da Regia Congressi con il patrocinio della Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie  (SIMG) e della Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali  (SIMIT), con il contributo non condizionante di Gilead Sciences. 

«Il medico di medicina generale in questa fase deve identificare i pazienti a cui somministrare il booster bivalente, con particolare attenzione all’opzione della co-somministrazione dei vaccini contro Covid e influenza; deve poi prescrivere gli antivirali in tempi brevi ai pazienti che ne hanno necessità; gestire il Long Covid, che colpisce più del 30 per cento dei pazienti», sottolinea Alessandro Rossi, responsabile SIMG Malattie Infettive.

Ma il medico di medicina generale può acquisire un ruolo determinante nella gestione di tutte le malattie infettive. È quanto emerso con il Covid-19, ma questa funzione riguarda anche HIV, epatite C ed epatite delta, patologie per cui oggi esistono trattamenti innovativi verso cui proprio il medico di famiglia può indirizzare il paziente. La SIMG sta fronteggiando queste nuove esigenze con diverse iniziative tra cui questo progetto di formazione. «La medicina di famiglia non potrà più essere la stessa di prima della pandemia, la quale ha segnato un punto di non ritorno. Prima ci occupavamo essenzialmente della cronicità, seguendo pazienti anziani e con comorbidità; oggi dobbiamo pensare a uno scenario di programmazione del lavoro che non sia occasionale ma sistematizzato. Tutto questo non lo possiamo fare da soli: servono una sensibilizzazione dei pazienti, una rete con gli specialisti, il supporto delle istituzioni. In questo percorso dovremo anche disegnare un nuovo modello di formazione, basato su una maggiore consapevolezza, strumenti concreti, capacità di intervento per una diagnosi precoce e un’immediata applicazione della terapia del caso»,  sottolinea  Claudio, presidente della Società Italiana di Medicina Generale

Categorie: Medicina integrata

Gli internisti: sfoltire le prescrizioni di farmaci

HealthDesk - Ven, 10/21/2022 - 12:19
Il congresso della Società Italiana di Medicina Interna

Ogni specialista prescrive il farmaco per la malattia di sua competenza. E così succede che una persona anziana affetta da più malattie contemporaneamente collezioni 5-6 medicinali da assumere quotidianamente. Avere una “regia’ centrale”, come quella offerta dal medico internista, mette al riparo i pazienti dai rischi di una “polifarmacia” troppo affollata. È una delle questioni sollevate al convegno della Società Italiana di Medicina Interna.   

«È necessario invertire questa tendenza e inaugurare l’era del “deprescribing”. Ma perché questo avvenga, dobbiamo aumentare la consapevolezza di pazienti e medici, in particolare quelli di famiglia e gli internisti, invitandoli, dopo un’anamnesi farmacologica accurata, a ‘sfoltire’ le prescrizioni a cominciare dai loro pazienti più anziani. L’eccessiva prescrizione di farmaci può determinare gravi interazioni farmacologiche e mettere a dura prova i reni e il fegato dei pazienti più anziani, e questo fenomeno sta cominciando ad emergere in tutta la sua gravità anche all’estero», ricorda Giorgio Sesti, presidente della Società Italiana di Medicina Interna. Nel 2016 la Simi ha lanciato  la campagna ChoosingWisely, sulla scorta di quanto stava accadendo negli Stati Uniti, in Canada e in moltissimi paesi europei, adottando lo slogan “less is more”.  «Il razionale di questo nuovo approccio culturale è di sensibilizzare medici e pazienti a ridurre esami e trattamenti che hanno dimostrato una scarsa utilità e quindi aumentare la sicurezza dei pazienti da una parte, riducendo gli sprechi dall’altra. La nostra Società è stata una delle prime ad attuare un progetto di ricerca multicentrico, per valutare gli effetti di un intervento educazionale sui medici volto a ridurre alcune pratiche di low-care ospedaliere, ottenendo risultati molto promettenti, pubblicati nel 2021 sull’European Journal of Internal Medicine», ricorda Nicola Montano, vicepresidente e presidente eletto della SIMI.

Il deprescribing, almeno concettualmente, poggia su basi molto solide. Adesso però i medici dovranno andare a scuola per imparare a sospendere le medicine ai loro assistiti, senza fare danni. «Si tratta di un importante cambio di paradigma che investe soprattutto la sfera della prevenzione primaria, dove dieta, attività fisica e smettere di fumare possono fare molto, senza necessità di medicalizzare un soggetto, che non è ancora paziente. Dobbiamo inoltre analizzare con attenzione tutte le prescrizioni fatte ai nostri pazienti, in particolare se anziani. Sarà facile accorgersi che molte possono essere eliminate; in un soggetto con un’aspettativa di vita limitata, alla dimissione dall’ospedale, sarebbe opportuno chiedersi quali sono le medicine realmente necessarie, eliminando tutte le altre. Riteniamo che su questo punto sia necessario organizzare una consensus che indichi la strada da seguire in questa direzione, per guidare l’operato dei medici con una serie di decisioni condivise, volte a migliorare l’appropriatezza prescrittiva», commenta Sesti.

Deprescribing significa anche rivedere periodicamente insieme al paziente (o ai suoi familiari) tutte le sue prescrizioni per eliminare quelle più a rischio (tipicamente benzodiazepine, antidepressivi, ‘supplementi’ vari, inibitori di pompa protonica, oppiacei, antinfiammatori non steroidei, e altri ancora) o non strettamente utili. 

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Il primo ritratto di famiglia dei Neanderthal. Il Dna conferma la parentela di un gruppo vissuto 50mila anni fa in una grotta della Siberia

HealthDesk - Ven, 10/21/2022 - 11:15
Lo studio  NeandertalFatherDaughter.jpeg Immagine: Tom Bjorklund / Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology Sequenziato il genoma di un’intera famiglia di Neanderthal, padre e figlia adolescente, due cugini, Un padre e una figlia adolescente, due cugini, forse una zia o una nonna. È stato sequenziato il genoma di 11 parenti stretti che vivevano nella cava di Chagyrskaya in Siberia. È un ritratto di famiglia senza precedenti con dettagli inediti. Le donne migravano più degli uomini. Lo studio su Nature

Fredda, buia, isolata. Non proprio la casa dei sogni. Ma per una famiglia di Neanderthal di 50mila anni fa, la grotta di Chagyrskaya nella Siberia meridionale è stata un rifugio ideale. Ci hanno vissuto in tanti strettamente imparentati tra loro. L’analisi genetica sui resti degli individui ha dimostrato la parentela. Per la prima volta un gruppo di scienziati internazionale guidato dal Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology è riuscito a sequenziare il genoma di una intera comunità di Neanderthal ricostruendo i legami di sangue tra i coinquilini della grotta e raddoppiando in un colpo solo il numero di genomi di Neanderthal finora disponibili. La famiglia, formata da 11 membri, potrebbe anche allargarsi in futuro. Gli scavi hanno portato alla luce solo un terzo della grotta e le analisi genetiche sono state effettuate  solo su un quarto dei resti rinvenuti. 

Per ora il gruppo di Chagyrskaya è composto da un padre e sua figlia adolescente e altri sette parenti più lontani, tra cui una possibile coppia di zio e nipote o cugini, tutti conviventi nella grotta a cui si aggiungono altri due individui “vicini di casa”. 

Situata sulle rive del fiume Charysh, ai piedi dei monti Altai, la cava di Chagyrskaya dista non più di 100 chilometri dalla celebre grotta di Denisova, la miniera d’oro della paleontologia dove si sono avvicendati per 30mila anni Neanderthal, Denisova e Sapiens. Ma non sembra che le comunità delle due grotte si siano mai incontrate. 

Dagli scavi di Chagyrskaya sono emersi solo resti di Neanderthal, datati tra 50mila e 60mila anni fa, ossa di animali e strumenti di pietra. I ricercatori hanno estratto il DNA da 17 resti umani (denti e ossa) di Chagyrskaya e da altri, conservati meno bene, rinvenuti nella grotta vicina, chiamata Okladnikov. I resti appartenevano a 13 individui di Neanderthal: 7 uomini e 6 donne, di cui 8 adulti e 5 bambini e giovani adolescenti. Dai denti e frammenti ossei ritrovati a Chagyrskaya (un’ottantina di frammenti), i ricercatori hanno ricostruito il genoma completo e parziali di 11 individui, il numero più alto in un singolo studio. Nel Dna mitocondriale sono state trovato diverse eteroplasmie condivise tra individui. Le eteroplasmie sono un tipo speciale di variante genetica che persiste solo per un piccolo numero di generazioni. Questo dato suggerisce che i Neanderthal nella grotta di Chagyrskaya siano vissuti e morti più o meno nello stesso periodo. «Il fatto che vivessero nello stesso momento è molto interessante. Ciò significa che probabilmente provenivano dalla stessa comunità sociale. Quindi, per la prima volta, possiamo usare la genetica per studiare l'organizzazione sociale di una comunità di Neanderthal», afferma Laurits Skov, primo autore di questo studio.

Inoltre, la diversità genetica estremamente bassa all'interno di questa comunità di Neanderthal, suggerisce che il gruppo fosse composto al massimo da 10 a 20 individui, un numero di gran lunga inferiore a quello osservato in qualunque comunità umana antica o moderna più simile alle dimensioni dei gruppi di specie in via di estinzione o sull'orlo dell’estinzione (come i gorilla di montagna). 

I ricercatori hanno anche scoperto che il Dna mitocondriale ereditato dalla madre aveva una diversità genetica maggiore rispetto a quello del cromosoma Y, che viene trasmesso lungo la linea maschile. Una circostanza che si verificherebbe se più della metà delle donne nelle piccole comunità fosse nata altrove. È probabile quindi che le donne si spostassero più degli uomini da una comunità all’altra creando nuovi nuclei famigliari. 

I risultati dell’analisi genetica hanno mostrato anche che i residenti di Chagyrskaya erano più strettamente imparentati con i Neanderthal che vivevano in Europa più o meno nello stesso periodo rispetto a quelli che avevano occupato la grotta di Denisova decine di migliaia di anni prima. I dati genetici vengono confermati anche dal materiale archeologico: gli strumenti in pietra della grotta Chagyrskaya sono molto simili a quelli utilizzati in Germania e in Europa orientale, suggerendo una affinità con i Neanderthal europei.  

I resti di animali trovati nelle grotte di Chagyrskaya e Okladnikov raccontano molto sullo stile di vita di chi le ha abitate. I Neanderthal cacciavano stambecchi, cavalli, bisonti e altri animali che periodicamente migravano attraverso le valli fluviali su cui si affacciano le grotte. Ma il ritratto di famiglia non è completato. Gli scienziati sperano ora di proseguire la ricostruzione dell’albero genalogico della comunità di Chagyrskaya. Manca ancora la madre dell'adolescente. «Probabilmente c'è anche lei», dice Skov.

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La peste e le malattie autoimmuni⎢ Lo strano legame tra acido folico e il rischio di suicidio

HealthDesk - Ven, 10/21/2022 - 05:45


Testata registrata presso il Tribunale di Roma, n. 53/2014

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via Nostra Signora di Lourdes, 41   00167 Roma (RM) ,  P.IVA 12244171000

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La peste e le malattie autoimmuni⎢ Lo strano legame tra acido folico e il rischio di suicidio

HealthDesk - Gio, 10/20/2022 - 21:48


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Terapie avanzate: trattamenti in crescita ma servono soluzioni innovative per finanziarle

HealthDesk - Gio, 10/20/2022 - 15:53
Il rapporto

Sono medicine basate su tessuti, cellule o geni, con un valore aggiunto elevato in termini di guarigione per il paziente, ma anche un alto tasso di rischio, che comporta diversi fallimenti, ritiri dal commercio e prezzi superiori a tutti gli altri farmaci. In genere ci si riferisce a loro con l'espressione 'terapie avanzate' o Advanced Therapies Medicinal Products (ATMP).Ad in Europa ne sono state approvate in totale 23, di cui 15 attive, 8 hanno ricevuto la rimborsabilità da AIFA, e 3 sono in corso di valutazione. La grande sfida che riguarda queste terapie caratterizzate da un alto valore clinico consiste nel conciliare l’accesso equo alle cure da parte dei pazienti con la sostenibilità del sistema.

È quanto viene sottolineato nell’ultimo rapporto ATMP FORUM che ha compiuto un aggiornamento dell’analisi pubblicata nel 2020, su un database di 13.903 studi presenti nel database degli studi clinici ClinicalTrials.org

A oggi sono 950 sperimentazioni su terapie classificate come ATMP. Le aree terapeutiche maggiormente rappresentate rimangono quella oncologica (31%), onco-ematologica (27%), oftalmologica, neurologica e neuromuscolare (entrambe al 6%), seguite dall’area ematologica (5%), cardiovascolare, ortopedica e traumatologica, immunologica e metabolica, ognuna al 4 per cento.

Per quanto riguarda l’ambito malattie rare, queste faticano ad attirare investimenti e dunque progetti di ricerca e sviluppo, infatti, vi è la tendenza da parte delle aziende di investire maggiormente nel campo oncologico dove il target di pazienti è più ampio. I piccoli numeri delle malattie rare mettono a rischio la sostenibilità delle terapie per le aziende produttrici.

«Le terapie avanzate rappresentano un chiaro esempio di come l’innovazione, specialmente se dirompente, debba essere considerata un investimento per il SSN. L’innovazione, infatti, offre soluzioni terapeutiche in grado di dare benefici sia per la salute sia in termini economici evitando così altri costi medici e sociali. L’industria farmaceutica in Italia continua a investire in ricerca per arrivare a cure sempre più efficaci per i pazienti. Ma sono necessarie condizioni in grado di attrarre investimenti e di dare un vero slancio all’ondata di innovazione a livello globale, soprattutto ora in un contesto internazionale altamente competitivo. Come avvenuto per i vaccini contro il covid, l’industria è pronta a fare la sua parte»,afferma Giuseppe Maduri, componente della Giunta di Farmindustria. 

Un ulteriore elemento di complessità delle ATMP è il disallineamento temporale tra costi – sostenuti tipicamente nel breve periodo data la natura “one-shot” di tali terapie – ed efficacia che può essere valutata in archi temporali più ampi, con conseguenti costi evitati, che potranno essere significativi ma disponibili solo successivamente all’approvvigionamento delle terapie, che invece vengono pagate nel breve.

«Uno dei temi più rilevanti quando si parla di terapie avanzate è quello della sostenibilità. Le ATMP pongono numerose sfide e il processo di ricerca, sviluppo e manifattura è molto complesso. Noi di AIFA ci siamo molto interrogati e abbiamo esplorato soluzioni in campo negoziale, cercando percorsi innovativi al fine di raggiungere nuove modalità di accordo. Tutto questo per favorire investimenti delle aziende in questo settore e nel nostro Paese e per riuscire a garantire ai pazienti italiani la disponibilità di terapie personalizzate, altamente efficaci ed elevati standard di qualità e sicurezza», ha dichiarato Barbara Bonamassa, dirigente sanitario - biologo, AIFA e membro alternate italiano del Comitato per le Terapie Avanzate (Committee for Advanced Therapies - CAT) dell'Ema. 

Il rapporto contiene anche quattro proposte per contribuire a migliorare la gestione delle ATMP. Si va dall'adozione di una modalità di definizione del prezzo per le terapie avanzate che consideri il loro effetto presunto nel lungo periodo, all'identificazione delle situazioni per le quali può essere utile riattivare accordi di rimborso condizionato che superino o integrino logiche di puro sconto sul prezzo. Dall'utilizzo dell'attività di Horizon Scanning come strumento per preparare l'individuazione dei centri di riferimento, valutare gli eventuali effetti organizzativi, stimare l'impatto economico al rafforzamento di programmi formativi finalizzati, tra gli altri aspetti, ad una corretta comunicazione.

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700 anni fa ci hanno salvato dalla peste. Quegli stessi geni oggi causano le malattie autoimmuni

HealthDesk - Gio, 10/20/2022 - 15:44
Lo studio  Black_death_XV.jpg Immagine: Unknown authorUnknown author, Public domain, via Wikimedia Commons La maggiore suscettibilità nei confronti del morbo di Crohn o dell’artrite reumatoide potrebbe derivUno studio su Nature ha dimostrato che la pressione selettiva della peste ha modellato l’evoluzione delle risposte immunitarie. I geni che un tempo hanno avuto un ruolo protettivo consentendo alle persone di sopravvivere alla peste oggi al contrario favoriscono le malattie autoimmuni

Non c’è stata pandemia peggiore nella storia dell’umanità: nelle aree più abitate del pianeta non si salvava più di una persona su due. La peste nera, l’infezione causata dal batterio Yersinia pestis, che ha decimato la popolazione di Africa, Asia ed Europa intorno alla metà del XIV secolo ha anche modellato la risposta immunitaria dell’umanità, esercitando una pressione selettiva sui geni con conseguenze giunte fino ancora oggi. La suscettibilità ad alcune malattie autoimmuni, come il morbo di Crohn o l’artrite reumatoide, dipende dagli stessi geni che 700 anni fa avevano permesso di sopravvivere alla peste che da “buoni” sono diventati “cattivi”.

È la tesi di un gruppo di ricercatori della McMaster University, University of Chicago e del Pasteur Institute che hanno analizzato il Dna delle vittime e dei sopravvissuti alla pandemia di peste, individuando le differenze genetiche chiave tra i due gruppi e scoprendo come quelle differenze abbiano plasmato il nostro sistema immunitario nei secoli successivi. 

Lo studio, pubblicato su Nature, si basa sull’analisi di oltre 500 campioni di Dna estratto dai resti degli individui morti prima che arrivasse la peste, oppure morti a causa della peste o sopravvissuti alla peste. 

I ricercatori hanno ricercato i segni dell’adattamento genetico alla peste finendo per identificare 4 geni sottoposti a pressione selettiva, tutti coinvolti  nella produzione di proteine che difendono il nostro sistema immunitario dai patogeni esterni. Le diverse “versioni” di quei geni, alleli, potevano proteggere dalla peste oppure favorire l’infezione. 

In particolare, gli individui con due copie identiche di un particolare gene, noto come ERAP2, sono sopravvissuti alla pandemia in percentuale molto più elevata rispetto alle persone con un set di copie opposto. Le copie “buone” hanno consentito alle cellule immunitarie di neutralizzare più efficacemente il batterio Yersinia pestis.

«Quando si verifica una pandemia di questa natura, che uccide dal 30 al 50 per cento della popolazione, è inevitabile che ci sia una selezione degli alleli protettivi negli esseri umani, vale a dire che le persone sensibili all'agente patogeno circolante soccomberanno. Anche un leggero vantaggio può fare la differenza e determinare chi sopravvive e chi no.  Naturalmente, i sopravvissuti in età riproduttiva trasmetteranno i loro geni alla prole», spiega Hendrik Poinar, principale autore dello studio.

Secondo le stime dei ricercatori le persone che possedevano la copia protettiva del gene ERAP2 avevano una probabilità di sopravvivere alla pesete dal 40 al 50 per cento superiore di chi aveva la copia “sbagliata”. 

Nel tempo però il sistema immunitario si è evoluto per rispondere in maniera mirata ai diversi patogeni e la situazione si è ribaltata.  Lo stesso gene che aveva un ruolo protettivo contro la peste nel Medioevo è oggi associato a una maggiore suscettibilità alle malattie autoimmuni. 

«Capire le dinamiche che hanno plasmato il sistema immunitario umano è la chiave per capire come le pandemie passate, tra cui la peste, abbiano contribuito alla nostra suscettibilità alle malattie nei tempi moderni», afferma Poinar.

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Sclerosi multipla, disponibile nuovo farmaco orale

HealthDesk - Gio, 10/20/2022 - 15:41
Farmaci

Janssen ha annunciato la rimborsabilità anche in Italia di ponesimod in pazienti adulti affetti da forme di sclerosi multipla recidivante-remittente. Il farmaco ha ricevuto nel maggio 2021 da EMA l’indicazione per il trattamento delle forme recidivanti di sclerosi multipla con malattia attiva definita sulla base di caratteristiche cliniche o radiologiche, che comprendono le forme recidivante-remittente e secondaria progressiva attiva.

«È importante avere a disposizione una nuova molecola come ponesimod per il trattamento della sclerosi multipla recidivante», spiega Carlo Pozzilli coordinatore in Italia degli studi di fase II e III sulla molecola. «Ponesimod ha dimostrato efficacia clinica e radiologica nel corso di un robusto studio di fase 3, il primo che ha confrontato 2 disease modifying therapies orali, condotto rispetto a teriflunomide, un altro farmaco orale in uso per la terapia della sclerosi multipla. Inoltre, le sue caratteristiche farmacologiche garantiscono una maggiore velocità di eliminazione e rapidità nella reversibilità dei suoi effetti sui livelli dei linfociti, che permettono un rapido ritorno alla normale funzione del sistema immunitario. Questo costituisce un vantaggio considerevole nel garantire una maggiore flessibilità nella gestione del trattamento, nel caso i pazienti dovessero ad esempio ricevere vaccini, o affrontare potenziali infezioni o iniziare una gravidanza. Situazioni non così rare come si potrebbe pensare».

«È molto importante che la ricerca di nuove soluzioni per il trattamento della sclerosi multipla prosegua per poter offrire ai medici ulteriori terapie efficaci per la gestione e il controllo della patologia e alle persone che ne sono colpite la possibilità di vedere la propria qualità di vita in continuo miglioramento», commenta Marina Adami, Therapeutic Area Medical Manager Janssen. «Per questo motivo, siamo orgogliosi di poter annunciare l’arrivo in Italia di ponesimod».

«La sclerosi multipla è una patologia neurodegenerativa autoimmune cronica, causata da una reazione anomala delle difese immunitarie che attaccano alcuni componenti del sistema nervoso centrale, non riconosciuti dall’organismo come self», spiega Claudio Gasperini, direttore UC di Neurologia e Neurofisiopatologia San Camillo-Forlanini e coordinatore del Gruppo SIN per la sclerosi multipla. «È caratterizzata dalla perdita di mielina, la sostanza che riveste le fibre nervose, in diverse aree del sistema nervoso centrale, prevalentemente nei nervi ottici, cervelletto e midollo spinale. In una fase iniziale infiammatoria, il processo di demielinizzazione provoca lesioni (placche), che possono però evolvere a una fase cronica, in cui assumono caratteristiche simili a cicatrici».

«La sclerosi multipla è una patologia che colpisce prevalentemente i giovani nella fascia d’età più produttiva, sia dal punto di vista lavorativo che sociale e personale Per questo motivo, la ricerca e l’innovazione sono fondamentali per individuare trattamenti sempre più mirati ed efficaci, al fine di attenuare i sintomi legati alla malattia e garantire standard qualitativi di vita ottimali anche a coloro che ne sono colpiti», sottolinea Francesco Vacca, Presidente dell’Associazione Italiana Sclerosi Multipla.

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Covid: nuovi dati confermano l’efficacia 
di molnupiravir

HealthDesk - Gio, 10/20/2022 - 15:33
Gli studi

Migliora il decorso della malattia, abbassa la quantità di carica virale di Sars-Cov-2, riduce le ospedalizzazioni e la mortalità nella popolazione anziana. È quanto è in grado di fare molnupiravir, il farmaco antivirale di MSD, secondo i risultati di due studi real-world, Panoramic e Clalit. 

Epidemiologi e infettivologi hanno fatto il punto sulla diffusione del Covid-19, le prospettive future della pandemia e della convivenza con il virus e le nuove evidenze del mondo reale sulla terapia antivirale con molnupiravir, in un Media Briefing Online organizzato da MSD.

«Nell’ultimo periodo stiamo assistendo ad un aumento del numero dei casi di infezione che, a mio avviso, potrebbero essere sottostimati, per il semplice fatto che si ricorre alla diagnostica solo quando strettamente necessario. Il virus, sebbene la variante Omicron abbia una maggior infettività, presenta una sua minor gravità L’ultimo bollettino dell’Istituto Superiore di Sanità indica un RT in aumento; si sta osservando anche un leggero incremento dell’occupazione dei posti letto dell’area medica e delle terapie intensive. Bisogna però capire se si tratta di accessi per Covid-19, ovvero che il soggetto è giunto all’osservazione dell’ospedale per una sintomatologia da Covid-19, oppure se si è recato in ospedale per altre ragioni e poi è stato in maniera casuale trovato positivo. Questo è da considerare un indicatore di una patologia che sembra essere sempre più lieve rispetto al passato», spiega Vincenzo Baldo, professore ordinario di Igiene, Università di Padova e Direttore UOC Medicina Preventiva e valutazione del rischio, Azienda Ospedale Università di Padova.

Tra gli antivirali orali disponibili in Italia, molnupiravir, sviluppato da MSD, da gennaio 2022 è stato utilizzato nel trattamento di oltre 46mila persone. 

Gli ultimi studi real-world su molnupiravir – PANORAMIC e Clalit – hanno prodotto importanti risultati e confermato il valore dell’antivirale orale sviluppato da MSD in questa pandemia in continua evoluzione, dove i tassi di vaccinazione sono elevati e la variante Omicron sembra causare una malattia meno grave, nonché meno ospedalizzazioni e morti.

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EMA raccomanda i vaccini anti Covid a mRna anche nei bambini dai 6 mesi in su

HealthDesk - Gio, 10/20/2022 - 09:06
La decisione

Tutti, o quasi, hanno ora l’età giusta per vaccinarsi contro Covid con i vaccini a mRna di Moderna e Pfizer. L’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) ha infatti raccomandato l’estensione dell’uso di Comirnaty (Pfizer BioNtech) e Spikevax (Moderna) nei bambini a partire dai 6 mesi di età. In particolare l’uso di Comirnaty è raccomandato nella fascia di età 6 mesi-4 anni e quello di Spikevax dai 6 mesi ai 5 anni. Comirnaty e Spikevax sono già approvati sia negli adolescenti che negli adulti di ogni età che nei bambini, rispettivamente dai 5 anni in su e dai 6 anni in su. 

Rispetto alle dosi per le fasce di età già autorizzate, le dosi di entrambi i vaccini in queste nuove fasce di età saranno inferiori. Nei bambini dai 6 mesi ai 4 anni di età, Comirnaty può essere somministrato come vaccinazione primaria composta da tre dosi (di 3 microgrammi ciascuna); le prime due dosi vengono somministrate a distanza di tre settimane, seguite da una terza dose somministrata almeno 8 settimane dopo la seconda dose. Nei bambini di età compresa tra 6 mesi e 5 anni, Spikevax può essere somministrato come vaccinazione primaria composta da due dosi (di 25 microgrammi ciascuna), a distanza di quattro settimane l'una dall'altra. Per i bambini di queste fasce d'età, entrambi i vaccini vengono somministrati con iniezione intramuscolare nella parte superiore del braccio o della coscia.

La decisione dell’Ema su Comirnaty si basa su uno studio che ha coinvolto bambini di età compresa tra 6 mesi e 4 anni che ha mostrato che la risposta immunitaria alla dose più bassa di Comirnaty (3 microgrammi) era paragonabile a quella osservata con la dose più alta (30 microgrammi) in nella fascia di età tra 16 e 25 anni. anni. Per Spikevax, lo studio principale su bambini di età compresa tra 6 mesi e 5 anni ha mostrato che la risposta immunitaria alla dose più bassa di Spikevax (25 microgrammi) era paragonabile a quella osservata con la dose più alta (100 microgrammi) in ragazzi tra 18 e 25 anni. Entrambi gli studi hanno valutato la risposta immunitaria innescata dai vaccini misurando il livello di anticorpi contro SARS-CoV-2.

Gli effetti collaterali più comuni per entrambi i vaccini erano paragonabili a quelli osservati nei gruppi di età più avanzata: irritabilità, sonnolenza, perdita di appetito, eruzione cutanea e indolenzimento al sito di iniezione Per entrambi i vaccini, questi effetti erano generalmente lievi o moderati e miglioravano entro pochi giorni dalla vaccinazione. 

Il Comitato per i medicinali per uso umano (CHMP) ha quindi concluso che i benefici dei due vaccini nei bambini tra 6 mesi e 4 o 5 anni superano i rischi. 

 

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