Medicina integrata

Dolcificanti artificiali a rischio di cancro⎥Epatite C, 70 mila positivi da guarire

HealthDesk - Dom, 03/27/2022 - 22:20

 

Attenzione ai dolcificanti artificiali: potrebbero aumentare il rischio di cancro Secondo studio francese il consumo di dolcificanti è associato a un aumento del rischio di cancro del 13 per cento. In particolare l’associazione è più forte con il tumori del seno e con i tumori legati all’obesità Leggi tutto Epatite C, 70 mila positivi da guarire Grazie a una rivoluzione farmacologica, da quasi 10 anni a questa parte l'epatite C è una malattia completamente curabile, ma ancora troppe persone non sanno di essere portatrici del virus Leggi tutto Altre notizie Dopo l’ictus una stimolazione non invasiva del cervello accelera il recupero della funzione motoria I 7 consigli per far amare la frutta e la verdura ai bambini Al via il primo corso di perfezionamento universitario per comunicare il cancro


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Attenzione ai dolcificanti artificiali: potrebbero aumentare il rischio di cancro

HealthDesk - Dom, 03/27/2022 - 11:56
Il timore 2560px-Pentaerythritol_tetranitrate_05.jpg Immagine: Aleksander Sobolewski via Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons I dolcificanti vengono usati per ridurre le calorie mantenendo il sapore dolce, ma ora c’è il sospetSecondo studio francese il consumo di dolcificanti è associato a un aumento del rischio di cancro del 13 per cento. In particolare l’associazione è più forte con il tumori del seno e con i tumori legati all’obesità

Il rimedio è peggiore del danno? Ancora non c’è una risposta certa, ma cresce il sospetto che i dolcificanti artificiali non siano un’alternativa sicura allo zucchero. Secondo uno studio francese pubblicato su PLOS Medicine alcuni edulcoranti chimici presenti in oltre 6mila prodotti alimentari di tutto il mondo sono associati a un maggior rischio di cancro. 

I ricercatori del National Institute for Health and Medical Research (Inserm) e della Sorbonne hanno analizzato i dati dallo studio NutriNet-Santé, una indagine ancora in corso iniziata nel 2009 e promossa dal Nutritional Epidemiology Research Team (EREN) che raccoglie via web informazioni sulla salute, le abitudini alimentari, lo stile di vita di chiunque voglia partecipare. Gli scienziati hanno selezionato in particolare i dati sul consumo di dolcificanti di oltre 102mila presone tra il 2009 e il 2021 e li hanno confrontati con quelli delle diagnosi di cancro nel periodo di osservazione. Le bevande analcoliche rappresentavano più della metà dei prodotti alimentari con dolcificanti artificiali consumati, mentre i dolcificanti da tavola rappresentavano il 29 per cento.

Dai risultati è emerso che i partecipanti che consumavano quantità maggiori di dolcificanti artificiali, in particolare aspartame e acesulfame-K, avevano un rischio del 13 per cento più elevato di cancro rispetto ai non consumatori. Sono stati osservati rischi più elevati per il cancro al seno e i tumori correlati all’obesità. 

L’associazione restava valida anche dopo aver preso in considerazione una serie di variabili come l’età, il fumo, l’indice di massa corporea, il peso, il diabete o una famigliarità con il cancro. I ricercatori hanno anche valutato l’influenza, sul rischio di cancro di altri fattori che possono favorire o prevenire la malattia, come il consumo di alcol, di sale, di acidi grassi saturi, di zucchero, di fibre, di cibi integrali e latticini. 

I dolcificanti artificiali sono additivi alimentari con un elevato potere dolcificante ma che forniscono poca energia. I due tipi di dolcificanti associati all’aumento del rischio di cancro hanno le stesse calorie dello zucchero (4kg/g) ma sono fino a 600 volte più dolci, il che significa che bastano piccole dosi per addolcire gli alimenti. A questo punto però c’è il timore che per ridurre le calorie si facciano altri danni.

«I nostri risultati non permettono di sostenere che l'uso di dolcificanti artificiali siano delle alternative sicure per lo zucchero negli alimenti o nelle bevande e forniscono informazioni nuove e importanti per valutare i loro potenziali effetti negativi sulla salute. Sebbene i risultati debbano essere replicati in altre coorti su larga scala e i meccanismi sottostanti vadano chiariti da studi sperimentali, le conclusioni dello studio forniscono spunti di riflessione per la rivalutazione in corso degli additivi alimentari da parte dell'Autorità europea per la sicurezza alimentare e di altre agenzie sanitarie a livello globale», scrivono i ricercatori. 

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Dopo l’ictus una stimolazione non invasiva del cervello accelera il recupero della funzione motoria

HealthDesk - Ven, 03/25/2022 - 17:04
Lo studio

Dopo l’ictus, la stimolazione elettrica del cervello mediante un piccolo dispositivo non invasivo applicato sul capo favorisce il recupero dell’arto paralizzato. Lo hanno dimostrato i ricercatori dell’Università Cattolica, campus di Roma–Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, insieme a colleghi dell’IRCCS San Raffaele. Lo studio su modelli animali di ictus ischemico, pubblicato sulla prestigiosa rivista Stroke, apre alla possibilità di iniziare le sperimentazioni su pazienti reduci da eventi cerbrovascolari.

«Il lavoro mette in luce, in un modello sperimentale animale, l’efficacia di una stimolazione non invasiva del cervello denominata “stimolazione transcranica a corrente diretta” nell’accelerare il recupero della funzione motoria a seguito di un ictus ischemico.Lo studio evidenzia le basi molecolari di tale recupero e gli effetti indotti dalla stimolazione sulla connettività cerebrale», sottolinea Claudio Grassi, direttore del Dipartimento di Neuroscienze dell’Università Cattolica Campus di Roma. 

L’ictus è una lesione acuta del cervello legata a un problema vascolare o di tipo ischemico o emorragico. L’ictus ischemico, che rappresenta l’80 per cento di tutti gli ictus, si verifica quando un’arteria che irrora l’encefalo viene improvvisamente ostruita portando alla morte delle cellule nervose da essa nutrite.

In Italia l’ictus è la terza causa di morte, dopo le malattie oncologiche e quelle cardio-vascolari, è responsabile del 9-10 per cento di tutti i decessi e rappresenta la prima causa di invalidità. 

I sintomi prevalenti di un ictus sono una perdita di controllo del movimento in una metà del corpo (emiparesi/emiplegia), un disturbo del linguaggio (afasia), un deficit dell’equilibrio, un disturbo della visione (emianopsia). Nelle otto settimane successive ad un ictus si possono avere processi di recupero della funzione anche molto significativi. Tuttavia, dopo questo periodo, il recupero ulteriore è minimo e il paziente (con i suoi familiari) dovrà adattarsi ad una vita con limitazioni motorie/fisiche talvolta anche molto significative.

«Negli ultimi anni, numerosi studi sperimentali hanno dimostrato che affiancando alle procedure di riabilitazione neuromotoria standard stimolazioni elettriche o magnetiche delle aree cerebrali interessate dall’ictus si ottengono risultati migliori ed in tempi più rapidi. Di qui l’idea di studiare i meccanismi alla base di questo potenziamento della riabilitazione offerto dalla stimolazione non invasiva del cervello, come appunto quella a corrente diretta esaminata in questo lavoro», spiega Paolo M. Rossini direttore del Dipartimento di Neuroscienze e Scienze della Riabilitazione dell’IRCCS San Raffaele.

In questo studio si è visto che, intervenendo nella fase sub-acuta, cioè tre giorni dopo l’evento ischemico, con un trattamento che consiste in sessioni singole di stimolazione della durata di 20 minuti per tre giorni consecutivi, si ottengono evidenze tangibili di “riparazione” del danno ischemico nel cervello di topolini.

«I risultati di queste ricerche aprono la strada a nuove strategie terapeutiche molto promettenti che si basano sull’uso combinato di stimolazione transcranica, protocolli standard di riabilitazione ed altri trattamenti innovativi, attualmente oggetto di studio nei nostri laboratori, quali la somministrazione di fattori neurotrofici ottenuti dalle cellule staminali. Grazie a un’azione sinergica operata su target molecolari comuni, la combinazione di questi stimoli potrebbe potenziare notevolmente le capacità di recupero dei pazienti», aggiungono  Grassi e  Rossini.

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Epatite C, 70 mila positivi da guarire

HealthDesk - Ven, 03/25/2022 - 16:42
L'obiettivo Antiretroviral_Drug_to_Treat_HIV_Infection_(32596243406) 2 .jpg Immagine: NIAID, CC BY 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/2.0>, via Wikimedia Commons Oggi l'epatite C è curabile, ma ancora troppe persone non sanno di essere portatrici del virusGrazie a una rivoluzione farmacologica, da quasi 10 anni a questa parte l'epatite C è una malattia completamente curabile, ma ancora troppe persone non sanno di essere portatrici del virus

La storia dell’epatite C è quella di uno tra i più eclatanti progressi medici degli ultimi decenni: un’infezione che fino a poco più di trent'anni fa non aveva un nome ben preciso (era chiamata "epatite non A non B") oggi non solo ha un preciso ritratto dell’agente eziologico, la cui scoperta è valsa il Premio Nobel per la Medicina a Harvey J. Alter, Michael Houghton and Charles M. Rice nel 2000. Ma, da quasi dieci anni ha ormai una cura capace di eradicare completamente l’infezione in quasi il 100 per cento dei malati. 

«In Italia a oggi sono stati trattate più di 230 mila persone», dice Francesco Paolo Russo, del dipartimento di Scienze chirurgiche, oncologiche e gastroenterologiche dell'Università di Padova a margine del meeting annuale dell’Associazione italiana per lo studio del fegato tenutosi a Roma il 24 e 25 marzo. Tuttavia, si stima che nel nostro Paese fossero 300 mila le persone infettate dal virus dell’HCV. Significa che ci sono almeno 70 mila persone con epatite nel nostro Paese che non sanno di avere l’infezione o che non pensano di aver bisogno di un trattamento. Ma che subiscono i danni progressivi della malattia che potrebbero essere evitati con apposite cure. 

Chi sono? «Sicuramente persone che hanno fatto uso ricreativo di droghe o che sono in carcere», dice Russo. Ma non solo: «C’è anche un sommerso tra persone che non sanno di avere fattori di rischio per l’epatite C. Si tratta di persone con più di cinquanta anni con patologie extra epatiche che però costituiscono un fattore di rischio: malattie metaboliche, cardiovascolari, reumatologiche, psichiatriche», continua lo specialista. «Negli USA, per esempio, la patologie extraepatiche che più si associano all’epatite C sono quelle psichiatriche. Questo vuol dire che è in queste categorie che dobbiamo ricercare le persone positive per epatite C».

Identificarle significa compiere il primo decisivo passo verso l’eradicazione dell’infezione. Un obiettivo che si sta perseguendo su scala globale. 

Nel maggio 2016, l'Assemblea mondiale della sanità ha adottato la prima strategia globale sull'epatite virale, 2016-2021. La strategia mira a eliminare l'epatite virale come problema di salute pubblica riducendo le nuove infezioni del 90% e riducendo i decessi del 65% entro il 2030.

Per raggiungere questo obiettivo, l’emersione del sommerso è un passaggio fondamentale.

«In Veneto - racconta Russo - a breve partiremo con lo screening intraospedaliero delle categorie a rischio. Sappiamo bene che il soggetto con HCV può avere comorbidità; perciò verrà fatto uno screening in cui le persone con comorbidità verranno sottoposte alla ricerca anticorpo anti-HCV. Sempre in Veneto nei prossimi giorni verrà pubblicato un nuovo Pdta destinato ai soggetti più a rischio e che, tra le altre cose, prevede la realizzazione di Point of care destinati alla popolazione carceraria in cui il paziente potrà afferire ed essere trattato da medico del Serd che concorda con lo specialista il tipo di terapia da intraprendere».

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I 7 consigli per far amare la frutta e la verdura ai bambini

HealthDesk - Ven, 03/25/2022 - 15:58
Suggerimenti

Premi e punizioni, elogi e rimproveri, fantasiosi cerimoniali, ingegnosi trucchetti. I genitori le provano tutte pur di convincere i bambini a mangiare frutta e verdura. Le porzioni raccomandate sono 5 al giorno, tre di frutta e due di verdura, ma in molti casi non si riesce ad arrivare neanche alla metà. 

Per sostenere i genitori impegnati nella difficilissima missione di far consumare la frutta e la verdura ai bambini fin dallo svezzamento, 

Babaco Market, il delivery 100 per cento Made in Italy di frutta e verdura che combatte lo spreco di prodotti nel passaggio dal campo al mercato ha chiesto a Marco Nuara, specialista in pediatria, di fornire indicazioni utili per far accettare di buon grado questi preziosi alleati di salute nell’alimentazione dei più piccoli.

«La verdura viene spesso proposta come contorno ed assume così un aspetto spesso poco attraente. Ma può essere anche offerta da afferrare con le mani e sgranocchiare come fuori pasto, oppure utilizzata per condire la pasta, i cereali in chicco, il cous cous, affinché diventi meno “contorno” e più allegra protagonista di sfiziose ricette», spiega Naura. 

Ecco i 7 consigli per riuscire a far amare frutta e verdura ai bambini.

1.Niente panico: ci vuole tempo

Se proporre frutta e verdura ai bambini risulta più complicato del previsto, i genitori non devono farsi prendere dall’ansia. I bambini hanno bisogno di vivere con serenità e piacere il momento del pasto. I più piccoli spesso toccano o annusano i cibi nuovi, potrebbero metterci un po’ di tempo a portarli alla bocca e assaporarli di gusto senza rifiutarli. Spesso sono necessarie numerose esposizioni a frutta e verdura prima che imparino ad apprezzarle. Una buona tecnica è dar loro l’occasione di entrarci in contatto, senza pressioni o forzature, in tutti i momenti possibili. Per esempio, una porzione di frutta può essere offerta a completamento della colazione, come spuntino a metà mattina, nel pomeriggio o dopo i pasti principali.

2. Accettare il rifiuto: non forzare, punire, premiare o pregare il bambino

De gustibus non disputandum est!, dicevano i latini e avevano ragione. Inoltre i gusti cambiano spesso, soprattutto nei primi anni di vita. Il momento del pasto deve essere vissuto come un'esperienza, una scoperta, un gioco da condividere. Se il genitore si mostra rilassato e non cerca di imporsi o contraddire i gusti del più piccolo di casa, il bambino non utilizzerà il rifiuto del cibo né come momento di affermazione personale né per attirare attenzione e sarà più semplice fargli apprezzare la frutta e la verdura.

3.Dare il buon esempio

Vedere genitori, fratelli o sorelle consumare frutta e verdura incuriosisce e incentiva i bambini a emulare i famigliari e, di conseguenza, ad assaggiare nuovi cibi. Occorre dunque non eliminare, ma continuare a proporre con una certa alternanza anche gli alimenti meno graditi, presentandoli, per esempio, in composizioni colorate e divertenti e associandoli ai cibi preferiti.

4. Coinvolgere il bambino nella scelta e nella preparazione

Coinvolgere i bambini nella scelta e nell’acquisto di frutta e verdura, permettergli di manipolare gli alimenti per prendere confidenza, di partecipare alla preparazione delle pietanze li aiuterà a essere pronti a provare e ad accettare cibi diversi, abituandosi ai vari gusti.

5. Favorire la condivisione con altri bambini

La condivisione del pasto con altri bambini, che abbia luogo a casa o in altri contesti come l’asilo o la scuola, può invogliare il bambino ad assaggiare alimenti per lui meno interessanti. Il rito del pasto condiviso rappresenta un momento fondamentale di educazione alimentare, ma anche di educazione emotiva.

6.Evitare le distrazioni

Sarebbe bene che la famiglia ritagliasse dei momenti per i pasti: colazione, spuntini, pranzo e cena devono essere consumati al tavolo, con i ritmi giusti, evitando distrazioni. È importante catalizzare l’attenzione dei piccoli sui nuovi sapori, sulle forme e sui colori delle ricette a base di frutta e verdure che vengono loro proposte, senza esporli ad altri contenuti che li allontanino dallo stimolo della fame e dalla scoperta dei nuovi sapori che i pasti offrono.

7.Tanta pazienza e flessibilità

Le abitudini alimentari dei bambini non cambieranno dall’oggi al domani, ma i piccoli passi fatti ogni giorno contribuiranno a trasmettere una corretta educazione alimentare e saranno il miglior investimento possibile per promuovere la salute. Inoltre, è importante tenere in considerazione le preferenze dei piccoli di casa: per esempio, alcuni bambini non gradiscono la sensazione fredda e bagnata della frutta al tatto, in questo caso si può provare a offrirla spezzettata, da mangiare con le posate, oppure in purea o frullata, da bere con una cannuccia.

Largo alla fantasia e tanta pazienza: chi la dura la vince!

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Al via il primo corso di perfezionamento universitario per comunicare il cancro

HealthDesk - Ven, 03/25/2022 - 14:35
L’iniziativa

Parte il prossimo 16 giugno il primo corso di perfezionamento universitario in “Comunicare il cancro, la medicina e la salute” promosso dall’Università Politecnica delle Marche. Sono disponibili 50 posti, le lezioni si svolgeranno online con cadenza settimanale, avrà durata semestrale e la scadenza per la presentazione delle domande di partecipazione è il 19 aprile. 

«Per sconfiggere il cancro abbiamo bisogno di molte armi, non solo quelle fondamentali e insostituibili della medicina e della ricerca scientifica. È anche indispensabile fornire corrette informazioni e non cadere nelle trappole della disinformazione. In ambito oncologico, soprattutto in questo periodo di pandemia da Covid-19, la cattiva informazione è più deleteria che in altri campi, perché impatta sulla salute e, potenzialmente, sui pazienti, che possono essere indotti ad assumere decisioni sbagliate per il loro percorso di cura. Il corso di perfezionamento, attraverso una formazione accademica, vuole formare operatori sanitari e divulgatori trasmettendo le regole fondamentali per comunicare non solo il cancro, che rappresenta il paradigma delle malattie anche per il suo grande impatto emotivo, ma più in generale la medicina e la salute», afferma Rossana Berardi, ordinario di Oncologia Medica all’Università Politecnica delle Marche, direttore della Clinica Oncologica Ospedali Riuniti di Ancona e membro del direttivo nazionale AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica).

Il corso è promosso dalla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Politecnica delle Marche, in collaborazione con WHIN (Web Health Information Network, Associazione informazione medico-sanitaria web). Il corso di perfezionamento, che prevede 160 ore di lezione e oltre 35 di tirocinio, è parte di un progetto più ampio, “comunicareilcancro”, che prevede un portale dedicato (www.comunicareilcancro.it) e profili sui principali social. 

«Il nostro obiettivo è fornire gli strumenti per divulgare informazioni corrette in ambito oncologico e non solo, partendo dall’utilizzo di fonti sicure ed efficaci. Ad esempio, non va più utilizzata l’equazione “tumore uguale male incurabile”. Oggi, nel nostro Paese, il 65 per cento delle donne e il 59 per cento degli uomini sono vivi a 5 anni dalla diagnosi. E sempre più persone possono affermare di avere superato la malattia. Una comunicazione efficace sui social media può contribuire anche ad arginare il fenomeno preoccupante delle fake news», sottolinea Mauro Boldrini, direttore comunicazione dell’AIOM.

Tra i principali insegnamenti del corso di perfezionamento, rientrano l’oncologia clinica, l’igiene generale ed applicata, la neurologia, la medicina narrativa, l’organizzazione aziendale in ambito sanitario, la storia della comunicazione in medicina, la medicina legale, il team working e la comunicazione delle vittorie e delle sconfitte, fino alla comunicazione efficace in radio, in TV, sui giornali online e cartacei e alle regole per gestire la notizia e realizzare un’intervista.

«L’Università ha il compito di formare i professionisti sanitari e la comunicazione della salute deve rientrare nel percorso di studio degli operatori. Il corso di perfezionamento intende fornire strumenti a 360 gradi. I media, in particolare i social network, offrono un’opportunità importante per porre i pazienti al centro del sistema salute: consentono infatti di recuperare la fiducia dei cittadini, di interagire e utilizzare strumenti, come lo storytelling, per generare un dialogo», spiega Mauro Silvestrini, preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Politecnica delle Marche.

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L’interfaccia cervello-computer che fa comunicare le persone paralizzate

HealthDesk - Ven, 03/25/2022 - 05:45

 

Attenzione ai dolcificanti artificiali: potrebbero aumentare il rischio di cancro Secondo studio francese il consumo di dolcificanti è associato a un aumento del rischio di cancro del 13 per cento. In particolare l’associazione è più forte con il tumori del seno e con i tumori legati all’obesità Leggi tutto


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L’interfaccia cervello-computer che fa comunicare le persone paralizzate

HealthDesk - Gio, 03/24/2022 - 21:52

 

Attenzione ai dolcificanti artificiali: potrebbero aumentare il rischio di cancro Secondo studio francese il consumo di dolcificanti è associato a un aumento del rischio di cancro del 13 per cento. In particolare l’associazione è più forte con il tumori del seno e con i tumori legati all’obesità Leggi tutto


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Meningite. Dieci ore per perdere una vita, un minuto per salvarla

HealthDesk - Gio, 03/24/2022 - 16:35
La storia park-g3df5b3a55_1920.jpg A colloquio con Amelia Vitiello, presidente del Comitato nazionale contro la meningiteFebbre, nausea, vomito, rash cutaneo: segnali che possono venire scambiati per quelli di una normale influenza. Invece è meningite e quelle poche ore di indecisione prima della diagnosi le bastano per uccidere. A colloquio con Amelia Vitiello, presidente del Comitato nazionale contro la meningite

Dieci ore, meno del tempo che passa dal tramonto all’alba. E nel frattempo la febbre, prima lieve poi altissima, la nausea, il vomito, il rash cutaneo, la corsa all’ospedale, la diagnosi. È meningite. Tutto troppo in fretta, il dramma si è consumato a velocità accelerata, dopo poche ore era già troppo tardi: il 19 ottobre Alessia, 18 mesi è morta per setticemia fulminante da meningococco B.

Alessia era perfettamente sana e aveva una gran voglia, quasi premonitrice, di crescere in fretta che l’ha spinta a fare tutto presto: le prime parole, “mamma” e “papà”, sono arrivate a sei mesi, i primi passi a undici, la passione per il disegno poco dopo.

«Non smetterò mai di raccontare la storia di mia figlia, né di quella di altri bambini che hanno avuto lo stesso destino o che pur salvandosi hanno subìto conseguenze gravissime e invalidanti per una meningite. Siamo di fronte a una malattia che progredisce in tempi rapidissimi, che esplode come una bomba dal timer velocizzato che non si fa in tempo a disinnescare. Il decorso dura dalle 24 alle 48 ore». 

A parlare è la mamma di Alessia, Amelia Vitiello, avvocato e presidente del Comitato nazionale contro la meningite, che ha raccolto tutto il suo dolore, un dolore che non si può neanche lontanamente immaginare (parole sue), e lo ha trasferito in un messaggio sintetico e inequivocabile ripetuto senza sosta in ogni occasione: la vaccinazione è dire sì alla vita.

«Nel 2007, quando si è ammalata Alessia, non esisteva il vaccino contro il meningococco B. Mia figlia era vaccinata per gli altri ceppi, ma non poteva avere la protezione contro il batterio che l’ha uccisa. Da qualche anno invece i genitori hanno la possibilità di vaccinare gratuitamente i propri figli anche contro il menigococco B. E in attesa, come ci auspichiamo accada presto, di avere un vaccino coniugato contro tutti i ceppi, le singole vaccinazioni restano l’arma più potente che abbiamo per evitare drammi come il mio», ricorda Amelia.

Prima attraverso l’associazione “Alessia e i suoi angeli”, fondata insieme al marito un mese dopo la morte della figlia, e poi con il Comitato nazionale, Amelia si batte per diffondere le informazioni corrette sulla malattia o più onestamente, come lei stessa ci ha detto, per indurre i genitori ad aprire gli occhi su quello che comporta la meningite.

Così, disinteressandosi delle accuse di terrorismo psicologico, Amelia Vitiello preferisce parlare chiaramente e non addolcire la pillola.

Amelia Vitiello

«La meningite viene considerata una malattia rara. Ed è vero: fortunatamente la casistica è bassa. In Italia si contano all’incirca mille casi all’anno. In particolare, i sierogruppi più diffusi nel nostro Paese sono il B e il C. Ma la meningite è una malattia con postumi molti più gravi di tante patologie più comuni. È letale nel 15 per cento dei casi e provoca conseguenze spesso invalidanti nel 25 per cento dei casi. Stiamo parlando di cecità, sordità, danni neurologici, amputazione degli arti. Le cure, per essere efficaci, devono essere molto tempestive. Ma i primi sintomi possono essere confusi con quelli di un’influenza e quasi sempre la diagnosi arriva quando il danno è irreversibile. Mia figlia alle 20 di sera aveva 37 e mezzo di febbre, alle 6 del mattino non c’era più».

La meningite è un'infiammazione acuta delle meningi, le membrane che rivestono il cervello e il midollo spinale, di origine infettiva. Può essere causata da virus, batteri o funghi. La forma virale è più frequente e di solito meno grave, quella batterica è più rara, ma dalle conseguenze molto più serie, anche fatali.

Meningococco, pneumococco e Haemophilus influenzae sono i principali responsabili delle meningiti batteriche.  Attualmente sono disponibili in Italia i vaccini che proteggono dai cinque tipi di meningite meningococcica più infettivi e pericolosi (A, B, C, Y e W135), dai gruppi più diffusi di meningite pneumococcica e da quella da emofilo di tipo b.

«C’è un’altra data che ha segnato, questa volta in positivo, la mia vita. Ed è quella del 17 marzo 2014 quando io, mio marito e le mie due figlie avute dopo la morte di Alessia ci siamo finalmente vaccinati con il vaccino che fino a poco prima non esisteva. Fino ad allora ho vissuto con terrore ogni febbre delle mie figlie e a ogni aumento anche lieve della temperatura mi precipitavo a controllare la rigidità del collo e a scrutare la pelle in cerca delle tipiche macchioline rosse. Il giorno del vaccino ho provato un enorme sollievo», ricorda Amelia.

Il piano nazionale della prevenzione vaccinale 2017-2019 prevede la vaccinazione gratuita con l’anti-Haemophilus influenzae tipo B con tre dosi nel primo anno di vita (obbligatoria per i nati dal 2001), l’anti-meningococcica B con tre o quattro dosi nel primo anno di vita, a seconda del mese di somministrazione della prima dose (fortemente raccomandata per i nati a partire dal 2017), l’anti-pneumococcica con tre dosi nel primo anno di vita (fortemente raccomandata per i nati a partire dal 2012), l’anti-meningococcica C con la prima dose nel secondo anno di vita (fortemente raccomandata per i nati a partire dal 2012). Per gli adolescenti è gratuita l’anti-meningococcica tetravalente ACWY135 (una dose) e per gli over 65 l’anti-pneumococcica. La copertura vaccinale in Italia varia moltissimo da regione a regione. Per esempio nel caso dell’antimenigocco B, introdotto nel piano vaccinalo dal 2017, si va dal 91 per cento del Veneto al 52 per cento della Campania (dati del 2019).

«Con la pandemia, poi, le vaccinazioni contro la meningite, come molte altre vaccinazioni non Covid, sono pericolosamente diminuite. Per recuperare tutti i bambini e gli adolescenti sfuggiti alla vaccinazione in questi due anni di emergenza, con il Comitato nazionale abbiamo pensato di lanciare una campagna dal titolo “Back to normal” per riportare la copertura vaccinale ai livelli pre-pandemici e superarli anche, se possibile. Il nostro obiettivo più ambizioso è quello di eradicare del tutto la meningite dall’Italia. 

Per avvicinarci a quel traguardo dobbiamo far leva su quei genitori che non vaccinano i figli perché non ne hanno compreso a fondo l’importanza, la maggior parte, o perché la rifiutano ostinatamente come i no vax, ma sono la minoranza», dice Amelia. 

Tra le battaglie del Comitato nazionale contro la meningite c’è stata quella per ottenere la gratuità del vaccino anti menigococco B, disponibile prima del 2017 solo a pagamento.

«Ora il vaccino anti men-B è gratuito per i nati nel 2017 e 2018 e inserito nel piano vaccinale come fortemente raccomandato ma non obbligatorio. Una decisione che potrebbe aver favorito una certa diffidenza. Nell’immaginario collettivo scatta facilmente infatti l’equivalenza tra “non obbligatorio” e “non importante”. Bisogna chiarire. Lasciare le persone libere di scegliere è una cosa positiva, ma la scelta deve essere consapevole. E se da una parte c’è un vaccino che ha effetti indesiderati rarissimi e dall’altra c’è la certezza di salvare un bambino da una malattia con conseguenze gravissime, la scelta consapevole non può essere che una sola: il vaccino».

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Ong Soletererre: in Ucraina è in atto la più grande evacuazione di pazienti oncologici pediatrici mai avvenuta nella storia

HealthDesk - Gio, 03/24/2022 - 16:07
L’allarme

È un dramma nel dramma quello dei bambini ucraini malati di cancro. A raccontarlo è la Ong Soleterre che dal 2003 fornisce assistenza sanitaria alle strutture ospedaliere e monitora le condizioni di salute e psicologiche dei pazienti oncologici ricoverati in Ucraina. Secondo i dati di Soleterere e della sua derivazione locale Fondazione Zaporuka, dei circa 4mila pazienti in cura negli ospedali ucraini prima della guerra, ne risultano a oggi rintracciati 638. Si tratta dei pazienti più complessi, che non potevano essere dimessi allo scoppio della guerra. Di questi, 440 sono stati finora evacuati verso altri Paesi europei ma anche extra-europei (Germania, Spagna, Paesi Bassi, Regno Unito, Francia, Svizzera, Austria, Stati Uniti e Canada). 

Anche l’Italia ha accolto i bambini bisognosi di cure, attraverso un’operazione speciale di ponte-aereo, inizialmente coordinata da Soleterre, AREU e Regione Lombardia, e che oggi prosegue con il coordinamento del sistema di Protezione Civile e con la Centrale Remota Operazioni di Soccorso Sanitario (CROSS). Attualmente sono ricoverati presso strutture ospedaliere italiane almeno 70 bambini e adolescenti pazienti oncologici ucraini (alcuni arrivati con mezzi propri).

Gli altri 198 pazienti presi in carico dalle strutture ospedaliere ucraine prima della guerra, e seguiti da Soleterre, non sono attualmente nelle condizioni di poter essere trasportati fuori dal Paese, perché troppo fragili per affrontare il viaggio oppure perché per il momento le loro famiglie non intendono lasciare il Paese. Con loro, Soleterre realizza un costante lavoro di verifica delle condizioni fisiche e psicologiche per includerli nell’evacuazione.

Restano tuttavia numerosi bambini e adolescenti che Soleterre, con il proprio staff, sta cercando di rintracciare attraverso i direttori di tutti i centri oncologici pediatrici ucraini. Questi pazienti sono stati dimessi forzatamente all’inizio della guerra e sono tornati nelle loro abitazioni oppure stanno frequentando i centri oncologici diurni per cure e controlli. Molti si trovano in villaggi remoti, lontano dalle grandi città, con cui è difficile comunicare.

«In Ucraina è in atto la più grande evacuazione di pazienti oncologici pediatrici mai avvenuta nella storia. Non è mai accaduto, infatti, che un Paese intero dovesse ricoverare altrove i propri pazienti oncologici pediatrici. In tutto il mondo i centri ospedalieri che accolgono i bambini oncologici avranno bisogno di risorse per poter trattare pazienti aggiuntivi e per mettere a loro disposizione personale extra in termini di supporto psicologico e mediazione culturale, attrezzature e rifornimenti. In questo momento agire in fretta e bene è essenziale: se un bambino che deve proseguire le terapie resta senza medicinali per una o due settimane, muore», dice Damiano Rizzi, presidente di Fondazione Soleterre.

In Ucraina ogni anno vengono diagnosticati circa 1.400 nuovi casi di tumore tra bambini e adolescenti. Oltre a questi si contano altri circa 3mila pazienti che hanno finito i cicli di cure, ma che comunque, entro i 5 anni dalla diagnosi, devono recarsi regolarmente presso i centri oncologici per il follow-up e i controlli. Anche per loro sono in corso attività di ricerca e controllo. Fondazione Soleterre lavora in Ucraina dal 2003, dove realizza interventi strutturali, garantisce strumentazione medica e forniture di farmaci nei reparti dell’Istituto del Cancro e dell’Istituto di Neurochirurgia di Kiev e dove gestisce una casa d’accoglienza per ospitare gratuitamente i tanti bambini malati in cura a Kiev. Negli ultimi anni (dal 2009) Fondazione Soleterre ha esteso il suo intervento anche alla città di Leopoli, per creare la prima unità trapianti di midollo osseo per la cura dei tumori pediatrici dell’ovest del Paese.

Fondazione Soleterre ha contribuito, dal 2003 a oggi, a innalzare i tassi di sopravvivenza dei bambini malati di cancro portandoli dal 55 al 64 per cento e ha assistito complessivamente oltre 28mila bambini con i loro genitori. In queste ore tragiche, Soleterre sta lavorando senza sosta per continuare a garantire farmaci nei pochi reparti pediatrici funzionanti e mettere in salvo, fuori dal Paese, i pazienti più gravi che non possono assolutamente rischiare di rimanere senza cure anche per un solo giorno.

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La pandemia frena la lotta alla tubercolosi⎥Covid. Torna l’ipotesi gruppo sanguigno

HealthDesk - Mer, 03/23/2022 - 05:45


Testata registrata presso il Tribunale di Roma, n. 53/2014

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via Graziano, 32  00165 Roma (RM) ,  P.IVA 12244171000

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La pandemia frena la lotta alla tubercolosi⎥Covid. Torna l’ipotesi gruppo sanguigno

HealthDesk - Mar, 03/22/2022 - 21:55


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I soccorritori dell’11 settembre sono ancora a rischio di sviluppare tumori del sangue

HealthDesk - Mar, 03/22/2022 - 16:44
Il legame WTC_smoking_on_9-11.jpeg Immagine: Michael Foran, CC BY 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/2.0>, via Wikimedia Commons La colpa è della nube tossica scaturita dal crollo e dall’incendio delle torri gemelleLa colpa è della nube tossica scaturita dal crollo e dall’incendio delle torri gemelle. Un’elevata percentuale di pompieri intervenuti a Ground Zero mostra mutazioni nelle cellule del sangue che predispongono ai tumori

Chi ha prestato soccorso al World Trade Center l’11 settembre del 2001 ha un rischio maggiore di sviluppare un tumore del sangue rispetto alla popolazione generale. Non c’entra lo stress. La responsabilità è delle polveri inalate sul luogo del disastro, una combinazione di sostanze tossiche tra cui policlorobifenili, diossine, amianto, cemento. Chi stava lì non ha potuto fare a meno di respirare la nube tossica. Il particolato sprigionato dai grattacieli in fiamme a Ground Zero quel fatidico 11 settembre sembrerebbe aver provocato un aumento delle mutazioni associate ai tumori e alle malattie cardiovascolari. 

Lo dimostra uno studio del Vanderbilt-Ingram Cancer Center appena pubblicato su Nature Medicine secondo il quale tra i primi soccorritori nell’attentato terroristico c’è un’alta percentuale di persone con mutazioni che predispongono a patologie ematiche. 

I ricercatori hanno analizzato il Dna di 252 pompieri che non erano intervenuti in soccorso delle vittime dell’attentato e lo hanno messo a confronto con quello dei pompieri che hanno prestato servizio al World Trade Center l’11 settembre del 2001 e nei giorni successivi. 

Dall’analisi è emerso che nei campioni di sangue prelevati dai pompieri intervenuti alle torri gemelle c’era una percentuale significativamente più alta di mutazioni associate ai tumori rispetto al gruppo di controllo. 

In particolare, i ricercatori hanno osservato una maggiore presenza tra i primi soccorritori di un parametro specifico indicativo della salute del sangue, l’emopoiesi clonale. L’emopoiesi clonale è un fenomeno associato all'età caratterizzato da mutazioni nei geni delle cellule del sangue che gli forniscono un vantaggio competitivo e aumentano il rischio di tumore del sangue e di malattie cardiovascolari. Il 10 per cento dei pompieri del World Trade Center mostrava emopoiesi clonale in confronto al 6,7 per cento del gruppo di controllo.

Gli esperimenti su modelli animali hanno confermato la maggiore presenza di mutazioni nocive tra gli individui esposti al particolato sprigionato dagli incendi del World Trade Center. 

I ricercatori hanno esposto i topi a un mix di polveri considerato equivalente a quello inalato dai primi soccorritori osservando un aumento delle mutazioni nelle cellule del sangue nei trenta giorni successivi all’esposizione. 

I risultati dello studio suggeriscono quindi che i primi soccorritori dell’11 settembre abbiano un aumento del carico mutazionale che li espone a un rischio maggiore di cancro del sangue oltre a quello che normalmente si verifica con l’invecchiamento. 

Saranno necessari ulteriori studi per scoprire il meccanismo biologico alla base delle mutazioni.  Secondo il World Trade Center Health Program, il programma governativo di monitoraggio delle condizioni di salute di chi è stato esposto alla nube tossica, le malattie contratte a Ground Zero hanno già ucciso 3.496 persone.  Sono oltre 67mila le diagnosi di patologie associate agli attentati dell’11/9, tra cui tumori, demenze, malattie respiratorie e gastrointestinali, malattie cardiovascolari, depressione. 

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Pazienti e caregiver: da Fondazione Roche 500mila euro per migliorare i percorsi di cura

HealthDesk - Mar, 03/22/2022 - 15:52
Il bando

500mila euro per sostenere 22 progetti di associazioni-pazienti, fondazioni e partenariati in tre aree terapeutiche: onco-ematologia, malattie rare, neuroscienze-oftalmologia. Li ha messi in palio Fondazione Roche con l’iniziativa “Fondazione Roche per i pazienti - Accanto a chi si prende cura”, il bando giunto alla IV edizione volto a sostenere le associazioni di pazienti, le fondazioni e i partenariati nella realizzazione di servizi e attività dedicati alle persone che affrontano o hanno affrontato un percorso di cura. 

L’imponente sostegno economico messo a disposizione da Fondazione Roche per il bando sarà allocato come segue: euro 400mila euro sotto forma di 20 premi da euro 20mila ciascuno per progetti relativi alle aree terapeutiche onco-ematologia, malattie rare e neuroscienze-oftalmologia e 100mila euro sotto forma di 2 premi da 50mila euro ciascuno, assegnati a progetti candidati per tutte le tre aree di patologia da reti di associazioni di pazienti che promuovono soluzioni progettuali ad alto impatto per la comunità e per il sistema salute. Per l’area onco-ematologia i progetti premiati sono 10, per le malattie rare 7 e per l’area neuroscienze-oftalmologia 3. I restanti due premi sono stati assegnati a due progetti presentati da reti di associazioni per le aree onco-ematologia e neuroscienze-oftalmologia.

Per l’area terapeutica onco-ematologia, i progetti premiati sono 10: per i tumori femminili, le associazioni milanesi ACTO - Alleanza contro il tumore ovarico Onlus, Europa Donna Italia, ROPI - Rete Oncologica Pazienti Italia e Salute Donna Onlus, la torinese ACTO Piemonte-Alleanza contro il tumore ovarico e i tumori ginecologici, l’associazione padovana Noi e il Cancro-Volontà di Vivere o.d.v. e la perugina Prenditi Cura di Te o.d.v; per i tumori uroteliali il premio è stato assegnato all’associazione milanese APS Associazione PaLiNUro; per le neoplasie ematologiche all’Associazione Italiana Pazienti Leucemia Mieloide Cronica aps (A.I.P.L.M.C.) di Milano; per il carcinoma del pancreas all’Associazione bresciana Nastro Viola.

Per le malattie rare, sono state premiate 7 associazioni: la romana Parent Project aps con un progetto dedicato alla distrofia di Duchenne, e altre 6 associazioni che hanno presentato progetti volti a migliorare le condizioni di vita di pazienti con emofilia, ovvero A.R.L.A.F.E Onlus di Savignone, la fiorentina A.T.E. Associazione toscana emofilici o.d.v., A.V.E.S. o.d.v. di Parma, ABCE Onlus-Associazione dei bambini coagulopatici ed emofilici di Martina Franca, A.R.C.E. Associazione Regionale Campana dell'Emofilia di Napoli e la vicentina AVEC Onlus-Associazione Veneta per l'Emofilia e le Coagulopatie.

Per l’area neuroscienze-oftalmologia, Fondazione Roche ha premiato 3 progetti dedicati alla malattia di Alzheimer: l’Associazione Italiana Malattia di Alzheimer A.I.M.A o.d.v. di Parma, l’Associazione Veneto Malattia di Alzheimer e Demenze degenerative Onlus di Vicenza e la Federazione Alzehimer Italia di Milano.

L’Associazione emiliana Amici di Casa Insieme o.d.v. e la monzese Epac Onlus si sono aggiudicate il grant  di 50mila euro ciascuna, rispettivamente per progetti sull’Alzheimer nell’area neuroscienze e sull’epatocarcinoma in onco-ematologia.

«Siamo fieri e orgogliosi di poter sostenere le 22 associazioni pazienti nella realizzazione di progetti che supporteranno concretamente pazienti e caregiver. Oggi più che mai è necessario investire sull’aspetto assistenziale, e il sistema salute deve garantire equità di accesso alle cure, ma soprattutto avvicinarle al paziente, come dimostrano i molti progetti vincitori che si basano sull’implementazione di servizi digitali - piattaforme online che mettono in contatto pazienti e clinici, contenuti multimediali quali video e podcast per informare a distanza, strumenti che prevedano il monitoraggio da remoto - in grado di facilitare il percorso di cura e semplificare, grazie alla tecnologia, la gestione di molte patologie», ha commentato – Mariapia Garavaglia, presidente di Fondazione Roche.

La selezione e la valutazione dei progetti è stata seguita da VITA Impresa Sociale, in qualità di partner esterno, sulla base di vari criteri: chiarezza nella descrizione, impatto dei benefici attesi per famiglie, pazienti e comunità, collaborazione e networking con altre realtà, sostenibilità e collaborazione con il sistema salute, e istituzioni pubbliche, innovatività e attenzione verso il tema del digitale, adeguatezza delle risorse dedicate, trasferibilità e replicabilità del servizio proposto.

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Covid. Torna l'ipotesi gruppo sanguigno, quello A potrebbe essere più a rischio di malattia grave

HealthDesk - Mar, 03/22/2022 - 15:10
Lo studio Ics-codablock-blood-bag_sample.jpg Immagine: ICSident at German Wikipedia, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, via Wikimedia Commons Un nuovo studio su Plos Genetics dimostra che il gruppo sanguigno ha un nesso causale con il livelloIl nesso causale tra gruppo sanguigno e livello di gravità di Covid esiste. Ma non è stato dimostrato con certezza quale gruppo sia più a rischio. C’è il sospetto che si tratti del gruppo A

Esiste un legame tra gruppo sanguigno e Covid-19? Finora era emerso il sospetto di un’associazione, ma adesso gli autori di uno studio su Plos Genetics utilizzano l’espressione meno prudente di “nesso causale”, lasciando intendere che chi possiede un determinato gruppo sanguigno sia effettivamente più a rischio di ammalarsi gravemente di Covid. Per ora la notizia è tutta qui. Nel senso che non si sa con certezza quale sia il gruppo sanguigno più sfortunato. C’è il sospetto che si tratti del gruppo A, ma per avere la conferma serviranno ulteriori approfondimenti. Quel che viene fuori dallo studio è che un enzima (AB0) che determina il gruppo sanguigno è associato in maniera causale sia a un aumentato rischio di ricovero sia alla necessità di supporto respiratorio. E dato che alcuni studi precedenti avevano osservato che tra chi ha preso Covid c’è una percentuale significativamente superiore di persone del gruppo A, questa tipologia di gruppo sanguigno diventa naturalmente la prima su cui bisognerà concentrare l’attenzione. Ma non è detto che debba essere l’unica.

Gli scienziati hanno analizzato più di 3mila proteine per individuare quelle associate in maniera causale alle forme gravi di Covid. I risultati hanno portato a 6 proteine che potrebbero essere alla base di un aumento del rischio di Covid grave e 8 che, al contrario, potrebbero avere un ruolo protettivo. 

Una delle proteine (ABO) a cui viene riconosciuto un ruolo nel livello di gravità di Covid determina il gruppo sanguigno. Il che suggerisce che effettivamente il gruppo sanguigno possa influenzare l’andamento dell’infezione da Sars-Cov-2, rendendola più o meno grave. 

L’indagine è stata condotta con il metodo della randomizzazione mendeliana, la tecnica che consente di stabilire relazioni causali tra specifici fattori di rischio e determinate condizioni di salute, in questo caso tra alti livelli di proteine del sangue e varianti genetiche legate al Covid grave. 

«Il nesso causale tra esposizione e malattia può essere stabilito perché le varianti genetiche ereditate dal genitore sono assegnate casualmente al momento del concepimento in modo simile a come uno studio randomizzato controllato divide le persone in gruppi. Nel nostro studio i gruppi sono definiti dalla loro propensione genetica a diversi livelli di proteine nel sangue, consentendo una valutazione del legame causale tra i livelli elevati di proteine nel sangue e la gravità di COVID-19, evitando l'influenza degli effetti ambientali», ha spiegato Vincent Millischer dell'Università di Medicina di Vienna, tra gli autori dello studio. 

Per lo studio sono stati scelti due livelli di gravità di COVID-19, il ricovero e la necessità del supporto respiratorio o la morte. Utilizzando i dati di una serie di studi di associazione sull'intero genoma, i ricercatori hanno trovato sei proteine che erano collegate in modo causale a un aumentato del rischio di ricovero o di ventilazione-morte a causa di Covid-19 e otto proteine collegate sempre in maniera causale a una maggiore protezione nei confronti del ricovero e del supporto respiratorio o morte. 

Tra le proteine selezionate c’è anche un enzima (ABO) che determina il gruppo sanguigno, e che è risultato associato in modo causale sia a un aumentato rischio di ricovero sia alla necessità di supporto respiratorio. 

Questo risultato, aggiunto a quello degli studi precedenti che hanno osservato una  proporzione maggiore del gruppo sanguigno A tra gli individui positivi al Covid-19, suggerisce di concentrarsi sul gruppo sanguigno A per scoprire quanto effettivamente possa influenzare il livello di gravità di Covid. 

«Il nostro studio non collega un gruppo sanguigno preciso al rischio di Covid-19 grave, ma poiché ricerche precedenti hanno scoperto che la percentuale di persone del gruppo A è più alta negli individui positivi, ciò suggerisce che il gruppo sanguigno A è il più probabile candidato per un follow-up degli studi», dichiara Christopher Hübel del King's College tra i firmatari dello studio. 

Dall’analisi sono emerse anche tre molecole collegate a un ridotto rischio di ricovero e di necessità di supporto respiratorio. Le proteine individuate potrebbero servire come potenziali bersagli per lo sviluppo di nuovi farmaci contro Covid. 

«Quello che abbiamo fatto nel nostro studio è fornire una rosa di candidati per la fase successiva della ricerca. Su migliaia di proteine ​​del sangue, abbiamo ridotto la lista a circa 14 che hanno una qualche forma di connessione causale con il rischio di Covid-19 grave e che potrebbero aprire la strada a ulteriori ricerche per comprendere meglio i meccanismi alla base di Covid. Con l’obiettivo di sviluppare nuove cure ma anche terapie preventive», dichiara Gerome Breen, coautore dello studio. 

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Malattie croniche, nel 56% dei casi il caregiver è un familiare

HealthDesk - Mar, 03/22/2022 - 14:08
L’indagine


Il 40 per cento degli italiani soffre di una patologia cronica, uno su 6 necessita di assistenza, e nel 56 per cento il caregiver è un famigliare. È quanto emerge dalla ricerca dell’Osservatorio Sanità di UniSalute in collaborazione con Nomisma. nel 17 per cento dei casi la patologia viene descritta come complessa o estremamente complessa. Per due malati su tre (66%) l’assistenza avviene presso strutture sanitarie, mentre per il 26 per cento del campione interamente a domicilio. Quando non sono i familiari o il paziente stesso ad occuparsene, a farlo è in genere il personale del servizio sanitario pubblico (26%), di associazioni di volontariato (19%) o di strutture private (17%): in tutti e tre i casi la maggioranza delle persone si dichiara soddisfatta dell’assistenza ricevuta, con una leggera prevalenza delle strutture pubbliche (65% dei pazienti afferma di essere soddisfatta o molto soddisfatta).

Ma quali sono gli strumenti che aiutano di più nella gestione della malattia secondo i cargeiver? In testa troviamo le visite mediche a domicilio, considerate utili dal 67 per cento degli intervistati. Nelle prime posizioni ci sono anche altri servizi a domicilio, dall’assistenza infermieristica alla consegna di ricette e medicinali, entrambi al 62 per cento. Ma cresce anche l’attenzione verso soluzioni alternative, come il telemonitoraggio, ritenuto utile dalla maggioranza (51%) dei caregiver, con quasi uno su quattro (24%) che lo considera estremamente utile. Resta evidente un gap informativo, con il 59per cento di chi non utilizza il telemonitoraggio che dichiara di non farlo perché non gli è mai stato consigliato o non sa come utilizzarlo.

 

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C’è un asse occhi-cervello: ecco perché il glaucoma si cura anche con i neuroprotettori

HealthDesk - Mar, 03/22/2022 - 13:17
Farmaci

Oltre agli occhi, c’entra il cervello. Il glaucoma non può più essere considerato una patologia soltanto oculare, ma rientra nelle malattie neurodegenerative, al pari di Alzheimer, Parkinson e Sclerosi laterale amiotrofica (Sla). Negli ultimi anni l’attenzione di medici e pazienti è tutta rivolta a capire come contrastare la neurodegenerazione che mette a rischio cervello e occhi.  «Mentre un tempo veniva considerata una patologia soltanto di pertinenza oculare in cui l'unico responsabile era l'aumento della pressione dell'occhio, oggi il glaucoma viene inserita all'interno della famiglia delle patologie neurodegenerative insieme a Parkinson, Alzheimer e Sclerosi laterale amiotrofica», dichiara Matteo Sacchi, responsabile del Centro Glaucoma dell’Ospedale San Giuseppe, Università degli Studi di Milano.

Ma cos’ha in comune il glaucoma con queste patologie? «Il fatto che riguarda il tessuto nervoso. Infatti, nei pazienti con glaucoma non è soltanto l'occhio a venire alterato, ma anche l'encefalo, cioè le strutture del sistema nervoso centrale. Così come accade per le altre malattie neurodegenerative, anche nel glaucoma le cellule degenerano attraverso il meccanismo dell'apoptosi e il rilascio di sostanze tossiche come glutammato, amiloide e ioni calcio. Inoltre, questa malattia oculare ha delle caratteristiche di progressione e di cronicità tipiche delle altre patologie neurodegenerative», spiega Sacchi. 

Questo significa che oggi la pressione oculare non è più considerato l'unico colpevole dell’insorgenza del glaucoma che diventa, perciò, una patologia multifattoriale determinata da fattori indipendenti dalla pressione dell’occhio e che compongono il puzzle della sua patogenesi. Diversi studi clinici hanno dimostrato che circa nel 30 per cento dei pazienti il glaucoma continua a progredire nonostante la riduzione della pressione oculare. Ecco perché attualmente l’approccio terapeutico è anche di tipo neuroprotettivo. 

Tra le varie molecole studiate come agenti neuroprotettori, il coenzima Q10 e la citicolina risultano essere quelle con la maggiore evidenza scientifica. «Con la terapia neuroprotettiva cerchiamo di agire su due fronti. Prima di tutto quello più energetico perché nel glaucoma il metabolismo mitocondriale è deficitario. Il Coenzima Q10 è la molecola che possiamo aggiungere come terapia adiuvante al paziente per cercare di aiutare il metabolismo energetico mitocondriale che nel glaucoma è deficitario. L’altro fronte è quello strutturale della cellula retinica attraverso la somministrazione di citicolina, una molecola che il nostro organismo produce da solo, ma che in una patologia neurodegenerativa può risultare carente», afferma sacchi. In pratica, Coenzima Q10 e Citicolina lavorano su strade diverse ma convergono verso un unico obiettivo che è la neuroprotezione.

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Perché le donne aspettano 8 anni per una diagnosi di endometriosi?  A confronto le risposte di una paziente e di una ginecologa 

HealthDesk - Mar, 03/22/2022 - 12:29
Intervista doppia

Possono volerci otto anni prima di arrivare a una diagnosi di endometriosi. E una volta ottenute le risposte cercate per tanto tempo, inizia il percorso terapeutico anche questo lungo e complesso. 

Scoprire l’endometriosi è una doccia fredda», dice Roberta, che la malattia l’impatto della malattia lo sperimenta ogni giorno sulla sua pelle. «Se da un lato è sicuramente un sollievo, dopo tanti anni di indagini e cambi continui di medici, dall’altro la vivi come una condanna. I sintomi sono dolore forte durante le mestruazioni e all’ovulazione, dove nella scala del dolore da 1 a 10, come sono abituata a rispondere ai medici, è tra l’8 e il 9. Il tutto accompagnato da nausea, vomito, febbre, dolori alle gambe, stanchezza cronica, come se ogni gg corressi la maratona. Aggiungo anche il dolore acuto durante i rapporti, problemi intestinali, cambi di umore come se non ci fosse un domani. E come non bastasse, difficoltà a fare pipì», dice in un’intervista doppia realizzata da Intimina per aumentare la consapevolezza sull’endometriosi.

Ad affiancare Roberta è Manuela Farris, ginecologa: «Convivere con l'endometriosi può essere molto difficile, sia che si tratti della forma asintomatica, sia di quella dolorosa. I sintomi sono tutt'altro che specifici, e sono molti i casi di donne che soffrono in silenzio perché senza alcuna diagnosi precisa. Alcune donne manifestano sintomi lievi, altre in forma più grave con anche ripercussioni sulla fertilità (anche se il livello di dolore non sempre è sinonimo di gravità dell’endometriosi)», afferma il medico. 

«Quando mi è stata diagnosticata l’endometriosi, mi è stata prescritta la pillola progestinica per cercare di tenere a bada la malattia e i dolori, oltre ad alcuni integratori. È  servito a tenere sotto controllo la malattia, con controlli ogni 6 mesi, con l’obiettivo di evitare l’intervento fino a che è stato possibile», aggiunge Roberta.

«Purtroppo - le fa eco Farris - non sono ancora note le cause dell'endometriosi. Il dolore durante le mestruazioni è il sintomo principale, che può essere presente anche dopo e anche nei rapporti sessuali. In caso di mestruazioni dolorose e /o abbondanti è sempre bene consultare un ginecologo. Sarà poi l’ecografia a confermare o escludere la presenza della patologia. L’endometriosi può avere un enorme impatto sulla qualità di vita essendo una condizione che si può trattare ma che deve essere considerata come una malattia cronica. È bene, inoltre, tenere un diario dei sintomi perché può essere difficile distinguere l'endometriosi da altre condizioni mediche. In ogni caso è necessario eseguire una risonanza magnetica prima di considerare un intervento chirurgico».

«Quando si è deciso per l’intervento, mi sono stati spiegati tutti i passaggi che sarebbero stati fatti e le eventuali complicanze e rischi, come ad esempio la resezione intestinale e la possibilità di un eventuale stomia, che per mia fortuna si è tramutata in uno shaving rettale. Mi avevano spiegato che lo avrei scoperto al risveglio dall’intervento perchè questa malattia subdola sfugge anche ai migliori macchinari radiologici. Il post operatorio è stato relativamente facile: una volta tolto il drenaggio, la deambulazione è migliorata ed è stato tutto in discesa. Non lo ricordo particolarmente doloroso, vero anche che fortunatamente il mio intervento non ha avuto complicazioni», prosegue Roberta. 

«La chirurgia è riservata a casi particolari e va eseguita solo se necessaria», dice Manuela Farris. «L’ovaio è un organo molto sensibile una chirurgia errata può portare ad una menopausa precoce da danno iatrogeno. Quindi cosa bisogna dire? Trattate sempre senza sottovalutare il disagio di una terapia cronica. Non si può più dire che la sofferenza e il dolore sono donna. Poiché il dolore è il sintomo va sempre trattato. Dobbiamo smettere di pensare che se le nostre mamme o le nostre nonne avevano dolore durante le mestruazioni anche noi dobbiamo sopportare e magari essere obbligate a passare uno o più giorni a letto. I possibili trattamenti includono farmaci come le pillole contraccettive, il sistema intrauterino al Levonorgestrel (IUS) e progestinici specifici per il trattamento dell’endometriosi, la chirurgia deve essere riservata esclusivamente a casi specifici. Non esiste una terapia più indicata: sia la pillola contraccettiva che gli altri trattamenti funzionano per il controllo del dolore causato da endometriosi, la scelta dipende anche molto dalle esigenze e dai progetti di vita della donna. Per esempio, potrebbe essere necessaria una combinazione di diversi trattamenti, con accorgimenti particolari per quante vogliono diventare mamme e hanno difficoltà». 

«Quando un’amica mi confida di avere determinati sintomi, le dico sempre di affidarsi a un medico davvero competente. So che non è facile trovare sempre le persone giuste e invito a cercare un centro specializzato. La cosa importante è che rendersi conto che non è normale non alzarsi dal letto durante le mestruazioni e se succede c’è un problema e bisogna indagare. Non ascoltare mai chi ti dice che è la testa, perché non è così: dobbiamo imparare a farci ascoltare», aggiunge Roberta. 

«Se una donna ha dolore deve sempre consultare un medico. Il problema è parlare del dolore in caso di donne: che sia endometriosi, che sia semplice dolore mestruale, che sia una cefalea pare che le donne debbano soffrire sempre. Non è così. Il dolore può e deve essere trattato. Molto spesso le donne non vanno dal medico perché si pensa che sia normale. Non è così», conclude la ginecologa.

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La pandemia frena la lotta alla tubercolosi. 75% dei bambini sotti i 5 anni non ha avuto accesso alle cure e alla prevenzione

HealthDesk - Mar, 03/22/2022 - 11:51
Giornata Mondiale della Tubercolosi fact2-633.jpg Immagine: Organizzazione Mondiale della Sanità, Ttuberculosis patients, Africa Solo 20 milioni di persone da servizi per diagnosi e trattamento. La metà rispetto all’obiettivoL’Oms avverte: se non aumentano gli investimenti, i progressi nella lotta alla tubercolosi subiranno un arresto. A causa della pandemia solo 20 milioni di persone sono state raggiunte dai servizi per la diagnosi e il trattamento. La metà rispetto all’obiettivo globale per il 2022

La lotta alla tubercolosi costa. E costa tanto. Servono i test per la diagnosi, i trattamenti, le campagne di prevenzione, serve il personale sanitario, la formazione, le strutture. Tutto ciò si può ottenere al prezzo di 13 miliardi di dollari l’anno. Ed è questa la cifra che si sarebbe dovuta investire annualmente a partire dal 2022. Ma il budget globale per ora non arriva neanche alla metà. 

Gli esperti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità non ci girano intorno: la prima cosa da fare per evitare di mandare in fumo i progressi ottenuti finora è aumentare gli aiuti economici. Poi si penserà al resto, a organizzare la distribuzione dei kit diagnostici, a promuovere la prevenzione, a fornire vaccini e profilassi. Ma ora servono soldi e ne servono tanti. L’appello lanciato dall’Oms in occasione della giornata mondiale della tubercolosi (24 marzo) è inequivocabile: «Sono necessari investimenti urgenti per sviluppare ed espandere l'accesso ai servizi e agli strumenti più innovativi per prevenire, diagnosticare e curare la tubercolosi che potrebbero salvare milioni di vite ogni anno, ridurre le disuguaglianze ed evitare enormi perdite economiche. Questi investimenti offrono enormi ritorni per Paesi e donatori, in costi sanitari evitati e maggiore produttività», ha dichiarato Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Oms. 

Gli investimenti necessari

Di quanti soldi parliamo? Di circa 7 miliardi di dollari per raggiungere l’obiettivo globale fissato per il 2022 a cui vanno aggiunti altri 1,1 mila dollari all’anno per la ricerca e sviluppo. Solo così si potrà riparare ai danni provocati da Covid-19 nella gestione della tubercolosi e riprendere la lotta alla malattia infettiva allo stesso ritmo del passato, quello che ha consentito dal 2000 a oggi di salvare 66 milioni di vite.

I futuri investimenti, dicono dall’Oms, serviranno soprattutto per accelerare lo sviluppo di nuovi strumenti, in particolare nuovi vaccini.

I progressi verso l’obiettivo di curare 40 milioni di persone con tubercolosi entro il 2022, fissato dalle Nazioni Unite Nazioni Unite e dall'iniziativa Find.Treat.All dell’OMS, sono a rischio principalmente a causa della mancanza di fondi. Tra il 2018 e il 2020, 20 milioni di persone sono state raggiunte con un trattamento per la tubercolosi. La metà esatta del traguardo prefissato. Nello stesso periodo 8,7 milioni di persone hanno avuto accesso ai trattamenti preventivi, il 29 per cento dell'obiettivo di 30 milioni previsto per il 2022. 

L’allarme sui bambini

La situazione è ancora peggiore per i bambini e gli adolescenti affetti da tubercolosi. Si stima che nel 2020 il 63 per cento dei bambini e dei ragazzi al di sotto dei 15 anni affetti da tubercolosi non sia stato raggiunto o non abbia avuto accesso ai servizi di diagnosi e cura della tubercolosi.  È andata ancora peggio tra i bambini al disotto dei 5 anni di età: il 72 per cento dei più piccoli è sfuggito ai programmi di assistenza sanitaria. Quasi due terzi dei bambini a rischio di tubercolosi sotto i 5 anni non hanno ricevuto un trattamento preventivo. 

In occasione della Giornata mondiale della tubercolosi l’Oms lancia l’allarme affinché i Paesi ristabiliscano urgentemente l'accesso ai servizi per la tubercolosi, interrotto a causa della pandemia per tutte le persone con tubercolosi e in particolare per i bambini e gli adolescenti. E non a caso l’Oms ha sentito  la necessità di aggiornare le linee guida sulla gestione delle tubercolosi proprio nei bambini e negli adolescenti, sottolineando l’importanza di un approccio centrato sul paziente per la diagnosi, il trattamento e la prevenzione.

Le nuove linee guida per i minori

Con questo documento l’Oms intende informare sulle novità nella gestione della tubercolosi che possono rivelarsi preziose limitare la diffusione della malattia tra bambini e adolescenti. Ecco, in sintesi, i nuovi strumenti della lotta alla Tbc: 

- Si può ricorrere a test diagnostici non invasivi, come le analisi delle feci.

- La diagnostica molecolare rapida è raccomandata come test iniziale per la diagnosi della tubercolosi nei bambini e negli adolescenti.

- Ai bambini e agli adolescenti che hanno forme non gravi di tubercolosi sensibile ai farmaci si raccomanda ora un trattamento di quattro mesi invece di sei mesi, così come per la meningite da tubercolosi, dove ora è raccomandato un regime di sei mesi invece di 12 mesi. 

- Due dei nuovi farmaci per il trattamento della tubercolosi resistente ai farmaci (bedaquilina e delamanid) sono ora raccomandati per l'uso nei bambini di tutte le età, consentendo ai bambini con tubercolosi resistente ai farmaci di ricevere regimi di trattamento per via orale indipendentemente dalla loro età.

- Si raccomandano inoltre nuovi modelli di assistenza decentralizzata e integrata nel territorio, che consentiranno a un numero maggiore di bambini e adolescenti di accedere alle cure per la tubercolosi o al trattamento preventivo, in luoghi più vicini alla loro residenza. 

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Quando il Covid è extra-long⎥ La dieta ideale per chi ha il diabete

HealthDesk - Mar, 03/22/2022 - 05:45

 

La pandemia frena la lotta alla tubercolosi. 75% dei bambini sotti i 5 anni non ha avuto accesso alle cure e alla prevenzione L’Oms avverte: se non aumentano gli investimenti, i progressi nella lotta alla tubercolosi subiranno un arresto. A causa della pandemia solo 20 milioni di persone sono state raggiunte dai servizi per la diagnosi e il trattamento. La metà rispetto all’obiettivo globale per il 2022 Leggi tutto Covid. Torna l'ipotesi gruppo sanguigno, quello A potrebbe essere più a rischio di malattia grave Il nesso causale tra gruppo sanguigno e livello di gravità di Covid esiste. Ma non è stato dimostrato con certezza quale gruppo sia più a rischio. C’è il sospetto che si tratti del gruppo A Leggi tutto Quando il Covid è extra-long. Depressione e disturbi del sonno anche 16 mesi dopo l’infezione Covid ha un impatto più prolungato del previsto sulla salute mentale. I sintomi di depressione e insonnia possono durare anche 16 mesi. Rischiano di più le persone che hanno avuto la malattia in forma grave e sono state costrette a letto. C’entra la paura di non guarire ma anche l’infiammazione Leggi tutto


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