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Aggiornato: 14 ore 34 min fa

I vaccini intra nasali segneranno la fine della pandemia?

Sab, 09/10/2022 - 08:52
Il quesito 51568240621_e9a4413d20_k.jpg Immagine: Marco Verch Professional Photographer / Flickr (CC BY 2.0) I vaccini inalati attraverso la bocca o il naso potrebbero bloccare il virus sulla porta di ingressoIn linea teorica potrebbero segnare la svolta e porre fine alla pandemia. Perché i vaccini che attivano le difese nella bocca o nel naso bloccherebbero l’ingresso del virus evitando il contagio e la trasmissione dell’infezione. È l’agognato traguardo dell’immunità sterilizzante. È raggiungibile?

Il Sacro Graal della pandemia si chiama “immunità sterilizzante”. Ottenerla significa assicurarsi la massima protezione possibile: escludere del tutto il rischio di contagio. Non solo ridurre le probabilità di venire infettati, non solo abbassare fino quasi ad annullare il rischio di malattia grave, ma diventare totalmente immuni, impermeabili al virus, capaci di superare indenni tutti i focolai, senza più temere che il tampone dia un risultato positivo. 

Non ci si è arrivati con i vaccini attuali, ma la svolta potrebbe arrivare dai vaccini in spray o in gocce che penetrano nel naso o nella gola, le porte di accesso di Sars-Cov-2. Ne sono stati approvati già due, uno in Cina e uno in India. Il primo è uno spray da spruzzare nel naso e nella gola indicato come booster, il secondo viene somministrato in forma di gocce nel naso ed è stato approvato in due dosi nel ciclo primario.  Questi vaccini stimolano le risposte immunitarie nelle mucose che rivestono il naso e la bocca, le prime porte di ingresso di Sars-Cov-2. E per questo dovrebbero riuscire a bloccare la trasmissione, impedendo anche i casi lievi di malattia. Con più di 100 sperimentazioni in corso nel mondo di cui 20 già in fase clinica, i vaccini orali e spray sono attesi come un deus ex machina capace di  segnare la fine di questa storia infinita. Alcuni sono identici ai vaccini iniettati intramuscolo e differiscono solo nella modalità di somministrazione, altri hanno anche una composizione diversa. Per esempio, il vaccino spray cinese sviluppato da CanSino è uguale a quello iniettato prodotto dalla stessa azienda. 

L’aspettativa nei loro confronti è alta, ma le speranze sono ben riposte? La risposta è “ni”. Almeno così la vede Emily Waltz, autrice di un dettagliato articolo su Nature, che spiega le potenzialità dei nuovi vaccini senza però nascondere qualche perplessità sulla loro fattibilità e reale efficacia.

Perché lo spray sarebbe meglio?

Gli attuali vaccini anti Covid possono fare molto, ma non tutto.  Riducono il rischio di malattia grave, prevengono il ricovero, rendono i sintomi più leggeri, ma non impediscono di ammalarsi né di contagiare altre persone. In sostanza, la vaccinazione non impedisce al virus di continuare a circolare, non ne blocca la trasmissione. Succede perché l’iniezione intramuscolare ha dei limiti nelle risposte immunitarie che può attivare. Il vaccino che viene iniettato nel braccio stimola i linfociti T, che distruggono le cellule infette, e i linfociti B, che producono anticorpi che "neutralizzano" i patogeni. Ma sia i linfociti che gli anticorpi circolano soprattutto nel flusso sanguigno, mentre sono presenti a livelli bassi nel naso e nei polmoni. E prima che riescono a passare dal sangue alle mucose nasali, il virus è già riuscito a entrare nell’organismo indisturbato. 

I vaccini che agiscono sulle mucose, invece, possono attivare le cellule immunitarie localizzate nel l naso e nelle vie respiratorie che hanno funzioni leggermente diverse dalle cellule immunitarie circolanti. Ad esempio, i linfociti B di memoria presenti nelle mucose producono anticorpi chiamati immunoglobuline secretorie A (IgA) capaci di dare una risposta immediata e in linea teorica “più bravi” a bloccare Sars-Cov-2 sulla soglia di ingresso. 

Raggiungere l’immunità sterilizzante contro Sars-Cov-2 è possibile 

Gli studi negli animali sono promettenti. I test pre-clinici dei vaccini che agiscono sulle mucose delle vie respiratorie suggeriscono che è possibile ottenere l’immunità sterilizzante. Per esempio, uno studio sui topi condotto alla Yale University ha scoperto che un richiamo con il vaccino intranasale (somministrato dopo una dose di vaccino convenzionale) induceva l'immunità della mucosa e proteggeva completamente gli animali esposti a una dose letale di coronavirus, un risultato irraggiungibile con il vaccino intramuscolare.

Una sperimentazione sui macachi rhesus di un vaccino intranasale ha dimostrato la capacità del vaccino di proteggere completamente gli animali dall'infezione. «Nei modelli pre-clinici, otteniamo qualcosa che è molto vicino alla sterilizzazione dell'immunità. Bisognerà vedere come tutto ciò si traduce negli studi clinici», ha dichiarato a Nature Ursula Buchholz, capo della sezione sullo studio dei virus a RNA del National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID), che ha guidato lo studio.

I vaccini orali hanno funzionato contro altre malattie?

La storia dei vaccini orali o spray non è tutta rose e fiori. Esistono almeno nove vaccini che agiscono sulla mucosa contro agenti patogeni tra cui poliovirus, influenza e colera. Otto di questi vaccini vengono assunti per via orale e uno, quello contro l'influenza, viene somministrato per via intranasale.

Il vaccino orale contro la poliomielite ha i ben noti “pro” e “contro”:  inducendo l'immunità nella mucosa intestinale si avvicina al traguardo dell'immunità sterilizzante, ma in rari casi il virus vivo attenuato introdotto con il vaccino può mutare e causare la malattia (poliomielite paralitica associata al vaccino). Per altre malattie, i vaccini spray o orali hanno avuto ancora meno successo, in alcuni casi perché non arrivavano ad assicurare una protezione sufficiente, in altri per gli effetti collaterali che scatenavano. 

Il  vaccino antinfluenzale intranasale di Berna Biotech, per esempio, è stato ritirato dal mercato  nel 2001 perché poteva provocare una paralisi facciale temporanea, mentre il vaccino FluMist, un vaccino intranasale vivo attenuato contro l'influenza approvato negli Stati Uniti e in Europa, si è rivelato molto efficace nei bambini ma non negli adulti. 

Alla ricerca delle prove di efficacia 

Valutare in anticipo l’efficacia di un vaccino spray non è semplice. Con i vaccini intramusolari si procede misurando i livelli di anticorpi neutralizzanti che circolano nel sangue. Livelli più alti generalmente significano una migliore protezione. Ma per i vaccini della mucosa che mirano a indurre l'immunità sterilizzante, non esiste una correlazione chiara. 

Nel caso del vaccino spray anti Covid, per esempio, non è chiaro il livello di IgA secretorie, o di altri anticorpi e di cellule T di memoria nelle mucose che serve per garantire l’immunità sterilizzante. 

Non potendo contare sulle stesse strategie usate per i vaccini intramuscolo, i produttori dei nuovi vaccini hanno dovuto ricorrere a sistemi differenti. 

L’azienda indiana Bharat Biotech e quella cinese CanSino, per esempio, hanno deciso di misurare gli anticorpi neutralizzanti sistemici nel sangue indotti dai loro vaccini orali o spray, stabilendo che livelli equivalenti o superiori a quelli sviluppati con i vaccini intramuscolo servirebbero a dimostrare che il vaccino funziona. 

Un’altra possibilità è quella di condurre studi di efficacia confrontando un gruppo che riceve il vaccino con un gruppo placebo. Ma i gruppi placebo stanno diventando una rarità, visto che il numero di persone che non sono state infettate da Sars-CoV-2 o che non sono state vaccinate si sta riducendo sempre più. Uno studio del genere è ancora possibile in Paesi con bassi tassi di vaccinazione e un accesso limitato ai vaccini. «È possibile determinare l’efficacia. È solo un po' più complicato che testare i vaccini intramuscolari di prima generazione in una popolazione naïve alle infezioni» afferma Sandy Douglas, a capo della sperimentazione di un vaccino intranasale contro Sars-Cov-2 sviluppato dall'Università di Oxford, nel Regno Unito.

Per ora sono solo almeno quattro i vaccini spray o orali che hanno completato o gli studi di fase III, uno in India, uno in Iran e due in Cina. L’Iran ha concesso l'approvazione di emergenza del vaccino nell'ottobre 2021 ma ancora non sono stati pubblicati i dati sull'efficacia nel mondo reale. Sembra che anche la Russia abbia approvato un vaccino nasale per il suo mercato ma non ha pubblicato i dati. 

Categorie: Medicina integrata

Malaria: un anticorpo monoclonale protegge dall’infezione

Ven, 09/09/2022 - 16:35
Lo studio Anopheles_stephensi.jpeg Immagine: Jim Gathany, Public domain, via Wikimedia Commons La nuova arma di prevenzione contro la malaria chiama L9LS ed è stata sviluppato ispirandosi all’antI risultati dello studio di fase I su L9LS sono incoraggianti: l’anticorpo monoclonale L9LS è sicuro e protegge dall’infezione le persone esposte alle punture di zanzare portatrici del parassita. Ora verrà sperimentato nelle zone endemiche

La profilassi contro la malaria a base dell’ anticorpo monoclonale L9LS sembrerebbe funzionare. I risultati del trial clinico di fase I pubblicati sul New England Journal of Medicine sono promettenti: l’ iniezione di L9LS è sicura e fornisce un elevato livello di protezione negli adulti esposti al parassita della malaria. Lo studio di cui stiamo parlando, sostenuto dal National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID), è stato condotto negli Stati Uniti ma contemporaneamente sono in corso sperimentazioni sul potere preventivo dell’anticorpo monoclonale tra i bambini del Mali e del Kenia dove la malaria è endemica che dovrebbero valutare il livello di protezione asscirato dal farmaco nell’arco di 6 o 12 mesi.

«Questi primi risultati di studi clinici che dimostrano che un anticorpo monoclonale somministrato per via sottocutanea può proteggere le persone dalla malaria sono altamente incoraggianti. Un intervento una tantum che protegge dalla malaria da sei mesi a un anno potrebbe ridurre in modo significativo la morbilità e la mortalità tra i bambini nelle regioni endemiche e offrire uno strumento preventivo efficace per gli operatori sanitari, il personale militare e i viaggiatori in queste aree», ha dichiarato Anthony S. Fauci, direttre del NIAID. 

L9LS è la versione artificiale di un anticorpo naturale chiamato L9, derivato dal sangue di un volontario che aveva ricevuto un vaccino sperimentale contro la malaria. L'anticorpo agisce neutralizzando i parassiti nella pelle e nel sangue prima che possano infettare le cellule del fegato. 

L9LS somiglia a un altro anticorpo candidato come anti-malarico, noto come CIS43LS, trovato altamente protettivo quando somministrato per via endovenosa. Tuttavia, L9LS è da due a tre volte più potente e inoltre può essere somministrato con una iniezione sottocutanea, una modalità più semplice e conveniente rispetto all’infusione per endovena. 

Lo studio di fase 1 ha coinvolto 18 partecipanti che hanno ricevuto varie dosi di L9LS per via sottocutanea o endovenosa. Dopo essersi accertati di tollerare l'iniezione senza effetti collaterali, i partecipanti si sono sottoposti alla puntura delle zanzare portatrici del parassita della malaria per cinque volte, a partire da due fino a sei settimane dopo aver ricevuto l’anticorpo monoclonale. La procedura è stata eseguita in un ambiente attentamente controllato, secondo il protocollo previsto dalla cosiddetta “infezione da malaria umana controllata (CHMI)”, una tecnica utilizzato da decenni nella ricerca sulla malaria. Il personale medico monitora da vicino i partecipanti esposti al parassita e fornisce un trattamento adeguato in caso di infezione. 

L’anticorpo monoclonale L9LS ha protetto completamente dalla malaria 15 persone su 17 (88%) durante il periodo di esposizione di 21 giorni. Tutti i volontari nel gruppo di controllo che sono stati sottoposti a CHMI, ma non hanno ricevuto L9LS, si sono invece infettati e sono stati prontamente trattati senza complicazioni. Inoltre, quattro dei cinque partecipanti che avevano ricevuto una bassa dose sottocutanea dell’aniticorpo risultavano comunque protetti. 

«Questa è la prima dimostrazione che un anticorpo monoclonale può fornire protezione quando somministrato per via sottocutanea, con importanti implicazioni per un uso clinico diffuso e per raggiungere l'obiettivo di eliminare la malaria. Non vediamo l'ora di ottenere risultati in studi sul campo più ampi che aiuteranno a individuare la dose efficace», ha affermato Robert Seder, capo della sezione di immunologia cellulare presso il Vaccine Research Center del NIAD, a capo della sperimentazione di L9LS.

 

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Il sospetto: il paracetamolo riduce l’efficacia dell’immunoterapia contro il cancro

Ven, 09/09/2022 - 13:14
Il sospetto Paracetamol_acetaminophen_500_mg_pills.jpg Immagine: Michelle Tribe from Ottawa, Canada, CC BY 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/2.0>, via Wikimedia Commons I pazienti con elevati livelli di paracetamolo all’inizio dell’immunoterapia hanno esiti peggioriTre studi indipendenti dimostrano che i pazienti oncologici con elevati livelli di paracetamolo all’inizio dell’immunoterapia hanno esiti peggiori. C’è il timore che il farmaco antipiretico agisca sul sistema immunitario ostacolando l’azione del trattamento immunologico

Il paracetamolo fa da freno all’immunoterapia. I pazienti oncologici che cominciano una terapia immunologica con elevati livelli del comune farmaco antipiretico nel sangue hanno esiti peggiori. Lo dimostrano tre studi che hanno valutato i tassi di progressione libera da malattia (progression-free survival, PFS) e di sopravvivenza complessiva (overall survival, OS) in associazione al livello di paracetamolo riscontrato prima dell’avvio del trattamento. 

Il più ampio dei tre studi, con 392 partecipanti, ha dimostrato che i pazienti con quantità rilevabili di paracetamolo all’inizio della terapia con nivolumab (un inibitore del checkpoint PD-1)  avevano una probabilità del 33 per cento inferiore di sopravvivenza rispetto ai pazienti che non avevano tracce del farmaco nel sangue. 

Un altro studio su 297 pazienti trattati con un farmaco immunoterapico inibitore di PD-1-L1 ha mostrato una riduzione del 50 per cento della progressione libera da malattia e della sopravvivenza complessiva nel gruppo di partecipanti che prima di iniziare la terapia immunologica avevano assunto paracetamolo. Il farmaco antipiretico e analgesico sembrerebbe compromettere a tal punto l’immunoterapia che nessuno dei pazienti coinvolti nel terzo studio (34 presone) con elevate quantità di paracetamolo ha ottenute risposte significative dalla cura contro il cancro che potenzia il sistema immunitario. 

I dati clinici dei tre studi sono in linea con quelli osservati negli animali. Una sperimentazione condotta su modelli animali di cancro al colon, descritta su Annals of Oncology,  si è conclusa mostrando che gli animali sottoposti all’immunoterapia e pre-trattati con paracetamolo avevano molte meno probabilità di sopravvivere alla malattia di quelli che non avevano assunto paracetamolo. 

Con tre studi clinici differenti e uno studio pre-clinico che giungono alla stessa conclusione è difficile pensare a una coincidenza. È altamente probabile, quindi,  che il paracetamolo riduca l'immunità antitumorale mediata dai linfociti T nei tumori avanzati. 

Il motivo per cui ciò accada è ancora da scoprire, ma è evidente che il farmaco vada usato con estrema cautela se non del tutto evitato nei pazienti oncologici sottoposti a terapia immunologica. Anche perché non è chiaro se il paracetamolo abbia effetti negativi anche nel corso della terapia.

Gli autori di un editoriale di accompagnamento hanno definito i risultati dello studio pre-clinico «importanti, convincenti e preoccupanti»: «I dati vanno a sostegno del fatto che il paracetamolo sembra smussare l'efficacia dell’inibitore del checkpoint immunitario, forse attraverso l'attivazione di elementi immunitari regolatori, vale a dire T-regs (cellule T regolatorie). La conclusione principale di questo lavoro suggerisce che uno dei farmaci più utilizzati nei pazienti può mitigare i benefici dell'immunoterapia contro il cancro. Sebbene questo studio richieda una conferma prima di eliminare radicalmente l'uso del farmaco nei nostri pazienti, i dati richiedono a tutti noi che trattiamo pazienti con inibitori del checkpoint immunitario di riesaminare se i nostri pazienti devono davvero assumere il paracetamolo», scrivono gli autori dell’editoriale. 

Categorie: Medicina integrata

Sospetti sui dolcificanti artificiali⎥ Covid, pandemia in discesa

Ven, 09/09/2022 - 05:45

I vaccini intra nasali segneranno la fine della pandemia? In linea teorica potrebbero segnare la svolta e porre fine alla pandemia. Perché i vaccini che attivano le difese nella bocca o nel naso bloccherebbero l’ingresso del virus evitando il contagio e la trasmissione dell’infezione. È l’agognato traguardo dell’immunità sterilizzante. È raggiungibile? Leggi tutto Malaria: un anticorpo monoclonale protegge dall’infezione I risultati dello studio di fase I su L9LS sono incoraggianti: l’anticorpo monoclonale L9LS è sicuro e protegge dall’infezione le persone esposte alle punture di zanzare portatrici del parassita. Ora verrà sperimentato nelle zone endemiche Leggi tutto


Testata registrata presso il Tribunale di Roma, n. 53/2014

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Sospetti sui dolcificanti artificiali⎥ Covid, pandemia in discesa

Gio, 09/08/2022 - 22:51

I vaccini intra nasali segneranno la fine della pandemia? In linea teorica potrebbero segnare la svolta e porre fine alla pandemia. Perché i vaccini che attivano le difese nella bocca o nel naso bloccherebbero l’ingresso del virus evitando il contagio e la trasmissione dell’infezione. È l’agognato traguardo dell’immunità sterilizzante. È raggiungibile? Leggi tutto Malaria: un anticorpo monoclonale protegge dall’infezione I risultati dello studio di fase I su L9LS sono incoraggianti: l’anticorpo monoclonale L9LS è sicuro e protegge dall’infezione le persone esposte alle punture di zanzare portatrici del parassita. Ora verrà sperimentato nelle zone endemiche Leggi tutto


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I dolcificanti artificiali non sono un’alternativa sana allo zucchero

Gio, 09/08/2022 - 15:27
L’analisi pexels-alex-green-5699519.jpg Immagine: Alex Green Uno studio francese boccia i dolcificanti come alternativa allo zucchero. Il rimedio rischia di esseI dolcificanti usati quotidianamente da milioni di persone e presenti in migliaia di cibi e bevande, non dovrebbero essere considerati un'alternativa sana e sicura allo zucchero. Perché aumentano il rischio di malattie cardiovascolari

Un rimedio peggiore del danno? Forse non arrivano a tanto, forse i dolcificanti artificiali non hanno effetti sulla salute peggiori dello zucchero, ma certamente non possono essere considerati un’alternativa sana e sicura al prodotto naturale. 

Lo sostiene un ampio studio francese pubblicato sul British Medical Journal che ha osservato un’associazione tra un consumo elevato di edulcoranti e l’aumento del rischio di malattie cardiovascolari, tra cui infarto e ictus. 

I ricercatori del Institut national de la santé et de la recherche médicale (Inserm) hanno raccolto informazioni su oltre 103mila persone dall’età media di 42 anni presenti nel database dello studio NutriNet-Santé, una indagine on line avviata in Francia nel 2009 per  studiare il rapporto tra cibo e salute. 

Il consumo di dolcificanti artificiali è stato ricavato da questionari sulle abitudini alimentari raccolti ogni 24 ore. Nell'analisi sono stati inclusi i dolcificanti artificiali di tutti i tipi: aspartame, acesulfame potassico e sucralosio, presenti nelle bevande, negli alimenti come yogurt e gelati, oppure confezionati in bustine e pillole (da aggiungere al caffè per esempio).

Il 37 per cento dei partecipanti ha consumato dolcificanti artificiali, con un'assunzione media di 42,46 mg/al giorno, che corrisponde a circa un singolo pacchetto di dolcificante da tavola o 100 ml di bibita sugar free. Il gruppo in cui è stato registrato il maggior consumo ha assunto in media 77,62 mg/die. Il gruppo che ha consumato meno ha assunto in media 7,46 mg/die.

Rispetto a chi non faceva uso di dolcificanti, le persone con il consumo massimo erano più giovani, avevano un indice di massa corporea più alto, erano più propensi a fumare, erano meno attivi fisicamente e più inclini a seguire una dieta dimagrante. Consumavano meno alcol, meno grassi saturi e polinsaturi, meno fibre, carboidrati, frutta e verdura e più sodio, carne rossa e lavorata, latticini e bevande senza zuccheri aggiunti. I ricercatori hanno tenuto conto di queste differenze nelle loro analisi.

Durante un periodo medio di follow-up di nove anni, si sono verificati 1.502 eventi cardiovascolari. Includevano infarto, angina, angioplastica (una procedura per allargare le arterie bloccate o ristrette al cuore), attacco ischemico transitorio e ictus.

Nel periodo medio di follow-up di nove anni, si sono verificati 1.502 eventi cardiovascolari, tra cui infarto, angina, angioplastica, attacco ischemico transitorio e ictus.

I ricercatori hanno osservato che l'assunzione totale di dolcificanti artificiali era associata a un aumento del rischio di malattie cardiovascolari (con un tasso di 346 casi per 100.000 anni-persona nel gruppo dei consumatori più elevati e 314 per 100.000 anni-persona nei non consumatori).

I dolcificanti artificiali, in particolare, erano maggiormente associati al rischio di malattie cerebrovascolari (tassi assoluti 195 e 150 per 100.000 anni-persona rispettivamente nei massimi consumatori e nei non consumatori). L'assunzione di aspartame era associata ad un aumentato rischio di eventi cerebrovascolari, mentre l'acesulfame potassico e il sucralosio erano associati ad un aumentato rischio di malattia coronarica. 

Gli autori riconoscono che la natura osservazionale dello studio non permette di avere la prova di una causa diretta tra il consumo di dolcificanti e il maggior rischio di malattie cardiovascolari. 

Non si può neanche escludere che altri fattori abbiano influenzato il risultato. Ma l’ampiezza del campione e il rigore dell’indagine portano i ricercatori ad affermare che sostituire lo zucchero con gli edulcoranti artificiali non procura alcun vantaggio per la salute. 

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Diagnosi precoce delle malattie neurodegenerative grazie alle nuove sonde molecolari disegnate al computer

Gio, 09/08/2022 - 14:23
Lo studio

Sono “esperte di pedinamento”, si mettono sulle tracce del bersaglio e lo seguono passo dopo passo lungo l’intero percorso, cogliendolo in flagrante  nel  momento in cui comincia fare danni. Si comportano così le sonde molecolari che monitorano i movimenti della proteina TDP-43 la cui funzionalità risulta alterata in varie malattie neurodegenerative, come per esempio la sclerosi laterale amiotrofica e la demenza frontotemporale. Le sonde possono essere utilizzate per studiare il comportamento di tale proteina all’interno delle cellule e la loro azione è stata validata in collaborazione con i ricercatori dell’Università La Sapienza, il Centre for Genomic Regulation a Barcellona, Università di Edimburgo e il Kings College a Londra. 

Le sonde, descritte su Nature Communications, sono state realizzate dal laboratorio di RNA Systems Biology dell’IIT a Genova tramite una progettazione a computer che ha permesso la creazione di una molecola di RNA capace di legarsi a una specifica proteina associata a processi di neurodegenerazione, la TDP-43 che si aggrega in masse informi e non solubili all’interno dei neuroni, alterandone il metabolismo e la funzione cellulare. Grazie a questa tecnologia si può monitorare il processo di aggregazione della proteina TDP-43 all’interno delle cellule neuronali, fino dai primi stadi.  

«Attraverso l’uso dei nostri algoritmi, abbiamo disegnato degli aptameri di RNA specifici per la proteina TDP-43, e abbiamo osservato la loro interazione con la proteina durante i processi di aggregazione attraverso tecniche di microscopia avanzata. Siamo in grado di identificare aggregati di TDP-43 molto piccoli, di circa 10 nanometri, che, per quanto ci risulta, la migliore risoluzione mai ottenuta fino ad oggi», spiega Gian Gaetano Tartaglia, responsabile del Laboratorio di RNA Systems Biology dell’IIT a Genova. 

Gli aptameri potranno essere sfruttati per lo sviluppo di tecniche diagnostiche precoci per tali malattie.

«Abbiamo dimostrato che i nostri aptameri di RNA possono essere usati per monitorare in tempo reale la posizione della proteina TDP-43 in cellule vive, sia nella sua forma solubile e fisiologica che in quelle aggregate e patologiche di dimensioni variabili, tra cui quelle non visibili con metodi standard», aggiunge Elsa Zacco, prima autrice della ricerca.

Lo studio è stato realizzato dai ricercatori di IIT Elsa Zacco, Alexandros Armaos e Gian Gaetano Tartaglia (ricercatore anche all’Università La Sapienza), con la partecipazione del gruppo guidato da Mathew Horrocks all’Università di Edimburgo e Annalisa Pastore al King’s College di Londra.

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L’allarme della filiera farmaceutica: costi fuori controllo mettono a rischio salute

Gio, 09/08/2022 - 13:47
L’allarme

Parte la caccia ai farmaci mancanti. Lo scenario potrebbe realizzarsi già dalle prossime settimane: prodotti introvabili nelle farmacie perché l’insostenibilità dei costi dovuta alla crisi energetica sta seriamente mettendo a rischio le forniture dell’intera filiera della salute. È l’allarme lanciato da Farmindustria , Egualia, Assoram, ADF,  Federfarma Servizi,  Federfarma, Assofarm che chiedono di considerare la filiera, come avvenuto durante la pandemia, un comparto essenziale al quale assicurare continuità e sostenibilità della fornitura di gas, energia elettrica e carburanti per il trasporto. Solo in questo modo sarà possibile garantire le cure ai cittadini, evitando rischi di carenza di terapie in Italia e all’estero.

Il rincaro esorbitante dell’energia del 600 per cento rispetto a un anno fa comporta rischi reali anche per la sopravvivenza delle stesse imprese. Una situazione resa ancora più grave dalla svalutazione dell’euro rispetto al dollaro, valuta con la quale si pagano i principi attivi che provengono per l’80 per cento da Cina e India, e dai problemi di approvvigionamento delle materie prime. Un combinato disposto che rischia di causare gravi carenze di farmaci, registrate già in qualche caso.

«Uno scenario che, in assenza di concrete misure di contrasto e sostegno, mette seriamente a rischio già dalle prossime settimane la prosecuzione dell’attività che garantisce il servizio pubblico essenziale della distribuzione alla comunità dei medicinali e di tutti prodotti per la salute», scrivono le associazioni nella nota stampa. 

Per queste ragioni le associazioni sollecitano l’adozione di misure urgenti a sostegno della produzione e distribuzione dei farmaci durante questa crisi straordinaria derivante dall’aumento dei costi, mettendo in sicurezza la continuità delle forniture in maniera economicamente sostenibile.

Il rischio, infatti, non è solo derivante da eventuali provvedimenti di riduzione della spesa, ma è soprattutto quello della insostenibilità economica di determinate produzioni o servizi di distribuzione in conseguenza della crisi inflattiva e quindi della distribuzione sul territorio nazionale, che causerebbe l’aggravarsi di fenomeni di carenze e indisponibilità anche territoriale per le farmacie rurali che spesso costituiscono il principale presidio sanitario dei piccoli centri. La filiera farmaceutica evidenzia altresì la necessità di politiche di attrattività per garantire e far crescere gli investimenti.

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Covid-19, i dati dell’Oms: la pandemia è in discesa. I nuovi casi in calo del 12%

Gio, 09/08/2022 - 11:27
Il bollettino BlurryUnderground.jpg Immagine: Anna Dziubinska, CC0, via Wikimedia Commons La tendenza globale è evidente: i casi di Covid-19 stanno diminuendo. Ma i numeri assoluti potrebberRispetto alla settimana precedente, quella che va dal 29 al 4 settembre ha registrato un calo del 12 per cento dei contagi e del 5 per cento dei decessi. La variante predominante è Omicron BA.5

La pandemia è in discesa. I contagi sono in calo del 12 per cento rispetto alla scorsa settimana. A dirlo sono i dati del bollettino settimanale dell’Oms che, va ricordato, fotografa la tendenza su larga scala che non sempre rispecchia quella dei singoli Paesi. Inoltre le stime dell’Oms si basano sulle segnalazioni dei singoli Paesi, molti dei quali hanno ridotto notevolmente la quantità di test effettuati per cui i numeri diffusi potrebbero essere sottostimati. Fatta questa premessa, resta però indicativo il raffronto con la settimana precedente durante la quale presumibilmente si faceva un numero simile di tamponi. 

Il dubbio quindi riguarda l’entità del calo e il numero assoluto dei contagi, ma il trend della pandemia a livello globale è evidente: nella settimana che va dal 29 agosto al 4 settembre il numero dei nuovi casi è sceso del 12 per cento rispetto alla settimana precedente e il numero dei decessi è diminuito del 5 per cento. 

Come di consueto, anche quest’ultima edizione (numero 108) del rapporto settimanale su Covid nel mondo, si apre con uno sguardo panoramico sulle sei regioni dell’Oms: nella Regione del Mediterraneo orientale si registra un calo dei contagi del 29 per cento, nella Regione del Sud-est asiatico del 22 per cento, nella  regione europea del 15 per cento, nella Regione africana del 10 per cento, nella Regione del Pacifico occidentale del 10 per cento e nella Regione delle Americhe del 9 per cento.

A livello nazionale, il numero più alto di nuovi casi settimanali è stato segnalato dal Giappone (1.164 787 nuovi casi, -7%), seguito dagli Stati Uniti d'America (586.509 nuovi casi, +2%), dalla Repubblica di Corea (585.374 nuovi casi, -21%), dalla Federazione Russa (323.500 nuovi casi, +12%) e dalla Cina (238.044 nuovi casi, +22%). Il numero più alto di nuovi decessi settimanali è stato registrato dagli Stati Uniti d'America (3558 nuovi decessi; +26%), Giappone (2059 nuovi decessi; +3%), Brasile (865 nuovi decessi; -17%), Federazione Russa (628 nuovi decessi; +20%) e Repubblica di Corea (524 nuovi decessi; simile alla settimana precedente).

La situazione in Europa è in linea con l’andamento generale con un calo del 15 per cento rispetto alla settimana precedente. In due Paesi (3%) sono stati registrati aumenti nei nuovi casi superiori al 20 per cento. Si tratta di Gibilterra (20 contro 15 nuovi casi, +33%) e Ucraina (11.437 contro 9113 nuovi casi, +26%) . Il maggior numero di nuovi casi è stato segnalato dalla Federazione Russa (323.500 nuovi casi, +12%), seguita dalla Germania (183.715 nuovi casi, -19%) e dall’Italia (136.211 nuovi casi, -14%).

Nella Regione sono stati segnalati oltre 3.300 nuovi decessi settimanali, in calo del 22 per cento rispetto alla settimana precedente. Il numero più alto di nuovi decessi è stato segnalato dalla Federazione Russa (628 nuovi decessi, +20%), seguita dall’Italia (496 nuovi decessi,  -23%) e dalla Spagna (350 nuovi decessi, +7%).

La variante Omicron resta la padrona indiscussa della scena e nell’85 per cento dei casi si presenta sotto forma della sottovariante BA.5.  La La prevalenza di BA.4 è diminuita dal 6,8 per cento al 4,2 per cento nell’ultima settimana.

Categorie: Medicina integrata

Covid-19: bassi livelli di testosterone negli uomini aumentano il rischio di ricovero

Gio, 09/08/2022 - 09:39
L’associazione man-person-people-hair-wall-profile-829599-pxhere.com_.jpg Immagine: PxHere Gli uomini con livelli bassi ormonali hanno una probabilità 2,4 volte superiore di essere ricoveratiUno studio su Jama Network Open indica che i bassi livelli di testosterone negli uomini sono un fattore di rischio per Covid-19. Gli uomini con livelli bassi hanno una probabilità 2,4 volte superiore di essere ricoverati rispetto a chi ha valori nella norma

Misurare il livello di testosterone negli uomini con Covid-19 per individuare quelli più a rischio di malattia grave. È la strategia proposta su Jama Network Open dai ricercatori della Washington University School of Medicine di St. Louis e della Saint Louis University School of Medicine che hanno analizzato i valori ormonali di 723 uomini risultati positivi al virus in un periodo in cui ancora non erano disponibili i vaccini. 

In tutto, 427 uomini avevano livelli di testosterone nella norma, 116 avevano livelli bassi e 180 seguivano una terapia ormonale per colmare un deficit di produzione dell’ormone maschile. 

«Bassi livelli di testosterone si sono rivelati un fattore di rischio per il ricovero in ospedale per Covid, mentre la terapia ormonale ha contribuito a eliminare tale rischio. Il rischio aumenta in maniera evidente al di sotto di un livello di 200 nanogrammi per decilitro, considerando che un range normale è compreso tra 300 e 1.000 nanogrammi per decilitro. Si tratta di un fattore di rischio indipendente da tutti gli altri fattori di rischio che abbiamo esaminato: età, obesità o altre condizioni di salute. Ma le persone che erano in terapia ormonale non avevano un rischio maggiore», spiega Sandeep Dhindsa, co-autore senior dello studio. 

Dall’analisi è emerso che gli uomini con bassi livelli di testosterone avevano una probabilità di 2,4 volte superiore di venire ricoverati rispetto agli uomini con livelli ormonali normali. Inoltre, gli uomini che avevano avuto bassi livelli di testosterone ma che erano stati trattati con successo con una terapia ormonale sostitutiva non avevano maggiori probabilità di essere ricoverati in ospedale per Covid-19 rispetto agli uomini con livelli di testosterone rimasti sempre nella norma. 

«Il nostro studio suggerisce che sarebbe prudente valutare i livelli di testosterone, specialmente nelle persone che hanno sintomi associati a basso testosterone, e quindi intervenire con una terapia individualizzata», afferma Abhinav Diwan, co-autore dello studio. 

Gli uomini con bassi livelli di testosterone possono sperimentare disfunzioni sessuali, depressione, irritabilità, difficoltà di concentrazione e memoria, affaticamento, perdita di forza muscolare e un ridotto senso di benessere generale. Quando la disfunzione compromette la qualità della vita si ricorrere alla terapia sostitutiva. Ma la somministrazione di ormoni viene proposta sempre con molta prudenza. 

Le due principali preoccupazioni legate alla terapia con testosterone sono un aumento del rischio di cancro alla prostata e malattie cardiache. Il cancro alla prostata è spesso causato dal testosterone e aumentarne il livello potrebbe accelerare la crescita del tumore. Per le malattie cardiache, l'evidenza del rischio è più sfumata. A breve dovrebbe essere completato un ampio studio clinico sulla relazione tra salute del cuore e terapia integrativa di testosterone.

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Anche i batteri &#039;spettatori&#039; diventano resistenti⎥Per evitare di prendere Covid un po&#039; di sport può aiutare

Gio, 09/08/2022 - 05:45

 

Anche i batteri 'spettatori' diventano resistenti agli antibiotici L’antibiotico-resistenza di “seconda mano” funziona così: mentre l’antibiotico prende di mira il batterio responsabile dell’infezione, gli altri altri agenti patogeni asintomatci, spettatori passivi che non sono il bersaglio diretto del farmaco potrebbero anche loro diventare resistenti Leggi tutto Per evitare di prendere Covid un po' di sport può aiutare Uno studio sul British Journal of Sports Medicine dimostra che chi svolge regolare attività fisica (150 minuti a settimana di esercizio moderato o 75 di attività intensa) riduce dell’11% il rischio di infezione, del 36% di ricovero ospedaliero, del 44% di malattia grave e del 43% di morte Leggi tutto Altre notizie Dermatite atopica nei bambini: per 63% limita la vita di tutti i giorni Tumori polmone e tiroide: disponibile in Italia la prima cura specifica per quelli con alterazione del gene RET Online E-Memorycare, una piattaforma per allenare il cervello contro il deficit cognitivo Andrea Degiorgi a capo della Rare BU di Takeda Italia


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Anche i batteri 'spettatori' diventano resistenti⎥Per evitare di prendere Covid un po' di sport può aiutare

Mer, 09/07/2022 - 23:10

 

Anche i batteri 'spettatori' diventano resistenti agli antibiotici L’antibiotico-resistenza di “seconda mano” funziona così: mentre l’antibiotico prende di mira il batterio responsabile dell’infezione, gli altri altri agenti patogeni asintomatci, spettatori passivi che non sono il bersaglio diretto del farmaco potrebbero anche loro diventare resistenti Leggi tutto Per evitare di prendere Covid un po' di sport può aiutare Uno studio sul British Journal of Sports Medicine dimostra che chi svolge regolare attività fisica (150 minuti a settimana di esercizio moderato o 75 di attività intensa) riduce dell’11% il rischio di infezione, del 36% di ricovero ospedaliero, del 44% di malattia grave e del 43% di morte Leggi tutto Altre notizie Dermatite atopica nei bambini: per 63% limita la vita di tutti i giorni Tumori polmone e tiroide: disponibile in Italia la prima cura specifica per quelli con alterazione del gene RET Online E-Memorycare, una piattaforma per allenare il cervello contro il deficit cognitivo Andrea Degiorgi a capo della Rare BU di Takeda Italia


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Anche i batteri 'spettatori' diventano resistenti agli antibiotici

Mer, 09/07/2022 - 17:07
Lo studio PIXNIO-38426-4212x3822.jpg Immagine: Megan Mathias and J. Todd Parker, USCDCP on Pixnio Copy Esiste un'antibiotico-resistenza di 'seconda mano'L’antibiotico-resistenza di “seconda mano” funziona così: mentre l’antibiotico prende di mira il batterio responsabile dell’infezione, gli altri altri agenti patogeni asintomatci, spettatori passivi che non sono il bersaglio diretto del farmaco potrebbero anche loro diventare resistenti

Così sembra non esserci scampo. Diventa veramente un’impresa combattere la resistenza agli antibiotici se a diventare resistenti non sono solo i microbi presi di mira dai farmaci, ma anche gli altri che si trovano nei paraggi e che sono solo spettatori innocenti, senza alcuna responsabilità nell’infezione. 

La possibilità che gli antibiotici scatenino una resistenza indiretta è emersa in uno studio pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences secondo il quale il problema riguarda soprattutto i bambini che vivono in Paesi poveri che generalmente ospitano una grande quantità di batteri patogeni nel loro intestino, molti dei quali restano asintomatici non arrivando a provocare infezioni. I ricercatori hanno condotto un’analisi secondaria sui dati dello studio MAL-ED sulle infezioni enteriche e sulle malattie diarroiche dei bambini di 8 Paesi dell’Asia meridionale, dell’Africa e del Sudamerica seguiti dalla nascita fino ai due anni di vita con un monitoraggio attento delle condizioni di salute attraverso esami periodici delle feci. 

Per il nuovo studio sono stati esaminati tutti i cicli di antibiotici prescritti per ciascun bambino e sono stati analizzati i risultati delle analisi delle feci nei 30 giorni precedenti al trattamento. Sono stati coinvolti in tutto 1.715 bambini che hanno ricevuto 15.697 cicli di antibiotici. 

L’obiettivo della nuova indagine era valutare la frequenza con cui i batteri enterici patogeni come Escherichia coli, Campylobacter e Shigella, che sono cause comuni di diarrea venivano esposti agli antibiotici che i bambini ricevevano per altre malattie, come le infezioni del tratto respiratorio. 

I ricercatori hanno contato oltre 22mila casi di esposizione agli antibiotici dei batteri gastroneterici non sintomatici. Per ogni patogeno analizzato non responsabile dell’infezione trattata con la terapia antibiotica ci sono state più di 7 esposizioni agli antibiotici all’anno. 

L’Escherichia coli enteroaggregativo è stato il patogeno enterico più frequentemente esposto alla terapia antibiotica. 

Quasi tutte le esposizioni agli antibiotici per Campylobacter (98,8%), E. coli enterotossico (95,6%) e Shigella (77,6%) si sono verificate quando quei patogeni non erano l'obiettivo del trattamento. Le infezioni delle vie respiratorie superiori (37,6%) e le infezioni acute delle vie respiratorie inferiori (12,3%) hanno rappresentato quasi la metà (49,9%) dei cicli di antibiotici che hanno interessato in maniera indiretta i microbi fuori bersaglio, mentre le malattie diarroiche hanno rappresentato il 24,6 per cento.

Il problema della resistenza agli antibiotici “di seconda mano” non riguarda necessariamente il diretto interessato. Può darsi per esempio che un bambino ospiti batteri di Shygella diventati resistenti in seguito a una terapia antibiotica usata per colpire un altro “nemico”, senza però subire alcuna conseguenza per la salute.  

«Quel bambino probabilmente starà bene, ma poi la Shigella viene trasmessa a qualcun altro nella comunità, finisce per causare la malattia e, poiché è resistente, quando quell'individuo assume il trattamento, questo potrebbe non avere effetto», spiegano gli autori dello studio. 

I rischi per la comunità emergono chiaramente dall'analisi di 2.630 batteri E. coli isolati da 505 bambini, l’87 per cento dei quali ha mostrato resistenza ad almeno un antibiotico. Una seconda analisi ha mostrato che l'esposizione dei batteri “spettatori” agli antibiotici macrolidi nei 30 giorni precedenti è associata a un aumento del 29 per cento della prevalenza della resistenza a questo tipo di antibiotici. 

I dati dello studio impongono un cambio di prospettiva nella lotta all’antibiotico resistenza, introducendo una strategia di attacco indiretto.

«I nostri risultati suggeriscono che la riduzione dell'uso di antibiotici per le infezioni respiratorie può avere un impatto maggiore sullo sviluppo della resistenza nei patogeni enterici rispetto alla riduzione diretta dell'uso di antibiotici per il trattamento dei batteri enterici», commenta Elizabeth Rogawski McQuade, epidemiologa della Emory University's Rollins School of Public Health, che ha guidato lo studio. 

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Dermatite atopica nei bambini: per 63% limita la vita di tutti i giorni

Mer, 09/07/2022 - 16:13
L’indagine

Si vergognano e temono il giudizio degli altri, evitano di guardarsi allo specchio e cercano di nascondere i segni sulla pelle. Senza dimenticare i disturbi fisici: prurito, dolore, infezioni. Sono alcune delle conseguenze della dermatite atopica, una malattia che ha un forte impatto negativo sulla qualità dei vita dei bambini. 

Oltre il 63 per cento dei bambini con dermatite atopica, infatti, percepisce la malattia come un limite alla vita di tutti i giorni, come emerge dall’indagine di DoxaPharma per Sanofi presentata durante il Congresso della European Academy of Dermatology and Venereology (EADV). Obiettivo della ricerca è analizzare il burden of disease della dermatite atopica da moderata a grave sui bambini e sui loro genitori. Per la raccolta dei dati, sono stati intervistati 160 genitori di bambini con dermatite atopica e 100 genitori di bambini senza dermatite atopica, nella fascia 6-11 anni.

A non sentirsi a proprio agio nel guardarsi allo specchio è circa il 40 per cento dei piccoli pazienti, mentre più di 1 su 2 tenta di nascondere i segni della malattia. Per il 53 per cento dei genitori, inoltre, il bambino si sente insicuro per come appare la sua pelle, mentre il 35 per cento pensa che gli altri giudichino il proprio figlio anche in funzione del suo aspetto/pelle. Oltre il 69 per cento di genitori e bambini percepisce lo stato di salute della pelle come fonte di stress, soprattutto quando la dermatite atopica si presenta in forma grave richiedendo un impegno costante nella gestione della malattia. Basti pensare che il 39 per cento dei genitori ha preso ferie o permessi lavorativi nell’ultimo mese (51% negli ultimi 6 mesi) per poter gestire la patologia dei figli. 

La ricerca mette in evidenza l’impatto emotivo negativo (stress, tristezza, depressione) della dermatite atopica del bambino sul 47 per cento dei genitori intervistati.

«L’impatto di questa malattia può essere molto importante sulla vita del bambino, ma anche dell’intera famiglia. Basti pensare che il 30% dei genitori è stato costretto nell’ultimo anno a rivolgersi al pronto soccorso, in media tre volte, a causa della dermatite atopica del figlio e che nel 15 per cento dei casi è perfino richiesta l’ospedalizzazione fino a 2 volte l’anno. Le principali problematiche riscontrate sono legate alla gestione del prurito, del grattamento e del dolore della pelle che riguardano l’81 per cento dei bambini, con notevoli ripercussioni anche sui genitori. Non bisogna poi dimenticare che le persone con DA soffrono di una malattia infiammatoria di tipo 2: ciò comporta il rischio di essere affetti contemporaneamente da diverse patologie determinate dallo stesso processo infiammatorio, con un impatto ancora maggiore sulla qualità di vita di tutta la famiglia», dice Mario Picozza Presidente Federasma & Allergie e ANDeA, Associazione Italiana Dermatite Atopica

Non solo malattia della pelle, dunque. I bambini con dermatite atopica, infatti, hanno in media altre quattro patologie concomitanti. Allergia ai pollini (52,5% bambini con dermatite atopica contro 12% bambini senza dermatite atopica), alla polvere/acari (46,3% contro 14%), congiuntivite allergica (35% vs 7%), allergie alimentari (33,1% vs 9%) e asma (23,1% vs 7%) sono le comorbidità maggiormente associate alla dermatite atopica.

«Si tratta di una patologia spesso inizialmente sottovalutata che, se non trattata tempestivamente e in modo adeguato, può avere conseguenze anche importanti come emerge da questo studio. La ricerca ha messo a fuoco le difficoltà legate alla gestione della dermatite atopica e le ripercussioni sulla quotidianità di bambini e genitori. Oggi però, grazie ai progressi della ricerca scientifica, anche i bambini di età compresa tra 6 e 11 anni affetti da una forma grave della malattia possono contare su soluzioni terapeutiche innovative, che agiscono sulle cause dell’infiammazione di tipo 2 che è alla base della dermatite atopica e di altre patologie infiammatorie che possono presentarsi contemporaneamente nella stessa persona. Si tratta di un farmaco biologico, il dupilumab, capace di migliorare significativamente i segni e i sintomi della dermatite atopica e, di conseguenza, la qualità di vita dei bambini e di chi se ne prende cura», spiega Iria Neri, dermatologia Pediatrica, Policlinico Sant’Orsola Bologna.

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Tumori polmone e tiroide: disponibile in Italia la prima cura specifica per quelli con alterazione del gene RET

Mer, 09/07/2022 - 14:46
Farmaci

È disponibile in Italia una terapia specifica per i pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule (NSCLC) avanzato, con tumore della tiroide avanzato o metastatico e con carcinoma midollare della tiroide (MTC), positivi all’alterazione del gene RET (Rearranged during transfection). Si tratta di selpercatinib autorizzato da Aifa come monoterapia di seconda linea per i pazienti che soffrono di queste neoplasie. Si stima che l’alterazione specifica abbia un’incidenza di circa il 2 per cento nel tumore polmonare, di circa il 10 per cento nei tumori tiroidei e di circa il 50 per cento in quelli midollari della tiroide. 

Selpercatinib è un esempio di medicina di precisione e di terapia personalizzata, essendo un inibitore selettivo e potente che blocca l’attività proliferativa, dovuta all’alterazione del gene RET e determina un arresto della crescita tumorale con moderati effetti collaterali. Lo studio di riferimento (LIBRETTO-001), che ha portato all’approvazione di Selpercatinib, è il più ampio studio clinico su pazienti con tumori con alterazione del gene di RET trattati con un inibitore specifico per tale alterazione, studio che coinvoge 16 Paesi e 89 centri di ricerca. I risultati hanno evidenziato un tasso di risposta oggettivo del 61 per cento nei pazienti con NSCLC pretrattato, del 79 per cento nei pazienti pretrattati con tumore della tiroide e del 69 per cento nei pazienti con MTC pretrattato. Lo studio continua ad arruolare pazienti con altri tumori RET-alterati, in aggiunta a quelli con cancro del polmone, della tiroide e midollare.

«Il carcinoma polmonare non a piccole cellule, nel tempo è diventato l’esempio perfetto dell’applicazione della medicina di precisione in ambito oncologico. Un terzo dei pazienti a cui viene diagnosticato questo tumore in fase metastatica è portatore di un cancro caratterizzato da una alterazione genetica e può essere trattato con un farmaco specifico e il 2 per cento ha un’alterazione di RET, che è il target specifico di questo primo farmaco appena approvato», spiega Silvia Novello, professore Ordinario di Oncologia Medica presso l’Università degli Studi di Torino e Presidente di WALCE Onlus (Women Against Lung Cancer in Europe / Donne contro il tumore del polmone in Europa).

«Il carcinoma papillare della tiroide (PTC) è raro e fortunatamente nel 90 per cento dei casi ha una prognosi favorevole. Alcuni, tuttavia, si possono presentare già avanzati e nel tempo possono richiedere terapia sistemica per metastasi a distanza. Il 10-20 per cento di questi hanno una alterazione genetica dell’oncogene RET, un riarrangiamento cromosomico, che ne è la causa», osserva Rossella Elisei, Professore Associato di Endocrinologia e Dirigente Medico UO Endocrinologia e Medicina Clinica Sperimentale, AOU Pisana. 

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Per evitare di prendere Covid un po' di sport può aiutare

Mer, 09/07/2022 - 14:17
Il consiglio Runner_in_Stainburn_Forest_(Unsplash).jpg Immagine: Jenny Hill jennyhill, CC0, via Wikimedia Commons In molti casi non si ammalano proprio. Ma anche si si ammalano hanno sintomi meno gravi. Gli sportivUno studio sul British Journal of Sports Medicine dimostra che chi svolge regolare attività fisica (150 minuti a settimana di esercizio moderato o 75 di attività intensa) riduce dell’11% il rischio di infezione, del 36% di ricovero ospedaliero, del 44% di malattia grave e del 43% di morte

Lo sport tiene alla larga il Covid. Un’attività fisica regolare riduce il rischio di infezione e di gravità della malattia in caso di contagio. Lo dimostra uno studio pubblicato sul British Journal of Sports Medicine secondo il quale 150 minuti a settimana di esercizio moderato o 75 minuti di attività intensa hanno un impatto positivo sui sintomi, rendendoli più lievi, ma riescono anche a respingere gli attacchi del virus impedendogli di penetrare nell’organismo e di scatenare l’infezione. Insomma se qualcuno rimasto ancora immune a Sars-Cov-2 esiste va cercato tra gli sportivi. 

I ricercatori hanno analizzato i dati di tre database di ricerca in cerca di studi sull’associazione tra attività fisica e Covid pubblicati tra novembre 2019 e marzo 2022, selezionandone 16 tra gli oltre 200 individuati. Gli studi avevano coinvolto in tutto 1.853.610 adulti, poco più della metà dei quali (54%) erano donne. L'età media dei partecipanti era 53 anni.

La maggior parte degli studi erano di natura osservazionale condotti in vari Paesi, Corea del Sud, Inghilterra, Iran, Canada, Regno Unito, Spagna, Brasile, Palestina, Sud Africa e Svezia.

Dall’analisi è emerso che chi svolgeva un'attività fisica regolare ogni settimana avevano un rischio inferiore dell’11 per cento di infezione da Sars-CoV-2, un rischio inferiore del 36 per cento di ricovero ospedaliero, un rischio inferiore del 44 per cento di malattia grave e un rischio inferiore del 43 per cento di morte rispetto ai loro coetanei più sedentari. 

L'effetto protettivo massimo si è verificato alla soglia di circa 500 minuti MET (Metabolic Equivalent of Task) a settimana. Il MET è un parametro con cui si valuta il livello di “sportività” di una persona che misura la quantità di energia (calorie) consumata per minuto di attività fisica.  Cinquecento calorie equivalgono a 150 minuti di intensità moderata, o 75 minuti di intensità vigorosa, attività fisica. Superare quella soglia non procura ulteriori benefici. 

Le ipotesi avanzate per spiegare il ruolo protettivo dell’attività fisica sono diverse: l'esercizio regolare di intensità moderata, per esempio, può aiutare ad aumentare le risposte antinfiammatorie del corpo, così come il fitness cardiorespiratorio e muscolare, riducendo così il rischio di sintomi gravi del COVID-19. Ma gli sportivi hanno anche un minor rischio di contagio, un fenomeno più difficile da spiegare ma già dimostrato per altre malattie infettive compresa l’influenza. È probabile che dipenda dall’effetto positivo dell’attività fisica sul sistema immunitario.

« I nostri risultati evidenziano gli effetti protettivi di una sufficiente attività fisica come strategia di salute pubblica, con potenziali benefici per ridurre il rischio di grave COVID-19», concludono i ricercatori. 

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Online E-Memorycare, una piattaforma per allenare il cervello contro il deficit cognitivo

Mer, 09/07/2022 - 13:22
Il progetto

Contrastare il decadimento cognitivo senza farmaci. È possibile grazie a “e-MemoryCare”, una piattaforma web e on line che permette di allenare il cervello. Il progetto è sostenuto dalla FIMMG (Federazione Italiana Medici di Medicina Generale), il SUMAI ASSOPROF (Sindacato Unico Medicina Ambulatoriale Italiana e Professionalità dell’Area Sanitaria), il FNOPI (Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche) e il CNOP (Consiglio Nazionale Ordine Psicologi)

«Il declino cognitivo è una patologia che affligge molte persone soprattutto anziane. Il cervello deve essere considerato un muscolo che deve essere allenato. e-MemoryCare è un progetto innovativo che non si basa sui farmaci ma sul potenziamento delle capacità memoniche. Anche i caregiver possono accedere alla piattaforma ed è possibile così migliorare l’assistenza», afferma Pier Luigi Bartoletti, vice-segretario nazionale vicario FIMMG. 

e-MemoryCare è stato ideato da una giovane studente prossima alla laurea in psicologia, Marianna Messina ed è patrocinato da Senior Italia FederAnziani. «Il decadimento cognitivo è un problema rilevante della terza età. Abbiamo perciò deciso che bisogna mettere a disposizione di tutti degli esercizi specifici con cui prevenire o ritardare la patologia. Il progetto è indirizzato non solo ai malati ma anche ai caregiver e può essere utilizzato a casa, negli ambulatori medici e nelle strutture sanitarie come le RSA. Per promuoverlo abbiamo puntato alla categoria degli psicologi per la loro grande preparazione, per la presenza capillare sul territorio nazionale e soprattutto per la profonda conoscenza dei test al fine di classificare correttamente il paziente e poi prenderlo in carico», sottolinea Marianna Messina. 

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Anche i bambini sono ipertesi⎥Giovani oncologi vittime del “publish or perish”

Mer, 09/07/2022 - 05:45

 

Anche i bambini sono ipertesi e la colpa è di sedentarietà, junk food e sovrappeso Tutta colpa dello stile di vita. Un bambino tra i 6 e i 16 anni con la pressione alta, c’è da scommetterci, è sovrappeso, passa troppo tempo seduto e mangi male. L’ipertensione infantile in 9 casi su 10 è colpa delle cattive abitudini. Fondamentale intervenire in tempo Leggi tutto L’ansia del “publish or perish” che rovina la vita ai giovani oncologi Più si pubblica più aumentano le possibilità di fare carriera nel mondo accademico. Ma nessuno gli concede tempo per la ricerca. Così i giovani oncologi rinunciano alla vita privata, rischiando anche di pubblicare su riviste sbagliate. All’ESMO una sessione dedicata alle sfide della pubblicazione Leggi tutto Altre notizie Via libera dell'OMS a Mosquirix, il primo e unico vaccino contro la malaria Alcol in gravidanza: rischi anche in piccole quantità Avvelenare il tumore costringendolo a nutrirsi di composti terapeutici Bambini e disabilità, la proposta dei pediatri di famiglia: subito reddito di fragilità per genitori e caregiver Un nuovo “vecchio” ospedale privato a Roma Dermatite atopica: al via a Milano il congresso dell'Accademia europea di dermatologia e venereologia Dai sindacati medici un Manifesto per una nuova sanità Nuovo leadership team per Janssen Italia


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Anche i bambini sono ipertesi⎥Giovani oncologi vittime del “publish or perish”

Mar, 09/06/2022 - 22:00

 

Anche i bambini sono ipertesi e la colpa è di sedentarietà, junk food e sovrappeso Tutta colpa dello stile di vita. Un bambino tra i 6 e i 16 anni con la pressione alta, c’è da scommetterci, è sovrappeso, passa troppo tempo seduto e mangi male. L’ipertensione infantile in 9 casi su 10 è colpa delle cattive abitudini. Fondamentale intervenire in tempo Leggi tutto L’ansia del “publish or perish” che rovina la vita ai giovani oncologi Più si pubblica più aumentano le possibilità di fare carriera nel mondo accademico. Ma nessuno gli concede tempo per la ricerca. Così i giovani oncologi rinunciano alla vita privata, rischiando anche di pubblicare su riviste sbagliate. All’ESMO una sessione dedicata alle sfide della pubblicazione Leggi tutto Altre notizie Via libera dell'OMS a Mosquirix, il primo e unico vaccino contro la malaria Alcol in gravidanza: rischi anche in piccole quantità Avvelenare il tumore costringendolo a nutrirsi di composti terapeutici Bambini e disabilità, la proposta dei pediatri di famiglia: subito reddito di fragilità per genitori e caregiver Un nuovo “vecchio” ospedale privato a Roma Dermatite atopica: al via a Milano il congresso dell'Accademia europea di dermatologia e venereologia Dai sindacati medici un Manifesto per una nuova sanità Nuovo leadership team per Janssen Italia


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Via libera dell'OMS a Mosquirix, il primo e unico vaccino contro la malaria

Mar, 09/06/2022 - 17:55
La decisione

L'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha assegnato la prequalifica a Mosquirix (noto anche come RTS,S/AS01), il vaccino contro la malaria di GSK accelerando l'introduzione del vaccino nei Paesi con trasmissione della malaria da P. falciparum da moderata ad alta.

La decisione di prequalificazione dell'OMS è un prerequisito obbligatorio per le agenzie delle Nazioni Unite (ONU), come l'UNICEF, per acquistare il vaccino in collaborazione con Gavi, Vaccine Alliance e paesi ammissibili. La prequalificazione per Mosquirix è il risultato di un rigoroso processo regolatorio con la valutazione dei dati clinici, di sicurezza e tecnici che garantisce che il vaccino soddisfi gli standard di qualità, sicurezza ed efficacia e sia adatto alla popolazione target.

«La prequalificazione dell'OMS di Mosquirix è un passo fondamentale per raggiungere i bambini con il primo e unico vaccino contro la malaria approvato. La malaria rimane una causa significativa di malattia e morte per i bambini in molte parti del mondo ed è un importante fattore di disuguaglianza. Finora, oltre 1 milione di bambini in Ghana, Kenya e Malawi hanno ricevuto almeno una dose di Mosquirix, donata da GSK, attraverso il programma di attuazione del vaccino contro la malaria, e la prequalificazione dell'OMS apre la strada a più bambini per beneficiare del vaccino», afferma Thomas Breuer, Chief Global Health Officer di GSK. 

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