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Il 2021, dall’Alfa all’Omicron: cronaca di varianti annunciate

HealthDesk - Mer, 12/29/2021 - 06:18
Il bilancio HM3A7713[1]_1.jpg Immagine: World Health Organization Regional Office for Africa C’era da aspettarselo. Le diseguaglianze di accesso ai vaccini hanno contribuito all’insorgere delleSecondo le Nazioni Unite non c’è da stupirsi: con metà del mondo ancora senza vaccino, le nuove varianti continueranno a emergere. La storia della pandemia nel 2021 è stata già segnata dalla diseguaglianza nella distribuzione dei vaccini

Dall’Alfa all’Omicron. Passando per Delta. Il 2021 è stato l’anno delle varianti: si è inaugurato con la “variante inglese” e si conclude con l’ultima  versione del virus, la più trasmissibile che sia mai apparsa finora (probabilmente però meno letale di altre). C’era da aspettarselo. All’inizio dell’anno, l’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva già previsto tutto: più il virus circola e più muta, finché metà della popolazione mondiale resterà senza vaccino nuove varianti continueranno a emergere. Perché stupirsi? Nel messaggio di addio al vecchio anno pubblicato sul sito delle Nazioni Unite riecheggia più volte un sonoro “ve lo avevamo detto”. Sempre nei primi giorni del 2021 il segretario generale dell’Onu, António Guterres, aveva messo in guardia il mondo dai pericoli del “vaccinazionalismo”, un termine da lui stesso coniato per definire la scelta dei Paesi ricchi di fare incetta di dosi per chi si trova all’interno dei propri confini, preoccupandosi poco o nulla di chi si trova al di fuori. È così, tanto per fare un esempio, che il 2021 si conclude con un tasso di immunizzazione dello 0,1 per cento nella Repubblica Democratica del Congo e dell’80 per cento in altri Paesi occidentali (Italia, Regno Unito ecc..). 

Più volte nel corso dell’anno Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Oms, ha attribuito alla disparità nella distribuzione dei vaccini la responsabilità della diffusione delle varianti del virus. Lo ha fatto, tanto per ricordare un episodio, in una conferenza stampa lo scorso luglio commentando la preoccupante impennata di casi nel mondo, ma soprattutto in India, dovuta alla variante Delta: «Il nazionalismo vaccinale, con una manciata di nazioni a fare la parte del leone, è moralmente indifendibile ed è una strategia di salute pubblica inefficace contro un virus respiratorio che sta mutando rapidamente e sta diventando sempre più abile nell'infettare nuovi ospiti. Le varianti stanno attualmente vincendo la corsa contro i vaccini a causa dell'iniqua produzione e distribuzione dei vaccini... Non doveva essere così e non dovrà essere così in futuro». 

Gli obiettivi del programma Covax, l’iniziativa globale guidata dall’Oms per assicurare la distribuzione equa dei vaccini, sono ancora molto lontani. L’ultimo traguardo fissato dall’Oms prevedeva di raggiungere il  40 per cento di copertura totale della popolazione entro la fine del 2021 e il 70 per cento di copertura totale della popolazione entro la metà del 2022. Tuttora novantotto Paesi nel mondo, la maggior parte in Africa, hanno vaccinato meno del 40 per cento della loro popolazione.

Passando in rassegna il 2021 saltano agli occhi anche i danni indiretti di Covid-19. Molti servizi sanitari sono stati interrotti. In circa la metà dei Paesi del mondo sono saltati trattamenti e diagnosi per il cancro, oltre un milione di persone non ha ricevuto le cure essenziali per la tubercolosi, nei Paesi più poveri non è stato possibile accedere ai servizi per la prevenzione e la terapia dell’Hiv e a quelli per la salute riproduttiva. 

Secondo le stime delle agenzie delle Nazioni Unite, solo nell'Asia meridionale, l’interruzione dei servizi sanitari ha provocato ulteriori 239mila morti tra le madri e i bambini lo scorso anno. In Yemen, secondo l’Unicef, nel 2021 è morta di parto una donna ogni due ore. 

E le conseguenze della pandemia sulla salute mentale e e sull’istruzione dei bambini e degli adolescenti non sono da meno. Secondo l’Unicef 168 milioni di studenti in tutto il mondo hanno perso quasi un anno di lezione dall'inizio della pandemia e più di uno su tre non ha potuto accedere alla didattica a distanza nel periodo di chiusura della scuola. L’agenzia delle Nazioni Unite per la tutela dell’infanzia continua periodicamente a lanciare appelli ai governi perché prendano in considerazione la chiusura delle scuole solo ed esclusivamente come extrema ratio. «Nessuno sforzo dovrebbe essere risparmiato per mantenere i bambini a scuola. La capacità dei bambini di leggere, scrivere e fare calcoli di base è stata compromessa e le competenze di cui hanno bisogno per prosperare nell'economia del XXI secolo sono diminuite», ha dichiarato Henrietta Fore, direttore dell’Unicef. 

Guardando al futuro, lo scorso 1° dicembre i 194 membri dell'Organizzazione mondiale della sanità (OMS) hanno raggiunto un accordo per avviare il processo di elaborazione di un trattato internazionale per rafforzare la prevenzione, la preparazione e la risposta alle pandemie. Il nuovo trattato dovrebbe garantire quel coordinamento tra gli Stati nella risposta a questa o alle future pandemie che finora è mancato. 

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L’influenza non fa sconti: superati già i 2 milioni di casi. Vaccinazione fondamentale

HealthDesk - Mar, 12/28/2021 - 17:21
Non solo Covid flu shot.jpg Immagine: Whoisjohngalt at English Wikipedia, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, via Wikimedia Commons La ridotta circolazione dello scorso anno potrebbe rendere la stagione attuale più graveAncora più importante dopo che lo scorso anno le misure anti-pandemia hanno ridotto la circolazione dei virus influenzali. Ciò potrebbe rendere la stagione attuale più grave

Nella settimana di Natale i casi di influenza in Italia hanno superato i due milioni. Dopo una stagione 2020-2021 estremamente quieta grazie a un mix di fattori come le misure per prevenire Covid-19, i più alti tassi di vaccinazione rispetto ai precedenti anni e, forse, una competizione tra virus influenzali e SARS-CoV-2, l’influenza è tornata in grande stile, facendo registrare numeri che non si vedevano dalla stagione 2009-2010. Era l’anno della pandemia da virus influenzale H1N1, partita dal Messico e diffusasi in una manciata di settimane in tutto il mondo. In quella circostanza fu un’infezione caratterizzata da sintomi piuttosto lievi, ma fu un caso fortunato.

Una pandemia che si ripete

Senza che sia responsabile di pandemie, l’influenza è però causa di oltre 1 miliardo di casi all’anno, con conseguenze che portano a un numero di decessi che varia fra i 290 mila e 650 mila. I casi di influenza che vengono registrati rappresentano solo la punta dell’iceberg: la ricerca con analisi di laboratorio della presenza dei virus influenzali viene richiesta, infatti, piuttosto raramente. I casi confermati di influenza ogni anno sono quindi poche centinaia, ma i morti attribuibili all’influenza in Italia sono circa 8 mila. Spesso la causa di morte non è l’influenza in sé, tuttavia il virus influenzale è in grado di aggravare le condizioni già compromesse di pazienti affetti da altre patologie, per esempio respiratorie o cardiovascolari.

Le complicazioni possono essere infatti innumerevoli: le più conosciute sono quelle che colpiscono il sistema respiratorio come bronchiti, polmoniti, infezioni dei seni paranasali e infezioni dell'orecchio. È anche ben noto che l'influenza può aggravare una serie di condizioni croniche sottostanti del sistema respiratorio, tra cui l'asma e la Bpco.

Ancora: l’influenza aumenta di cento volte il rischio di polmonite, di dieci di quello di infarto del miocardio e di otto volte quello di ictus. Anche negli adulti sani, il rischio di infarto e ictus cerebrale aumenta nel periodo immediatamente successivo a un episodio influenzale. A seguito di un’influenza, le persone con diabete hanno un rischio triplo di ospedalizzazione, quadruplo di ricovero in terapia intensiva, doppio di infezioni letali.

Complicanze difficilmente evitabili, specie per le persone a rischio. Che tuttavia possono essere prevenute con la vaccinazione.

Se l'influenza fa male al cuore

 

L’importanza del vaccino

Si stima che ogni anno il vaccino antinfluenzale prevenga milioni di casi di malattia e visite mediche legate all'influenza. Nei soli Stati Uniti durante il periodo 2019-2020, la vaccinazione antinfluenzale ha permesso di prevenire circa 7,5 milioni di malattie influenzali, 3,7 milioni di visite mediche associate all'influenza, 105.000 ricoveri ospedalieri associati all'influenza e 6.300 decessi associati all’influenza.

Prevenendo l’influenza, il vaccino è in grado di evitare anche le sue complicanze. Recenti studi hanno stimato che nelle persone fragili vaccinate c’è stata una diminuzione del 36% del rischio di eventi cardiovascolari e in quelle con il diabete il rischio di ricovero si riduce del 79%.

Anche tra i vaccini antinfluenzali si registrano differenze: una metanalisi pubblicata lo scorso anno sulla rivista Vaccine ha mostrato che il vaccino antinfluenzale ad alto dosaggio ha una maggiore efficacia in termini di riduzione del rischio di ricovero per influenza, per polmonite, per cause cardiorespiratorie e, in generale, per tutte le cause.

A proposito di differenze tra i vaccini, gli ultrasessantacinquenni costituiscono la popolazione a maggior rischio di gravi complicanze correlate all’influenza come polmonite, eventi cardio-vascolari e ictus, e rappresentano una delle fasce per cui sono più indicati i vaccini quadrivalenti – che proteggono cioè da tutti e quattro i virus individuati dall’Organizzazione mondiale della sanità per la stagione – in particolare i vaccini ad alto dosaggio.

La vaccinazione antinfluenzale ai tempi della pandemia

Nella stagione in corso, intanto, con le infezioni da SARS-CoV-2 in rapida ripresa, la vaccinazione contro l’influenza assume ancora più importanza.

Nella stagione 2020-2021 il sistema di sorveglianza dell’influenza ha fatto registrare a livello mondiale un calo dei casi: da una parte le misure di contenimento di SARS-CoV-2 hanno agito anche su altri virus, dall’altra c’è stata meno attenzione all’individuazione degli altri agenti virali – compresi quelli influenzali – per via dell’emergenza Covid-19.

Tuttavia, la riduzione del livello di immunità di popolazione ha portato all’allargamento della fetta di persone suscettibili ai virus influenzali, fenomeno che potrebbe portare all’emergere di un’influenza stagionale più grave.

Anche per questa ragione il ministero della Salute quest’anno ha raccomandato di anticipare la campagna di vaccinazione antinfluenzale a partire dall’inizio di ottobre e di offrire la vaccinazione ai soggetti eleggibili in qualsiasi momento della stagione influenzale, anche se si presentano in ritardo per la vaccinazione. Inoltre ha allargato la platea della popolazione eleggibile all’offerta vaccinale gratuita a tutti i bambini sani dai sei mesi ai sei anni e alle persone di età pari o superiore a 60 anni.

Il ministero della Salute ha inoltre chiarito che è possibile somministrare nella stessa seduta il vaccino antinfluenzale e quello anti-Covid. Sulla co-somministrazione cominciano ad arrivare anche i primi dati che ne confermano la sicurezza: risultati preliminari del primo studio descrittivo di co-somministrazione del vaccino quadrivalente ad alto dosaggio di Sanofi Pasteur con la terza dose di vaccino COVID-19 mRNA mostrano che la somministrazione contemporanea dei due vaccini è sicura, ben tollerata e con una adeguata risposta anticorpale pari a ciascun vaccino somministrato singolarmente.

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HealthDesk - Ven, 12/24/2021 - 05:45


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HealthDesk - Gio, 12/23/2021 - 22:24
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Silvia Sclesi, nuova presidente dell’Italian Resuscitation Council

HealthDesk - Gio, 12/23/2021 - 18:31
Nomine

Silvia Scelsi, direttore del dipartimento delle professioni sanitarie dell'Istituto pediatrico Giannina Gaslini di Genova, è stata eletta nuova presidente dell’Italian Resuscitation Council, associazione senza scopo di lucro istituita nel 1994 con lo scopo primario di diffondere la cultura e l’organizzazione della rianimazione cardiopolmonare in Italia.

«Sono onorata di aver ricevuto questo importante incarico che intendo portare avanti con impegno e dedizione. Per il prossimo biennio insieme al nuovo consiglio direttivo ci siamo posti obiettivi ambiziosi tra cui favorire la conoscenza e l’applicazione della nuova legge nei corsi IRC e, in generale, nel nostro Paese, promuovere percorsi formativi innovativi attraverso la creazione di moduli didattici dedicati a vari tipi di destinatari, potenziare la rete laica di formazione, sviluppare nuovi progetti di ricerca in ambito clinico e in ambito formativo proseguendo con i progetti già attivati. Intendiamo, inoltre, continuare ad alimentare la fattiva collaborazione con gli enti e le istituzioni dello Stato e delle Regioni», ha dichiarato la neoeletta presidente Silvia Scelsi. 

 Silvia Scelsi, laureata in scienze infermieristiche e ostetriche all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, ha ottenuto la qualifica di dirigente dell’assistenza infermieristica e si è formata come istruttore, direttore ed educatore dei corsi di rianimazione proprio presso l’Italian Resuscitation Council e lo European Resuscitation Council. Ricopre anche la carica di presidente dell’ Associazione Nazionale Infermieri di Area Critica ed è docente presso diverse università italiane. 

 

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L’Anaao Assomed boccia la manovra 2022: nessuna soluzione per fermare la fuga di medici e dirigenti sanitari

HealthDesk - Gio, 12/23/2021 - 18:12
La denuncia

L’Anaao Assomed boccia senza riserve il maxiemendamento del governo alla legge di bilancio. L’associazione dei medici dirigenti denuncia la mancanza di provvedimenti utili a fermare la fuga di massa dagli ospedali o di interventi di ristrutturazione degli organici. A giudizio dell’Anaao, l’insufficiente attenzione verso queste problematiche equivale a non vedere le criticità della sanità pubblica, ad esse strettamente intrecciate. 

«Non serviranno lacrime di coccodrillo, o tardivi allarmi sulla “tragedia” rappresentata dalla carenza di medici. Servono, ora, fatti, cioè maggiori retribuzioni, riduzione di tempi e ritmi di lavoro, aumento del personale occupato, coinvolgimento nella governance dei processi clinici, fine della attesa infinita di un CCNL scaduto prima della firma. Servono, in sostanza, interventi giuridici ed economici», si legge nella nota Anaao. 

Non si può pensare di colmare la mancanza dei medici nei  pronto soccorso ricorrendo ai medici neo laureati o a cooperative, dicono gli esponenti dell’Anaao che non accettano che le esigenze dei medici e dei dirigenti vengano ignorate proprio mentre il Paese fa i conti con l’incremento dei contagi e dell’occupazione di posti letto in area medica e in terapia intensiva. 

«Medici e dirigenti sanitari pubblici sono sfiniti e demoralizzati, sottopagati e in pieno esaurimento fisico e psicologico, ma rimangono ancora in prima linea a fornire una chance di sopravvivenza alle persone che a loro si rivolgono. Non più eroi ma vittime, della mancanza di coraggio e della perdita di memoria della politica, che continua a ignorare la gravità della situazione. Da troppo tempo si sta seminando vento da più parti. Ora la tempesta perfetta è pronta», concludono dall’Anaao.

 

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Cosmed, manovra economica: bene aver differito il comma 687, rimosso un ostacolo ai rinnovi dei contratti della dirigenza

HealthDesk - Gio, 12/23/2021 - 14:27
Il commento

«Una buona notizia per i medici e dirigenti sanitari arriva dalla manovra economica 2022». È così che la Confederazione sindacale dei medici e dirigenti (Cosmed) commenta il rinvio del comma 687 della legge di bilancio 2019, che imponeva il ritorno della dirigenza amministrativa, tecnica e professionale del Servizio sanitario nazionale nel contratto della dirigenza sanitaria. Il comma è stato differito alla tornata contrattuale 2022-2024, successiva quindi a quella che si sta per aprire.

«Viene così rimosso un serio ostacolo ai rinnovi contrattuali, scaduti da tre anni scongiurando il rischio di stravolgere l'assetto dei contratti e dei tavoli di negoziazione delle aree dirigenziali nonostante i buoni risultati di quello attuale. Inoltre il rientro della PTA del SSN avrebbe comportato una sovrapposizione di stati giuridici diversi, una commistione di numerose e distinte professionalità nel medesimo contratto e non ultimo la perdita di rappresentatività di un settore della dirigenza e lo stravolgimento retroattivo della rilevazione delle deleghe e delle prerogative sindacale. Questa Confederazione che si è battuta per questo risultato insieme ad altre e a numerose Associazioni di categoria non può che esprimere soddisfazione», commenta Cosmed in una nota.La Confederazione sindacale non nasconde però che avrebbe preferito l'abrogazione della norma. 

 

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Ecco perché gli odori stimolano i ricordi: i neuroni dell’olfatto registrano cosa sentono ma anche dove lo sentono

HealthDesk - Mer, 12/22/2021 - 17:31
Lo studio cup-gf97a1f49e_1920.jpg Un esperimento sui topi ha dimostrato che i neuroni dell’olfatto non servono solo a distinguere gli odori ma hanno “il senso” dello spazio. Per questo gli odori sono legati a dei luoghi specifici e per questo scatenano ricordi vividi del passa

Un profumo speciale, famigliare, inconfondibile, che sa tanto di passato. Pochi istanti per mettere a fuoco il ricordo e scatta la magia: all’improvviso si viene catapultati in un tempo e in uno spazio ben precisi, nel momento e nel luogo fortemente associati a quell’odore. Succede cioè quello che è successo a Proust con la celebre madeleine, ma in questo caso è l’olfatto e non il gusto a riavvolgere indietro il nastro fino alla scena rievocata. È così, per esempio, che basta togliere il tappo a una colla usata da bambini per far uscire fuori come dalla lampada di Aladino un odore che sa di banchi di scuola, di quaderni, di compagni di classe. Una piccola annusate e tutto torna perfettamente nitido davanti agli occhi. Come mai? Perché l’odore della colla si trasforma subito nel ricorda della scuola? Tutto dipende dal forte legame che esiste tra l’olfatto e lo spazio, un legame che è stato studiato e spiegato in uno studio appena pubblicato su Nature

«Il sistema olfattivo è unico tra i sensi.  Solo l'olfatto ha connessioni reciproche dirette con l’ippocampo, che è coinvolto nella memoria e nella navigazione», spiega Zachary Mainen, del Champalimaud Centre for the Unknown in Portogallo, autore senior dello studio. 

I neuroni dell’ippocampo sono definite cellule “di posizione” perché  si attivano in determinate posizioni variando a seconda dell’ambiente in cui ci si trova per poi riprodurre una sorta di mappa neurale dello spazio esterno. Sono talmente affidabili che negli esperimenti sui topi i ricercatori sono riusciti a risalire alla posizione degli animali osservando solo l’attività dei neuroni.

Ebbene, l’ippocampo non è un sistema isolato. I neuroni inviano continuamente segnali alla corteccia primaria olfattiva. Perché lo fa? Probabilmente perché i neuroni che si trovano lì possono contribuire a mappare l’ambiente. È risaputo che il sistema olfattivo infatti non serva solo a distinguere gli odori ma contribuisca alla percezione spaziale. Del resto gli animali in natura utilizzano gli odori per orientarsi nello spazio e recuperare il ricordo dei luoghi da visitare quando si è in cerca di cibo. 

«Volevamo capire le basi neurali di questi comportamenti, e così abbiamo deciso di studiare come il cervello combina le informazioni olfattive e spaziali», ha dichiarato Cindy Poo,  a capo dello studio. 

I ricercatori hanno messo a punto un esperimento su misura per i topi, animali con un olfatto molto sviluppato. I topi hanno annusato gli odori posizionati alle quattro estremità di un labirinto a forma di croce. Poi, a seconda dell’odore avvertito, dovevano capire dove fosse nascosta la ricompensa. Gli animali dovevano cioè ricordare l’associazione esatta tra un determinato odore e un determinato luogo. E mentre i topi erano impegnati a risolvere la caccia al tesoro, i ricercatori monitoravano l’attività dei neuroni in una parte della corteccia primaria olfattiva chiamata corteccia piriforme posteriore. 

«I neuroni comunicano tra loro emettendo impulsi elettrici.  Registrando i segnali elettrici emessi da centinaia di singoli neuroni in quest'area del cervello, siamo stati in grado di ricostruire il comportamento di specifici neuroni. Per esempio, osservando se si attivavano quando l'animale stava annusando un odore specifico, o quando si trovava in una determinata posizione nel labirinto. I risultati hanno superato le nostre aspettative. Avevamo previsto che alcuni neuroni avrebbero potuto essere connessi alla posizione in una certa misura. Tuttavia, studiando attentamente l'attività dei neuroni della corteccia olfattiva mentre l'animale stava navigando nel labirinto, abbiamo scoperto che questi neuroni avevano appreso un'intera mappa del ambiente», ha spiegato a spiegato Mainen. I ricercatori hanno scoperto una vasta popolazione di neuroni olfattivi che, in modo simile alle cellule dell'ippocampo, si attivavano in un punto specifico del labirinto. Questi neuroni erano in grado di riproporre una mappa neurale dell’ambiente in qualche misura “opportunistica” nel senso che sulla mappa venivano riportati soprattutto i luoghi dove gli animali avevano sentito alcuni odori e ricevuto la ricompensa. In sostanza, i neuroni dell’olfatto funzionano su due fronti: segnalano non solo cosa sentono ma anche dove lo sentono. 

Ed è così che arriviamo a formare ricordi che legano certi odori a luoghi specifici. «Abbiamo scoperto che alcuni neuroni rispondevano all'odore, altri alla posizione, e altri ancora a entrambi i tipi di informazioni a vari livelli. Tutti questi diversi neuroni sono mescolati insieme e probabilmente sono interconnessi. Pertanto, si può ipotizzare che l'attivazione delle associazioni spazio-odore possa avvenire grazie a segnali all'interno di questa rete», ha suggerito Poo.

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Tumore della vescica: enfortumab vedotin riceve parere positivo del CHMP

HealthDesk - Mer, 12/22/2021 - 15:29
Farmaci

Il comitato per i medicinali per uso umano (CHMP) dell'Agenzia europea per i medicinali (EMA) ha adottato un parere positivo e raccomandato l'approvazione di enfortumab vedotin come monoterapia per il trattamento del carcinoma uroteliale localmente avanzato o metastatico. Il coniugato anticorpo-farmaco enfortumab vedotin, è indicato per i pazienti che hanno precedentemente ricevuto chemioterapia contenente platino e un inibitore PD-1/L1.

Ad annunciarlo sono state le case farmaceutiche Astellas e Seagen. 

Il cancro uroteliale è il tipo più comune di cancro della vescica. In Europa, nel 2020 si sono registrati 204mila casi e più di 67mila decessi. La chemioterapia e l’immunoterapia hanno ottenuto grandi progressi nella lotta a questa malattia, ma alcuni pazienti sviluppano resistenza e hanno poche altre possibilità di cura. 

«Le persone con cancro della vescica avanzato hanno poche opzioni di trattamento dopo la chemioterapia e l'immunoterapia a base di platino. L'opinione positiva del CHMP è un passo importante mentre lavoriamo per espandere la disponibilità di enfortumab vedotin il più rapidamente possibile», ha dichiarato Ahsan Arozullah, Vice President Medical Sciences-Oncology, Astellas. 

Se approvato dalla Commissione Europea enfortumab vedotin sarà il primo coniugato anticorpo-farmaco autorizzato nell'Unione Europea per le persone che vivono con il carcinoma uroteliale avanzato. 

Enfortumab vedotin è un coniugato anticorpo-farmaco diretto contro la nectina-4, una proteina situata sulla superficie delle cellule e altamente espressa nel cancro della vescica, che si avvale di un meccanismo d’azione mirato. Una volta legato alle cellule che esprimono nectina-4, il farmaco rilascia all’interno della cellule un agente antitumorale che determina la mancata riproduzione della cellula (arresto del ciclo cellulare) e la morte cellulare programmata (apoptosi). 

La raccomandazione del CHMP si basa sui dati dello studio globale di fase 3 EV-301 condotto su 608 pazienti, che ha valutato enfortumab vedotin rispetto alla chemioterapia in pazienti adulti con carcinoma uroteliale localmente avanzato o metastatico precedentemente trattati con chemioterapia a base di platino e un inibitore del PD-1/L1. I risultati dello studio, che aveva un endpoint primario di sopravvivenza globale, sono stati pubblicati nel New England Journal of Medicine

Il parere positivo del CHMP sarà ora riesaminato dalla Commissione europea.

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Emofilia A, verso una terapia genica dagli effetti duraturi

HealthDesk - Ven, 11/19/2021 - 14:22
Il trial clinico Dna.jpg Per la prima volta una nuova terapia genica mirata sul fegato ottiene un duraturo innalzamento dei lI risultati di uno studio di fase 1/2 su una nuova terapia genica per l’emofilia A indirizzata al fegato sono incoraggianti. La maggior parte dei pazienti dopo 2 anni dal trattamento aveva ancora livelli elevati del fattore di coagulazione VIII, la proteina carente in chi è affetto dalla malattia

L’obiettivo di una terapia genica per l’emofilia A è uno solo: indurre a l’espressione del fattore di coagulazione VIII (FVIII), la proteina essenziale per la coagulazione del sangue che è carente nei pazienti affetti dalla malattia congenita. Questo risultato è stato raggiunto in più di un trial clinico ma non è mai durato abbastanza a lungo da poter considerare la terapia genica un successo. In tutte le sperimentazioni effettuate finora, dopo circa un anno dal trattamento, i livelli di FVIII erano scesi nuovamente e il rischio di emorragie tipico dell’emofilia si era ripresentato uguale a prima. Ora una nuova terapia genica testata in uno studio di fase 1/2 appena pubblicato sul New England Journal of Medicine dimostra per la prima volta di poter mantenere in funzione a lungo il fattore di coagulazione VIII riducendo notevolmente, e in  alcuni casi eliminando del tutto, gli eventi emorragici. 

L’emofilia A è la più comune tra le malattie del sangue ereditarie, colpisce una persona su 5mila (prevalentemente maschi) e si manifesta con episodi di emorragie e dolore articolare. La terapia standard consiste nella somministrazione periodica per via endovenosa di farmaci sostitutivi del fattore di coagulazione VIII, una procedura che incide pesantemente sulla qualità di vita dei pazienti e che non garantisce benefici sul fronte dei sintomi articolari. 

I ricercatori del Children’s Hospital di Philadelphia hanno messo a punto una nuova terapia genica in grado di indurre l’espressione del fattore VIII nel fegato che consiste in un solo intervento dagli effetti a lungo termine. Si tratterebbe, in sostanza, di una sorta di profilassi capace di allontanare per un lungo periodo di tempo il rischio di emorragie procurando benefici anche alle articolazioni. 

La nuova terapia genica sfrutta come vettore virale un adenovirus associato di nuova generazione “incaricato” di entrare nelle cellule del fegato e di produrre, una volta arrivato a destinazione, il fattore di coagulazione VIII. Il trattamento è stato testato su 18 pazienti con emofilia A in cura in diversi centri nel mondo di età compresa tra i 18 e i 56 anni. Alla maggior parte dei partecipanti sono stati somministrati steroidi per ridurre il rischio di una reazione di tipo autoimmune rivolta contro l’adenovirus che avrebbe compromesso l’intera terapia. 

I risultati della sperimentazione sono stati incoraggianti. In 16 casi su 18 i livelli di FVIII si sono mantenuti costanti per oltre un anno. Nei 12 partecipanti seguiti per più di due anni non è stato osservato alcun declino nell’attività del fattore di coagulazione con il passare del tempo. 

In generale i pazienti che hanno ricevuto la terapia genica hanno sperimentato una riduzione del 91,5 per cento degli episodi emorragici. 

Gli unici due pazienti che avevano perso in poco tempo i benefici della terapia genica avevano probabilmente avuto una reazione immunitaria contro l’adenovirus usato come vettore. Il che dimostra che gli steroidi non sono sempre sufficienti a tenere sotto controllo il sistema immunitario impedendogli l’attacco autolesionista. 

«Questi dati vanno a sostegno della nostra ipotesi che la terapia genica con adenovirus associato diretta al fegato sia un approccio praticabile per il trattamento a lungo termine dell'emofilia A. La ricerca futura cercherà di migliorare ulteriormente questo lavoro per raggiungere in sicurezza livelli di FVIII sostenuti, stabili e prevedibili in tutti i pazienti con emofilia A», ha dichiarato Lindsey A. George del Children's Hospital di Philadelphia che ha guidato il trial clinico. 

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Terapia genica per sindrome di Hurler⎥La fibrillazione atriale non spaventa i diabetici

HealthDesk - Ven, 11/19/2021 - 05:45

 

Emofilia A, verso una terapia genica dagli effetti duraturi I risultati di uno studio di fase 1/2 su una nuova terapia genica per l’emofilia A indirizzata al fegato sono incoraggianti. La maggior parte dei pazienti dopo 2 anni dal trattamento aveva ancora livelli elevati del fattore di coagulazione VIII, la proteina carente in chi è affetto dalla malattia Leggi tutto


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Terapia genica per sindrome di Hurler⎥La fibrillazione atriale non spaventa i diabetici

HealthDesk - Gio, 11/18/2021 - 21:17

 

Terapia genica per 8 bambini con sindrome di Hurler: crescono e stanno bene Il trattamento è stato messo a punto e infuso al San Raffaele Telethon per la Terapia Genica. È stato corretto il difetto genetico che impediva la produzione di un enzima chiave per la degradazione delle sostanze tossiche. Lo studio sul NEJM Leggi tutto Dall’emergenza alla ricostruzione: i due anni alla velocità della luce della sanità Secondo il Rapporto OASI 2021 dall'inizio della pandemia l’assistenza sanitaria ha attraversato quattro “epoche”. Ora è il momento di mettere a frutto l’esperienza maturata in questi anni drammatici Leggi tutto Fibrillazione atriale: una persona con diabete su quattro non si accorge delle aritmie Non è chiaro il motivo, ma le persone con diabete 1 e 2 spesso non si accorgono dei battiti anomali del cuore. E non ricevono le terapie specifiche. Così chi ha il diabete e la fibrillazione atriale corre un rischio molto più alto di ictus rispetto a chi ha solo la fibrillazione atriale Leggi tutto Altre notizie Il valore della diagnostica per la sanità del futuro. Esperti a confronto al Roche Diagnostics Digital Talk AstraZeneca si trasferisce al MIND di Milano Nasce DARE, un videogioco per sensibilizzare i giovani sulle cure palliative pediatriche e le malattie inguaribili AAA donatori di gameti cercasi Farmaci e nuove tecnologie: oltre 250 già disponibili o in fase di sviluppo. Ora va aggiornata la normativa


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Dall’emergenza alla ricostruzione: i due anni alla velocità della luce della sanità

HealthDesk - Gio, 11/18/2021 - 17:25
Il rapporto Covid-19_San_Salvatore_09.jpg Immagine: Alberto Giuliani, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons Per il Rapporto OASI 2021 è il momento di mettere a frutto l’esperienza dei due anni di pandemiaSecondo il Rapporto OASI 2021 dall'inizio della pandemia l’assistenza sanitaria ha attraversato quattro “epoche”. Ora è il momento di mettere a frutto l’esperienza maturata in questi anni drammatici

La pandemia ha costretto la sanità italiana ad accelerare i tempi del cambiamento. Negli ultimi due anni il servizio sanitario nazionale ha subito più trasformazioni che in tutta la sua storia. Secondo il Rapporto OASI 2021 (Osservatorio sulle Aziende e sul Sistema sanitario Italiano), presentato il 18 novembre in SDA Bocconi School of Management, l’assistenza sanitaria da febbraio 2020 a oggi ha attraversato quattro fasi o “epoche” caratterizzate da finalità e modalità organizzative diverse, passando dalla gestione dell’emergenza alla ricostruzione. 

Quando è arrivato il nuovo virus, il servizio sanitario nazionale era in regime di contenimento delle spese con un tasso di crescita della spesa sanitaria pubblica prossimo a zero. Nella seconda epoca, avviata a marzo 2020 in piena prima ondata della pandemia, quando il contrasto a Covid-19 era diventato l’obiettivo totalizzante, la spesa sanitaria è aumentata di circa 6 miliardi (+5%) e il sistema ha scoperto doti di flessibilità fino ad allora inesplorate. 

«Nel corso del 2020 e dei primi mesi del 2021, la percentuale di posti letti dedicati al COVID ha oscillato a fisarmonica dal 5 all’80 per cento. La flessibilità ha riguardato anche i profili del personale reclutato, con il consistente impiego di medici pensionati e medici non specializzati; le forme contrattuali, con una prevalenza di tempo determinato e libera professione; le modalità organizzative, pensiamo alla costituzione delle USCA», ha ricordato Alberto Ricci, coordinatore del Rapporto OASI. 

La terza fase è stata quella della convivenza con Covid-19, caratterizzata da una diminuzione della pressione ospedaliera. In questo momento è subentrata l’esigenza di recuperare tutti i servizi che erano stati sospesi a causa della pandemia. Si arriva infine alla quarta epoca, quella attualmente in corso, dedicata ai progetti finanziabili con il Pnrr. Si lavora sul futuro, con la prospettiva di vedere i risultati degli sforzi attuali negli anni a venire, a 3-5 anni. 

«L’errore più grande sarebbe quello di cercare di potenziare i servizi in maniera lineare con gli stessi modelli di servizio del passato, confidando in una crescita continua delle risorse», ha detto Ricci. In realtà le risorse messe a disposizione della sanità raggiungeranno il massimo storico di 129 miliardi quest’anno, per poi diminuire molto lentamente. L’Italia ha raggiunto il 156 per cento di debito pubblico sul Pil e le esigenze di rientro impediranno, molto probabilmente, di allineare la nostra spesa sanitaria (prevista nei prossimi anni intorno al 6,5% del PIL) a quella di Paesi come Francia e Germania, storicamente intorno al 9 per cento.

I problemi di salute della popolazione italiana, una volta superata la situazione emergenziale, torneranno a essere quelli di sempre, cronicità, non-autosufficienza, riabilitazione ecc… ma saranno ancora più diffusi. Secondo l’Istat nel 2040 la popolazione over 65 raggiungerà i 19 milioni, pari al 32 per cento dei residenti totali (59,3 mln). 

«La sfida sarà quella di sostituire i tagli con processi profondi di riallocazione, riorganizzazione del lavoro e ridisegno delle forme dei servizi. La motivazione profonda è che, a parità di risorse disponibili, la domanda di salute non solo aumenta, ma cambia assieme al contesto demografico e sociale», specifica Francesco Longo, docente Bocconi e ricercatore del CERGAS, il Centro di Ricerche sulla Gestione dell’Assistenza Sanitaria e Sociale. responsabile scientifico del Rapporto.

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Fibrillazione atriale: una persona con diabete su quattro non si accorge delle aritmie

HealthDesk - Gio, 11/18/2021 - 15:49
L’analisi Didactic_model_of_a_mammal_heart_03--FMVZ_USP-10.jpeg Immagine: Wagner Souza e Silva / Museum of Veterinary Anatomy FMVZ USP, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons Se mancano i sintomi, manca la diagnosi e manca la cura. Per un motivo ancora da chiarire le personeNon è chiaro il motivo, ma le persone con diabete 1 e 2 spesso non si accorgono dei battiti anomali del cuore. E non ricevono le terapie specifiche. Così chi ha il diabete e la fibrillazione atriale corre un rischio molto più alto di ictus rispetto a chi ha solo la fibrillazione atriale

Il “batticuore” della fibrillazione atriale spesso passa inosservato nei pazienti con diabete 1 e 2. Così la malattia cardiaca non viene diagnostica e di conseguenza neanche curata. Chi soffre di entrambe le patologie, e capita spesso perché il diabete è un fattore di rischio accertato per la fibrillazione atriale, ha una qualità di vita peggiore di chi è colpito solo dalla patologia caratterizzata dalle anomalie del battito cardiaco.

È quanto emerge da uno studio pubblicato sul Journal of the American Heart Association che ha coinvolto più di 2.400 pazienti dall’età media di con una diagnosi di fibrillazione atriale in cura presso 14 centri della Svizzera tra il 2014 e il 2017. Il 17 per cento del campione aveva anche una diagnosi di diabete. Mettendo a confronto i sintomi riferiti dai pazienti dei due gruppi, con fibrillazione atriale e diabete o solo fibrillazione atriale, è emerso che le persone con diabete avevano circa il 25 per cento in meno di probabilità di riconoscere i sintomi tipici della fibrillazione atriale come un battito cardiaco accelerato rispetto a quelle senza diabete. 

Le persone con diabete avevano anche una probabilità tre volte superiore di soffrire di ipertensione, il 55 per cento di probabilità in più di andare incontro a infarto e circa il doppio del rischio di sviluppare insufficienza cardiaca. Il confronto dimostra quindi che la fibrillazione atriale se associata al diabete diventa più pericolosa e ciò accade soprattutto perché non viene riconosciuta, non viene diagnosticata e non viene trattata con le terapie appropriate. Venendo all’ictus, che è uno dei problemi più frequenti associati alla fibrillazione atriale, il quadro non cambia. Le persone con diabete hanno un rischio di ictus superiore del 39 per cento rispetto a quelle con fibrillazione atriale ma senza diabete. Chi ha il diabete ha anche il 75 per cento di probabilità in più di deterioramento cognitivo. 

«È sorprendente scoprire che i pazienti con diabete sono meno inclini a riconoscere i sintomi della fibrillazione atriale.  La ridotta percezione dei sintomi può comportare una diagnosi ritardata e, di conseguenza, più complicazioni come l'ictus. I nostri risultati sollevano la questione sulla necessità di sottoporre a screening di routine per la fibrillazione atriale i pazienti con diabete», dichiara Tobias Reichlin a capo dello studio. 

Quando i ricercatori hanno analizzato la qualità di vita dei due gruppi di pazienti, hanno scoperto che avere sia il diabete che la fibrillazione atriale è molto peggio che avere solo la fibrillazione atriale. Il che può essere un’ovvietà: due malattie sono peggio di una. Ma gli scienziati hanno il compito di dover dimostrare anche le cose ovvie. E così, analizzando i parametri della qualità di vita dei due gruppi hanno trovato le prove di quanto già dato per certo: chi ha sia il diabete che la fibrillazione atriale ha maggiori difficoltà nei movimenti e nelle attività quotidiane e una minore autonomia rispetto a chi ha solo la fibrilalzione atriale. 

Ancora una volta il problema, suggeriscono gli scienziati, sta nella mancata diagnosi di una malattia per la quale esistono farmaci efficaci e ben tollerati. 

«Poiché il diabete è uno dei principali fattori di rischio per la fibrillazione atriale, il nostro team ha voluto scoprire se i pazienti con e senza diabete differiscono in termini di sintomi e complicanze della fibrillazione atriale, Questa ricerca può fornire approfondimenti sul miglioramento della gestione della fibrillazione atriale e sulla prevenzione delle sue complicanze», afferma Reichlin. 

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Il valore della diagnostica per la sanità del futuro. Esperti a confronto al Roche Diagnostics Digital Talk

HealthDesk - Gio, 11/18/2021 - 15:32
L’evento

Costruire la sanità di domani a partire da una diagnostica sempre più accurata e tempestiva. È il messaggio lanciato nel corso del digital talk “Sostenibilità del Sistema Salute: il valore della diagnostica per la medicina del futuro” organizzato da Roche Diagnostics per permettere alle istituzioni e al mondo accademico e scientifico di confrontarsi sulle future sfide del sistema sanitario. Come conciliare tutela della salute e  sostenibilità mantenendo la centralità del paziente? La soluzione, almeno in parte, arriva dalla diagnostica. Che è da sempre un cardine della medicina e del sistema sanitario, perché da una parte fornisce gli strumenti che permettono una valutazione della salute, dall’altra è capace di intervenire attivamente sulle condizioni di salute indicando il percorso terapeutico più indicato al singolo paziente.

«Poiché crediamo che solo una sanità basata sul valore generato dalla continua innovazione possa garantire la sostenibilità del sistema salute, come Roche Diagnostics investiamo in R&S circa il 12 per cento del fatturato complessivo. Questo nostro investimento viene destinato allo sviluppo di strumenti diagnostici innovativi, automatizzati e connessi fra i diversi setting, servizi digitali a supporto dell’attività e del processo decisionale clinico diagnostico, nonché test per nuovi biomarcatori che consentono strategie di trattamento sempre più personalizzate, che si traducono in maggior appropriatezza diagnostica e terapeutica, oltre che in un efficientamento delle risorse grazie alla riduzione delle ospedalizzazioni», commenta Guido Bartalena, Healthcare and Market Development Director di Roche Diagnostics Italia. 

Uno degli ambiti in cui la diagnostica si è dimostrata fondamentale per un approccio terapeutico personalizzato è l’oncologia. La medicina di precisione in quest’area ha cambiato il paradigma nei trattamenti, migliorando significativamente gli esiti di salute. 

«Oggi vi sono sempre più evidenze scientifiche che dimostrano come l’utilizzo di determinati test diagnostici possa produrre risultati migliori non solo per la salute delle persone, in termini di prevenzione, qualità della diagnosi, terapie mirate e monitoraggi efficaci,  ma anche, e conseguentemente, per la ‘salute’ della spesa sanitaria», dichiara Francesco Saverio Mennini, professore di economia sanitaria, direttore EEHTA, CEIS - Università degli Studi, Roma Tor Vergata. 

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AstraZeneca si trasferisce al MIND di Milano

HealthDesk - Gio, 11/18/2021 - 15:08
Nuova sede

AstraZeneca trasferisce la sua sede al Milano Innovation District (Mind), il  nuovo distretto milanese nato dalla riconversione degli edifici di Expo 2015 per favorire la ricerca e l’innovazione. La multinazionale anglo-svedese ha annunciato un contributo di due miliardi al PIL nei prossimi 3 anni, un raddoppio dei posti di lavoro per la filiera che passeranno dai 3mila del 2020 ai 6mila nel 2023, un investimento in ricerca e sviluppo di 48 milioni di euro, con un aumento considerevole dei benefici per il Servizio Sanitario Nazionale a oltre 200 milioni. L’impegno di AstraZeneca e la produzione di valore per il l’Italia sono contenuti all’interno del documento “AZ Valore”, sviluppato da The European House – Ambrosetti e presentato oggi, 18 novembre, nel corso di un evento istituzionale che si è tenuto al Mind. 

«Il trasferimento del nostro headquarter a Mind significa confermare il ruolo strategico di AstraZeneca all’interno del sistema Paese, un modello che evidentemente si estenderà oltre i confini del distretto milanese. Le nostre attività dirette e le filiere coinvolte riescono già a generare un forte effetto moltiplicatore sull’intera economia italiana, che prevediamo di raddoppiare nei prossimi tre anni producendo benefici importanti per il sistema sanitario nazionale e per la società», ha dichiarato continua Lorenzo Wittum, presidente e AD di AstraZeneca. 

Lo studio AZ Valore, con le informazioni dettagliate su come e dove AstraZeneca produce innovazione e valore per il Paese, è consultabile sul sito web di AstraZeneca Italia.

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Nasce DARE, un videogioco per sensibilizzare i giovani sulle cure palliative pediatriche e le malattie inguaribili

HealthDesk - Gio, 11/18/2021 - 13:03
L’iniziativa

Zeno è un adolescente come tanti, nessun trauma, una vita tranquilla. Violetta è una ragazza affetta da una malattia neurologica incurabile. Casualmente si incontrano e diventano amici. Insieme lotteranno contro i pregiudizi della disabilità e della malattia inguaribile. Zeno e Violetta sono i protagonisti del videogioco  DARE, lo strumento innovativo ideato dalla Fondazione Maruzza per sensibilizzare i più giovani sulle patologie inguaribili e sulle cure palliative pediatriche presentato al convegno della Società Italiana di Cure Palliative, in corso a Rimini dal 18 al 20 novembre. L’applied game, disponibile gratuitamente per Android sulla piattaforma Google Play, presenta diversi livelli di difficoltà e l’utente dovrà combattere contro un nemico agguerrito e onnipresente: l’avatar del pregiudizio. Lo strumento parla il linguaggio dei ragazzi e li incoraggia ad essere aperti allo scambio e a non farsi spaventare dalle emozioni, anche negative, che possono emergere nell’incontro con un coetaneo ammalato. Il gioco, infatti, mostra come superando paure e pregiudizi sia possibile scoprire la profondità di valori universali come l’amicizia e il coraggio. 

«Vogliamo creare una narrazione delle malattie inguaribili che le faccia uscire dall’invisibilità. Di fronte a ragazzi con problemi di salute molto seri e complessi è normale non sapere come comportarsi, come comunicare. La loro realtà è fatta di terapie e assenze da scuola ma come tutti gli altri ragazzi hanno bisogno di socialità, relazioni, scambi, normalità. La necessità di ricoveri, l’assistenza domiciliare, le limitazioni impediscono preziose opportunità di sviluppo, di gioco ed esperienza del sé necessari ad una buona qualità di vita», spiega Elena Castelli, segretario generale della Fondazione.

In Italia sono 30mila i minori affetti da patologia inguaribile. Eppure, le cure palliative pediatriche sono poco riconosciute come strumento in grado di alleviare le sofferenze e garantire qualità alla vita dei minori malati. 

«Il minore deve sapere nel modo più corretto e sensibile e deve confrontarsi con i suoi coetanei in maniera precisa e convincente. Lo strumento del videogioco oggi si presta in maniera fantastica perché in grado di dare con impegno e divertimento messaggi molto significativi sulle malattie, sulle cure e sulle difficoltà del percorso terapeutico», commenta Momcilo Jankovic, pediatra, oncologo, direttore Area Psicosociale, Università di Milano-Bicocca, Fondazione MBBM, Monza.

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AAA donatori di gameti cercasi

HealthDesk - Gio, 11/18/2021 - 12:49
L’appello di CECOS Italia

«Urgono donatori di ovuli e sperma per far fronte alla richiesta crescente delle coppie infertili in Italia».

È l’appello che arriva dal Adolfo Allegra, presidente della Federazione Centri per lo studio e la conservazione degli ovuli e degli spermatozoi umani (Cecos Italia) alla vigilia del congresso Nazionale CECOS Italia che si terrà a Palermo. «Donare - afferma Allegra - è un atto volontario, solidale e altruista, realizzato da una persona sana per aiutare le coppie colpite da problemi di infertilità a trasformare in realtà il loro sogno di diventare genitori».

La richiesta di Allegra fa eco all’appello analogo dei ‘cugini francesi’ di Cecos Francia da quando è legge la possibilità per le coppie lesbiche e le donne single di richiedere la fecondazione eterologa. A differenza della Francia, la fecondazione eterologa al momento in Italia è riservata solo alle coppie eterosessuali sposate o conviventi con diagnosi di infertilità o con particolari problemi infettivi o genetici. Coppie non eterosessuali e donne single non possono accedere ai trattamenti. 

«Da quando l’eterologa è legale in Italia, sono aumentate secondo un modello geometrico le coppie che vi fanno ricorso, principalmente alla donazione di ovociti. Nel 2015 i cicli di ovodonazione nel nostro paese sono stati 1.308; nel 2018, ultimo anno i cui i dati sono disponibili, sono stati 5.981», dice Allegra. «Ma, la maggior parte delle donazioni di ovuli o sperma (95%) arriva purtroppo dall’estero».

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Farmaci e nuove tecnologie: oltre 250 già disponibili o in fase di sviluppo. Ora va aggiornata la normativa

HealthDesk - Gio, 11/18/2021 - 12:25
Il convegno

Si chiamano “terapie digitali” e sono le cure di domani, ma già largamente diffuse oggi. E poi ci sono gli strumenti di “digital care” per la gestione dei pazienti. Si tratta di due strumenti della digital health dai benefici comprovati ma ancora sfruttati poco e male nel nostro Paese. 

Nel convegno “Digital Health è il presente – Il sistema è pronto?”, organizzato da Fondazione Lilly a Roma, si è fatto il punto sulle nuove tecnologie della sanità che ancora non hanno ricevuto un riconoscimento normativo adeguato.

Attualmente sono disponibili in commercio o in fase di sviluppo 137 terapie digitali e 122 strumenti di digital care. Le prime (chiamate DTX), per ora concentrate sulle malattie psichiatriche (37%) e neurologiche (31%), hanno come principio attivo un algoritmo e non una tradizionale molecola. Oltre al beneficio clinico diretto sulla singola malattia, le DTX, prevedono un coinvolgimento attivo del paziente e consentono di realizzare percorsi terapeutici su misura, assicurando anche una maggiore appropriatezza prescrittiva. 

Gli strumenti di “digital care” (chiamati DC) sono invece vere e proprie piattaforme virtuali per gestire condizioni patologiche a 360 gradi, anche attraverso il coinvolgimento di operatori del settore sanitario e trattano ad esempio malattie oncologiche (17%) e diabete (13%). Rendere queste innovazioni disponibili a tutti i cittadini richiede un adeguamento del contesto normativo europeo e nazionale. Germania, Francia, Belgio e Regno Unito hanno già adottato dei percorsi ad hoc di accesso all’innovazione. In Italia, invece, DC e DTX vengono ancora classificate come dispositivi medici. 

«Fondazione Lilly ritiene che la definizione di un adeguato quadro organizzativo, normativo e regolatorio, possa rendere possibile l’inizio di una nuova era sanitaria per l’Italia, permettendo di trattare e gestire adeguatamente alcune patologie specifiche, con un conseguente miglioramento della qualità di vita dei pazienti, un aumento dell’efficienza dei percorsi di cura, un contributo all’efficientamento della spesa sanitaria e quindi un’opportunità per la sostenibilità e l’universalità del nostro sistema sanitario», spiega Huzur Devletsah, Presidente della Fondazione Lilly Italia. 

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