Medicina integrata

La pandemia ha dato una spinta all’antibiotico-resistenza⎥ Omicron peggio di Delta per i bambini

HealthDesk - Mar, 04/26/2022 - 21:18

 

La pandemia ha dato una spinta all’antibiotico-resistenza In confronto al periodo pre-pandemico, durante la pandemia i tassi di infezioni ospedaliere resistenti agli antibiotici sono aumentati sia tra i pazienti con Covid che tra quelli senza Covid Leggi tutto Omicron peggio di Delta per i bambini tra i 5 e gli 11 anni. Tasso di ricoveri 2,3 volte più alto Dal 19 dicembre 2021 al 28 febbraio 2022, con Omicron in circolazione, sono stati ricoverati 19,1 per 100mila bambini non vaccinati tra i 5 e gli 11 anni di età contro i 9,2 per 100mila bambini vaccinati. Il 19% è stato ricoverato in terapia intensiva e di questi l’87% non era vaccinato Leggi tutto Altre notizie Una legge per il diritto all'oblio di chi ha superato il cancro Fondazione GINEMA: 40 anni di ricerca sulle malattie del sangue Electric Path: colonnine per la ricarica dei veicoli elettrici negli ospedali italiani. Il progetto parte dal San Camillo di Roma


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Una legge per il diritto all'oblio di chi ha superato il cancro

HealthDesk - Mar, 04/26/2022 - 16:55
Raccolta firme

L'obiettivo intermedio era di raggiungere 30 mila firme prima dell'estate. Ne sono arrivare 64 mila già prima che finisse aprile, solo tre mesi dopo la presentazione dell'iniziativa “Io non sono il mio tumore” da parte della Fondazione Aiom (Associazione italiana di oncologia medica). Il prossimo obiettivo è di raggiungere le 100 mila sottoscrizioni, che entro l'estate verranno consegnate al ministro della Salute Roberto Speranza, al presidente del Consiglio, Mario Draghi, e al capo dello Stato, Sergio Mattarella.

Tutte firme per chiedere che venga finalmente riconosciuto il diritto all'oblio alle persone che, colpite da un tumore, ne siano guarite o lo abbiano ormai cronicizzato.

Lo scopo è ottenere una legge di pochi articoli che il Parlamento possa approvare in questa legislatura prima che si concluda, così che l'Italia possa seguire l’esempio virtuoso di altri Paesi europei che già tutelano i propri cittadini ex pazienti oncologici con una legge ad hoc.

Oggi, infatti, quasi un milione di persone in Italia sono guarite da un tumore, ma rischiano di subire discriminazioni nell’accesso a servizi come la stipula di assicurazioni e di mutui, nell’adozione di un figlio e nell’assunzione per un lavoro.

«In soli tre mesi – sottolinea Giordano Beretta, presidente della Fondazione Aiom –abbiamo raggiunto più della metà delle adesioni necessarie a portare il tema all’attenzione dei legislatori. È una delle maggiori call to action mai realizzate nella lotta al cancro. La grande partecipazione dei cittadini ci ha permesso finalmente di smuovere il Paese e di dimostrare ancora una volta quanto questa campagna sia fondamentale. Abbiamo ascoltato e raccolto le storie di moltissimi ex pazienti, anche personaggi famosi, che si sono trovati a vivere situazioni surreali e ingiuste. Sono 3,6 milioni le persone che, in Italia, vivono con una diagnosi di cancro. Il 27% di loro, circa un milione, è guarito. Sono numeri importanti, che non possiamo più ignorare. Ora chiediamo a tutti uno sforzo per continuare a diffondere l’iniziativa fino a raggiungere le 100 mila firme».

Grazie alle diagnosi precoci e alle terapie sempre più avanzate, oggi «molti tumori possono essere curati o cronicizzati» dice Saverio Cinieri, presidente dell'Aiom, e «questo spiega l’aumento delle persone che vivono anche a molti anni di distanza da una diagnosi». Come ricorda lo stesso Cinieri, ogni neoplasia richiede un tempo diverso perché chi ne soffre possa definirsi “guarito”: per il cancro del testicolo e della tiroide possono bastare meno di cinque anni dalla conclusione delle cure; per il melanoma e il tumore del colon meno di dieci. Bisogna attendere invece quindici anni per molti linfomi, mielomi e leucemie e per il rene e la vescica. «Supportare questa campagna – sostiene il presidente Aiom - significa offrire l’opportunità agli ex pazienti di vivere una vita libera dal ricordo della malattia».

L’Italia «deve seguire le orme di Francia, Lussemburgo, Belgio, Olanda e Portogallo» auspica Antonella Campana, vicepresidente di Fondazione Aiom e membro del coordinamento volontari di IncontraDonna. «Abbiamo studiato le loro leggi – prosegue - e chiediamo alle Istituzioni di non perdere altro tempo: ora tocca a loro impegnarsi in questa battaglia di civiltà. Riceviamo ogni giorno sollecitazioni da parte di malati e familiari che già hanno dovuto superare una malattia e ora si trovano a vivere una discriminazione scientificamente ingiustificata».

«Discriminare qualcuno per la sua malattia trasforma il tumore in una colpa» osserva Monica Forchetta, presidente dell'Associazione pazienti Italia melanoma (Aipam). Dall’avvio della campagna, ricorda, «abbiamo ricevuto numerosissime testimonianze di persone che, nonostante fossero guarite, si sono trovate in difficoltà nel richiedere diversi servizi. Anche agli adolescenti è capitato di vivere episodi discriminatori, per esempio in ambito sportivo. È necessario intervenire al più presto».

L’approvazione della legge «permetterà a moltissime persone di riprendere in mano la propria vita» confida Ornella Campanella, presidente dell’associazione aBRCAdabra, nel ricordare l'esempio di Francesco, 33 anni, che non ha potuto adottare un figlio a causa di un tumore alla tiroide curato ben tredici anni prima. O di Laura, che di anni ne ha 45 e non ha ottenuto un mutuo per avviare la propria attività nonostante sia guarita da un tumore al seno da più di quindici anni. «È importante che le Istituzioni ci ascoltino – conclude Campanella - e ci affianchino in questa sfida di cultura e civiltà. In questi mesi hanno dimostrato una grande sensibilità al tema, siamo certi che insieme riusciremo a raggiungere l’obiettivo e a modificare il peso schiacciante di chi si sente paziente oncologico discriminato per tutta la vita».

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La pandemia ha dato una spinta all’antibiotico-resistenza

HealthDesk - Mar, 04/26/2022 - 14:42
L’analisi Staphylococcus_aureus_Bacteria_(7739552618).jpg Immagine: NIAID, CC BY 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/2.0>, via Wikimedia Commons Lo studio in 271 ospedali americani: i casi di infezioni resistenti nosocomiali sono aumentati duranIn confronto al periodo pre-pandemico, durante la pandemia i tassi di infezioni ospedaliere resistenti agli antibiotici sono aumentati sia tra i pazienti con Covid che tra quelli senza Covid

C’era da aspettarselo: l’eccessivo e spesso inappropriato uso di antibiotici per curare Covid-19, soprattutto nella prima fase della pandemia quando i protocolli terapeutici non erano ancora chiari, ha acuito il fenomeno già preoccupante dell’antibiotico resistenza. Lo dimostra quanto è accaduto in 271 ospedali degli Stati Uniti che probabilmente sono rappresentativi di molti altri in altre parti del mondo. 

Lo studio, presentato all’European Congress of Clinical Microbiology & Infectious Diseases (ECCMID) (Lisbona 23-26 aprile), si basa sui dati di tutti i pazienti adulti ricoverati in 271 ospedali di vari Stati americani prima e durante la pandemia che hanno passato almeno un giorno in ospedale e di cui si conosce la ragione del ricovero, la condizione di salute al momento delle dimissioni o la causa del decesso. 

I pazienti sono stati divisi in due gruppi: quelli ricoverati prima della pandemia (tra il 1° luglio del 2019 e il 29 febbraio del 2020) o durante la pandemia (tra il 1° marzo 2020 e il 30 ottobre 2021). Questo secondo gruppo è stato a sua volta suddiviso in due categorie: con Covid o senza Covid. 

Tutti i casi di infezione resistente agli antibiotici sono stati registrati. 

I ricercatori hanno calcolato il tasso di infezioni resistenti agli antibiotici su 100 ricoveri prima e durante la pandemia e sono risaliti all’origine dell’infezione distinguendo tra quelle avvenute prima del ricovero e quelle insorte in ospedale. 

In totale, ne periodo pre-pandemia sono stati ricoverati 1.789.458 pazienti, mentre durante la pandemia il numero dei ricoveri è più che raddoppiato arrivando a  3.729.208. Il numero di pazienti ricoverati in ospedale con almeno un'infezione da microrganismi resistenti agli antibiotici era 63.263 nel periodo pre-pandemia e 129.410 durante la pandemia.

Il tasso di infezioni resistenti era 3,54 per 100 ricoveri prima della pandemia mentre tanto tra i pazienti risultati positivi che tra quelli negativi per Covid-19 durante la pandemia i livelli di infezioni resistenti erano più elevati, rispettivamente 4,92 per 100 ricoveri e 4,11 per 100 ricoveri. 

È particolarmente indicativo il dato sui tassi di infezioni resistenti insorte in ospedale:  prima della pandemia era pari a 0,77 per 100 ricoveri, mentre durante la pandemia era salito a 0,86 per 100 ricoveri durante la pandemia. Tra i pazienti con Covid-19 il tasso di infezioni resistenti agli antibiotici era ancora più alto, con 2,19 casi per 100 ricoveri. 

Al di fuori degli ospedali, in comunità, invece, si è osservata una tendenza opposta con un calo dei casi di infezioni da microbi resistenti durante la pandemia rispetto al periodo precedente (2,61 per 100 vs 2,76 per 100). 

«Questi nuovi dati evidenziano l'importanza di monitorare da vicino l'impatto di Covid-19 sui tassi di resistenza agli antibiotici. È particolarmente preoccupante che la resistenza agli antibiotici sia aumentata durante la pandemia sia nei pazienti positivi che negativi a Sars-CoV-2. Le infezioni acquisite in ospedale sono una delle principali preoccupazioni mediche, con tassi di resistenza agli antimicrobici significativamente più alti durante la pandemia rispetto a prima», ha dichiarato Karri Bauer, a capo dello studio. 

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Fondazione GINEMA: 40 anni di ricerca sulle malattie del sangue

HealthDesk - Mar, 04/26/2022 - 11:14
L’evento

L’ematologia italiana si riunisce il 28 e il 29 aprile a Roma in occasione dei primi 40 anni della Fondazione GIMEMA (Gruppo Italiano Malattie Ematologiche dell’Adulto Franco Mandelli). L’evento in presenza riunirà  i più illustri rappresentanti dell’ematologia Italiana, che fanno parte del Gruppo Cooperatore GIMEMA, e gli esponenti delle più importanti società scientifiche ematologiche italiane. Il programma prevede due giornate di incontri e sessioni di aggiornamenti sulle attività di ricerca, studi e progetti portati avanti dai gruppi di lavoro Working Parties del GIMEMA. 

GIMEMA nasce nel 1982 da una idea illuminata e lungimirante dell’indimenticato Franco Mandelli. Una comunità unica, coesa nella sua missione e che ha avuto e ha un ruolo importante nel panorama scientifico delle malattie del sangue e che tanto ha contribuito alla storia dell’Ematologia Italiana. Oggi GIMEMA, sostenuta costantemente nel suo cammino da AIL- Associazione Italiana contro le Leucemie, i Linfomi e il Mieloma, è un network di oltre 120 centri clinici in Italia e una rete di 61 laboratori.

«GIMEMA è nato a poco a poco, nel tempo, e inconsapevolmente, nel quotidiano entusiasmo e desiderio di collaborare tra giovani medici che si ponevano obiettivi apparentemente irraggiungibili: guarire pazienti con malattie del sangue allora inguaribili. GIMEMA è nato così, guidato da menti uniche. Come è nata così l’ematologia italiana in cui noi ci possiamo specchiare con orgoglio.  Ha dato molto a tutti: pazienti, medici, infermieri, biologi. L’augurio è che questa grande comunità resti compatta nella sua missione. I presupposti ci sono, solidi e luminosi. È tutto nelle nostre mani, nelle nostre menti. Continuiamo ad essere un modello, un esempio: lavoriamo per il bene», ha dichiarato Marco Vignetti, presidente della Fondazione GIMEMA -Franco Mandelli Onlus -

L’iscrizione all’evento è gratuita, si effettua online.. I posti sono disponibili fino ad esaurimento e la scadenza per la registrazione è fissata al 26 aprile 2022.   

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Omicron peggio di Delta per i bambini tra i 5 e gli 11 anni. Tasso di ricoveri 2,3 volte più alto

HealthDesk - Mar, 04/26/2022 - 10:16
Il rapporto Teddy_bear_toy_in_a_medical_mask_is_sitting_in_a_child_seat_in_the_car._(49894805893).jpg Immagine: Nenad Stojkovic from Srbija, CC BY 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/2.0>, via Wikimedia Commons Il 30 per cento dei bambini ricoverati non aveva malattie pregresse. I bambini non vaccinati hanno uDal 19 dicembre 2021 al 28 febbraio 2022, con Omicron in circolazione, sono stati ricoverati 19,1 per 100mila bambini non vaccinati tra i 5 e gli 11 anni di età contro i 9,2 per 100mila bambini vaccinati. Il 19% è stato ricoverato in terapia intensiva e di questi l’87% non era vaccinato

Sui bambini tra i 5 e gli 11 anni la variante Omicron ha avuto un impatto maggiore della Delta. Lo dimostrano i dati dell’ultimo rapporto dei Centers for Disease and Control statunitensi sulla pandemia negli Usa. I bambini non vaccinati durante l’ondata di Omicron avevano il doppio di probabilità di essere ricoverati rispetto ai coetanei vaccinati. E quasi un terzo dei bambini finiti in ospedale non presentava condizioni mediche pregresse mentre circa un quinto è dovuto ricorrere alla terapia intensiva. Dal 19 dicembre 2021 al 28 febbraio 2022 (nel periodo in cui è apparsa la variante Omicron), in tutto sono stati ricoverati in ospedale per Covid-19 19,1 per 100mila bambini non vaccinati tra i 5 e gli 11 anni di età contro i 9,2 per 100mila bambini vaccinati. Dei 397 bambini ricoverati in ospedale durante questo periodo, il 30 per cento era in buone condizioni di salute senza patologie preesistenti, il 19 per cento è stato ricoverato in terapia intensiva e l’87 per cento non era vaccinato. 

Gli autori del rapporto hanno esaminato i dati della rete di monitoraggio  COVID-NET concentrandosi  su 1.475 bambini ricoverati in ospedale in 11 Stati tra il 1°marzo 2020 al 28 febbraio 2022. L'età media era di 8 anni e il 56 per cento erano maschi.

Circa un terzo dei bambini presentava Covid grave. I ricercatori hanno anche esaminato i dati del periodo della pandemia durante il quale era predominante Delta (dal 27 giugno al 18 dicembre 2021).

Complessivamente, il tasso di ospedalizzazione durante il picco Omicron (settimana terminata il 22 gennaio 2022) è stato 2,3 volte superiore a quello del picco di Delta (settimana terminata il 25 settembre 2021): rispettivamente 2,8 vs 1,2 per 100mila. I tassi di ricovero in terapia intensiva durante Omicron erano 1,7 volte superiori rispetto a Delta (in un periodo di 2 settimane di predominanza delle varianti).

La Fda ha autorizzato la serie primaria a due dosi di vaccino Pfizer per bambini dai 5 agli 11 anni nel 2021. Tuttavia, i tassi di vaccinazione in questa fascia di età sono ancora significativamente inferiori rispetto a quelli registrati nella fascia di età superiore.

Nonostante il numero dei bambini vaccinati nello studio fosse piccolo, gli autori hanno osservato che nessun paziente vaccinato e ricoverato aveva avuto bisogno del supporto di ossigeno.

In linea con quanto emerso in altre popolazioni, il rischio di Covid grave era significativamente più alto tra i bambini con diabete e con obesità. 

«Il fatto che i tassi di ospedalizzazione nei bambini non vaccinati fossero il doppio di quelli dei bambini vaccinati suggerisce che i vaccini sono efficaci nel prevenire le morbilità associate a Covid-19. Il che è coerente con studi recenti, che suggeriscono che la vaccinazione riduce il rischio di infezione da Omicron, protegge dalla malattia associata a COVID-19 tra i bambini di età compresa tra 5 e 11 anni e previene la sindrome infiammatoria multisistemica nei bambini, una grave condizione iperinfiammatoria postinfettiva con un'incidenza maggiore in questa fascia di età rispetto ad altre fasce di età», scrivono gli autori del rapporto. 

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Electric Path: colonnine per la ricarica dei veicoli elettrici negli ospedali italiani. Il progetto parte dal San Camillo di Roma

HealthDesk - Mar, 04/26/2022 - 10:05
L’iniziativa

Proteggere l’ambiente per proteggere la salute. È questo l’obiettivo di “Electric Path”, un progetto nazionale grazie al quale sono state installate infrastrutture per la ricarica dei veicoli elettrici (IDR) nei parcheggi di diversi ospedali italiani. L’iniziativa è realizzata da Novo Nordisk all’interno del programma internazionale “Circular for Zero”, strategia dell’azienda danese per azzerare l’impatto ambientale entro il 2030.

In questo ambito, oggi è stata presentata una partnership pubblico-privato all’insegna della sostenibilità ambientale, unica nel suo genere, tra Novo Nordisk e Regione Lazio, per l’installazione dei dispositivi in diversi ospedali della regione, a partire dall’Azienda ospedaliera San Camillo Forlanini di Roma.

«Abbiamo aderito con convinzione a questo progetto per contribuire a obiettivi concreti in tema di riduzione sull’impatto ambientale. Infatti, è fondamentale favorire un’infrastruttura diffusa e capillare che incentivi e faciliti l’uso dei veicoli elettrici. L’installazione nel nostro ospedale di impianti di ricarica va proprio in questa direzione e potranno essere utilizzati da un ampio numero di persone, sia utenti sia dipendenti», ha dichiarato Narciso Mostarda, Direttore Generale Azienda ospedaliera San Camillo Forlanini. 

Al San Camillo Forlanini, le colonnine per la ricarica dei veicoli elettrici sono state installate nei parcheggi situati all’interno dell’ospedale in modo da essere fruibili da tutti, per stimolare le persone a una transizione più rapida verso modelli di mobilità sostenibili e contribuire così alla riduzione delle emissioni di CO2, con conseguente miglioramento della salute e del benessere di tutti.

Oltre ad avere un impatto sull’aria e sull’ambiente che ci circonda, l’inquinamento è causa anche dello sviluppo di numerose malattie, respiratorie, ictus, demenze, malattie renali e diabete. Per esempio, è stato osservato che un aumento di 10 unità di concentrazione di PM10 o NO2 si traduce in un aumento rispettivamente del 8,1 per mille e del 4,1 per mille nella prevalenza del diabete tipo 2. Inoltre, un’ampia ricerca condotta negli USA ha messo in evidenza, come l’inquinamento atmosferico sia responsabile ogni anno di oltre 3 milioni di nuovi casi di diabete.

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La resa dei medici italiani⎥Monoclonali preventivi⎥Lotta alla malaria

HealthDesk - Mar, 04/26/2022 - 05:45

 

La pandemia ha dato una spinta all’antibiotico-resistenza In confronto al periodo pre-pandemico, durante la pandemia i tassi di infezioni ospedaliere resistenti agli antibiotici sono aumentati sia tra i pazienti con Covid che tra quelli senza Covid Leggi tutto

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Omicron peggio di Delta per i bambini tra i 5 e gli 11 anni. Tasso di ricoveri 2,3 volte più alto Dal 19 dicembre 2021 al 28 febbraio 2022, con Omicron in circolazione, sono stati ricoverati 19,1 per 100mila bambini non vaccinati tra i 5 e gli 11 anni di età contro i 9,2 per 100mila bambini vaccinati. Il 19% è stato ricoverato in terapia intensiva e di questi l’87% non era vaccinato Leggi tutto La lotta alla malaria fa un passo avanti. Più di un milione di bambini in Africa hanno ricevuto il vaccino Il vaccino RTS,S/AS01 è il primo vaccino contro la malaria e il primo contro un’infezione parassitaria. Più di un milione di bambini in Ghana, Kenya e Malawi hanno ricevuto una o più dosi grazie a un programma pilota coordinato dall'OMS. Leggi tutto Covid-19: -83% del rischio di infezione con anticorpi monoclonali 'preventivi' Il trattamento profilattico consiste in una sola dose per via intramusocolare e assicura una protezione duratura con un’efficacia dell’83 per cento. È la soluzione alternativa ai vaccini per le persone immunocompromesse che non rispondono alla vaccinazione o per chi non può vaccinarsi Leggi tutto In USA Election Day da infarto: nei giorni successivi alle elezioni aumentano i ricoveri per eventi cardiaci È il caso di dire che le elezioni americane stanno particolarmente a cuore agli elettori. Nei giorni successivi alla nomina di Biden i casi di infarto sono aumentati del 42% rispetto alle settimane precedenti. Ma era successo lo stesso anche con l’elezione di Trump nel 2016 Leggi tutto Altre notizie Una legge per il diritto all'oblio di chi ha superato il cancro Fondazione GINEMA: 40 anni di ricerca sulle malattie del sangue Electric Path: colonnine per la ricarica dei veicoli elettrici negli ospedali italiani. Il progetto parte dal San Camillo di Roma Nas: controlli in quasi 500 strutture e sequestri di apparecchiature per crioterapia La Società di leadership e management in medicina: «ll Pnrr da solo non sarà la panacea di tutti i mali» del Ssn Covid fa crollare le vaccinazioni contro la meningite negli adolescenti: -30% nel 2020


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La resa dei medici italiani⎥Monoclonali preventivi⎥Lotta alla malaria

HealthDesk - Lun, 04/25/2022 - 21:08

 

La pandemia ha dato una spinta all’antibiotico-resistenza In confronto al periodo pre-pandemico, durante la pandemia i tassi di infezioni ospedaliere resistenti agli antibiotici sono aumentati sia tra i pazienti con Covid che tra quelli senza Covid Leggi tutto

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Nas: controlli in quasi 500 strutture e sequestri di apparecchiature per crioterapia

HealthDesk - Lun, 04/25/2022 - 12:54
Operazione d'intesa con il ministero della Salute

Palestre, centri benessere ed estetici, studi medici e fisioterapici: sono 488 le strutture ispezionate nelle scorse settimane dai Carabinieri dei Nas, d’intesa con il ministero della Salute. Obiettivo era verificare l’idoneità tecnica delle attrezzatura impiegate nella crioterapia, la sussistenza dei requisiti igienico-strutturali e organizzativi, il possesso delle autorizzazioni, la presenza di figure professionali adeguate alla tipologia di prestazione crioterapica erogata e, infine, l’osservanza delle misure di contenimento alla diffusione del Covid-19.

Negli ultimi anni si è diffusa la pratica della “crioterapia” o “terapia del freddo”, con l’utilizzo, in palestre, centri benessere o estetici, di “criocamere” o “criosaune” che possono raggiungere temperature fino a 130 gradi sotto lo zero.

Nel corso dell'operazione i Carabinieri Nas hanno rilevato «50 obiettivi non conformi» che hanno comportato il deferimento all’Autorità giudiziaria di 16 titolari e operatori e la contestazione di sanzioni amministrative per un importo complessivo di 165 mila euro.

Sono state anche sequestrate 13 criocabine poiché utilizzate in strutture non autorizzate o impiegate per trattamenti terapeutici da personale non qualificato. Sequestrati anche cinque apparecchi elettromedicali per la crioterapia detenuti abusivamente. Effettuati, inoltre, tre provvedimenti di sospensione/chiusura di attività prive di autorizzazione e sequestrati tre locali adibiti ad ambulatori medici all’interno di altrettanti centri estetici. Sono state accertate 74 violazioni, delle quali 18 riconducibili all’esercizio abusivo della professione sanitaria, all’attivazione abusiva di ambulatori di medicina estetica, a irregolarità nella gestione e detenzione di farmaci scaduti.

Infine, sono state contestate ulteriori 56 sanzioni per inadempienze autorizzative e procedurali connesse con la mancata applicazione di Leggi regionali, della normativa dell’attività di estetista nonché dell’applicazione delle misure di contenimento del Covid-19.

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La Società di leadership e management in medicina: «ll Pnrr da solo non sarà la panacea di tutti i mali» del Ssn

HealthDesk - Lun, 04/25/2022 - 11:49
L'avvertimento

Confrontarsi sulle opportunità che la sfida del Pnrr può offrire al Servizio sanitario nazionale, ai soggetti pubblici e privati che operano in sanità e a una loro eventuale partnership. Questo l’obiettivo dell’Incontro “P3, Partnership Pubblico Privato: dal pensiero all’azione”, organizzato dalla Over Group sotto l’egida della Società italiana di leadership e management in medicina (Simm)

«Come sottolineato nel Rapporto 2021 sul Coordinamento della finanza pubblica della Corte dei conti – ricorda Mattia Altini, presidente della Simm - il sistema sanitario italiano sta riuscendo al momento a gestire la crisi pandemica, nonostante alcune difficoltà, come l’eccessiva eterogeneità degli approcci regionali, ma sarà fondamentale, per il futuro, rendere omogenea l’erogazione dei Lea su tutto il territorio nazionale migliorando l’allocazione delle risorse, auspicando un maggior coordinamento europeo».

Secondo Altini, il Servizio sanitario nazionale «ha necessità di riprogrammare la sua attività focalizzandosi sulla lotta alle variazioni ingiustificate negli esiti che troppo spesso impattano sulla vita dei cittadini».

«Arriveranno sì le risorse del Pnrr» osserva il presidente Simm, ma il Servizio sanitario nazionale «è un sistema adattativo complesso che rappresenta lo specchio di una società e delle sue aspettative» e pertanto è necessario che «accanto ad un grande investimento finanziario ci sia una politica capace di comprendere che il denaro in arrivo debba essere visto come un investimento per il nostro Paese, in grado di trasformare il modo con cui facciamo le cose».

Allora «bisogna che la politica comprenda fino in fondo l’eccezionalità del momento che stiamo vivendo e la necessità di “osare” per metterci nelle condizioni di fare nel prossimo futuro le cose in modo diverso. Lo scopo ultimo delle organizzazioni sanitarie – conclude Altini - è produrre salute e troppo spesso vecchie norme e consuetudini ormai superate fanno sì che in sanità si continui a lavorare per compartimenti stagni creando difficoltà a chi è chiamato a creare integrazione e sinergia per garantire la tutela della salute dei cittadini. Non perdiamo l’occasione di rivoluzionare il nostro Ssn, mantenendo saldi i valori della 883».

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Sclerosi multipla, chi vive al nord ha maggiori probabilità di sviluppare la malattia in forma grave

HealthDesk - Mer, 04/20/2022 - 13:35
Il legame piqsels.com-id-jfcjj.jpg La gravità dei sintomi della sclerosi multipla aumenta con la latitudine. L’esposizione al sole è unLa gravità dei sintomi della sclerosi multipla dipende dalla distanza dall’equatore. Superati i 40° di latitudine la malattia si manifesta in forma più grave. Potrebbe dipendere dall’esposizione ai raggi ultravioletti, ma anche da altri fattori

I sintomi della sclerosi multipla dipendono, sorprendentemente, anche da un parametro geografico: la distanza dall’equatore. I pazienti che vivono a latitudini maggiori sviluppano la malattia in forma più grave. Lo suggerisce uno studio dell’Università di Melbourne in Australia appena pubblicato su Neurology condotto su 46mila persone con sclerosi multipla che vivono in zone temperate. Chi, tra questi, vive al di sopra dei 40° di latitudine sviluppa la malattia in forma più grave.  

Potrebbe dipendere in parte dalle differenze nell’esposizione ai raggi ultravioletti (UVB). Finora era stato osservato che la sclerosi multipla è più frequente nei Paesi a latitudini maggiori. Ora si dimostra che anche la gravità dei sintomi peggiora se si vive più lontano dall’equatore.

«Le persone che vivono con la sclerosi multipla in Scandinavia, ad esempio, hanno maggiori probabilità di sperimentare un declino più rapido della loro funzione neurologica rispetto alle persone che vivono nel Mediterraneo, dopo aver tenuto conto delle differenze nella prevalenza della malattia e nell'accesso alla terapia. Questa associazione sembra essere stata stabilita durante i primi anni di vita. Non sappiamo ancora cosa ci sia dietro questo fenomeno. Le possibili spiegazioni sono molte, che vanno dalle esposizioni ambientali, inclusa l'esposizione ai raggi UV del sole, alla dieta o ai geni», ha dichiarato Tomas Kalincik, dell’Università di Melbourne, a capo dello studio. 

Da tempo gli epidemiologi si stanno chiedendo come mai la prevalenza della malattia è più bassa nelle regioni equatoriali e aumenta verso i poli, un fenomeno noto come gradiente latitudinale. 

«È ampiamente accettato che un'esposizione insufficiente alla luce solare sia un fattore di rischio per lo sviluppo della sclerosi multipla, Per medici e pazienti, è quindi interessante se la luce solare e/o la vitamina D possano anche essere sfruttate terapeuticamente.

Si presume che le radiazioni a onde corte, in particolare l'ultravioletto B, medino gli effetti antinfiammatori della luce solare, motivo per cui vengono regolarmente applicate in contesti dermatologici, ad esempio in condizioni autoimmuni della pelle come la psoriasi e la vitiligine. Se la luce UVB si rivelasse utile nella sclerosi multipla, ciò potrebbe fornire nuove strade terapeutiche», affermano i due autori di un editoriale di accompagnamento allo studio. 

I ricercatori hanno raccolto i dati geografici e clinici di 46mila pazienti con sclerosi multipla. Per ognuno di loro sono risaliti alla latitudine e alla dose annuale di radiazione Uvb a cui i pazienti sono stati esposti tra i 6 e i 18 anni e al momento della diagnosi. 

La gravità della malattia è stata calcolata ricorrendo al Multiple Sclerosis Severity Score, una scala di valutazione della disabilità usata dai clinici per monitorare la progressione della malattia.

I pazienti, per il 70 per cento donne, dall’età media di 39 anni risiedevano tra le latitudini 19°35 ́ e 56°16 ́. 

A latitudini maggiori di 40°, la malattia si manifesta in forma più grave. Per esempio tra un paziente di Madrid e uno di  Copenaghen c’era una differenza di 1,3 punti nella scala MSS. 

Questa relazione non è stata osservata a latitudini inferiori a 40°.

L'elevata disabilità era associata a una bassa esposizione cumulativa ai raggi Uvb al momento della valutazione della disabilità e prima dei 6 e 18 anni. I risultati erano simili nell'emisfero settentrionale e in quello meridionale.

«In media, il punteggio della MSS diminuisce di 1,0-1,2 decili per ogni aumento di 1 kJ/m2 della dose annuale di Uvb. È interessante notare che queste associazioni, anche se di entità relativamente minore, sono già presenti a 6 e 18 anni di età rispetto a tutti i futuri punteggi. Ciò suggerisce che l'esposizione agli Uvb durante le prime fasi della vita può essere fondamentale per definire il futuro gravità della malattia», scrivono i ricercatori. 

I ricercatori fanno notare però che oltre alle radiazioni Uvb, potrebbero esserci altre variabili con un impatto sui sintomi della sclerosi multipla. Tra queste, la maggiore diffusione al nordo del virus di Epstein-Barr che è coinvolto nell’isnorgenza della sclerosi multipla. 

Categorie: Medicina integrata

Tumore al seno: una nuova strategia per evitare la chemio

HealthDesk - Mer, 04/20/2022 - 11:44
Lo studio Catheter_for_chemotherapy_(1).jpg Immagine: Rhoda Baer (Photographer), Public domain, via Wikimedia Commons Due indicatori combinati suggeriscono la terapia più efficace nei tumore al seno precociDue indicatori combinati possono suggerire la terapia più efficace nei casi di tumore al seno allo stadio iniziale con pochi linfonodi coinvolti. Il risultato del test a 21 geni abbinato alla risposta alla terapia endocrina pre-operatoria può indicare se fare o non fare la chemioterapia

Capire come si comporterà un tumore allo stadio iniziale, se diventerà aggressivo, se si diffonderà o resterà confinato lì dove è comparso e se, una volta eliminato, c’è la possibilità che torni. Riuscirci con una previsione affidabile è l’obiettivo della medicina personalizzata, quella che spera di dare il trattamento giusto al paziente giusto, evitando terapie inutili senza rinunciare a quelle necessarie. 

Nel caso del tumore al seno le scelte terapeutiche potrebbero essere decise combinando due parametri: i risultati di un test prognostico e la risposta a una terapia preoperatoria. Così facendo si può individuare il trattamento più indicato per le pazienti con carcinoma mammario in fase iniziale con coinvolgimento linfonodale limitato. Un gruppo di ricercatori tedeschi ha infatti scoperto che il punteggio di recidiva a 21 geni (l’esame che analizza l’attività di 21 geni del tumore per valutarne il rischio di recidiva e l’opportunità o meno della chemioterapia) associato alla risposta alla terapia endocrina preoperatoria a tre settimane riesce a fornire indicazioni affidabili sulla terapia potenzialmente più efficace per le pazienti evitando così il ricorso a trattamenti inutili come la chemioterapia. 

L’ipotesi di combinare i due indicatori per offrire alle donne la migliore opzione terapeutica possibile è stata proposta sul Journal of Clinical Oncology.

Questo approccio combinato può aiutare a evitare la chemioterapia in più della metà delle pazienti che altrimenti sarebbero candidate al trattamento secondo criteri clinicopatologici convenzionali. 

Lo studio ha coinvolto 2.290 pazienti dall’età media di 57 anni, di cui 1.422 nel braccio sperimentale e 868 in quello di controllo. 

Le pazienti avevano ricevuto una terapia endocrina pre-operatoria per tre settimane, solitamente tamoxifene nelle pazienti in premenopausa e inibitori dell'aromatasi nelle pazienti in postmenopausa. Durante questa terapia, le pazienti sono state divise in tre gruppi in base al punteggio di recidiva: rischio di recidiva, basso, intermedio e alto.

In un gruppo di 694 pazienti con rischio di recidiva intermedio, ma che non hanno risposto alla terapia endocrina e hanno continuato a ricevere chemioterapia a dose elevata, i tassi a 5 anni erano del 90,3 per cento per la sopravvivenza libera da malattia invasiva (invasive disease free survival IDFS), e del 96,7 per cento per la sopravvivenza globale (Disease-free survival (DFS).

La risposta alla terapia endocrina era più probabile con gli inibitori dell'aromatasi che con il tamoxifene: 78,1 per cento contro 41,1 per cento. 

«Lo studio dimostra che valutare il trattamento sistemico mediante il punteggio di recidiva combinato alla risposta alla terapia endocrina è fattibile nella routine clinica e risparmia la chemioterapia nelle pazienti in pre- e postmenopausa con un numero di linfonodi coinvolti inferiore o uguale tre», scrivono i ricercatori nelle conclusioni. 

Categorie: Medicina integrata

Omicron: sottovarianti da temere⎥ USA: mai così tanti gli adolescenti morti per overdose

HealthDesk - Mer, 04/20/2022 - 05:45

 

Sclerosi multipla, chi vive al nord ha maggiori probabilità di sviluppare la malattia in forma grave La gravità dei sintomi della sclerosi multipla dipende dalla distanza dall’equatore. Superati i 40° di latitudine la malattia si manifesta in forma più grave. Potrebbe dipendere dall’esposizione ai raggi ultravioletti, ma anche da altri fattori Leggi tutto Tumore al seno: una nuova strategia per evitare la chemio Due indicatori combinati possono suggerire la terapia più efficace nei casi di tumore al seno allo stadio iniziale con pochi linfonodi coinvolti. Il risultato del test a 21 geni abbinato alla risposta alla terapia endocrina pre-operatoria può indicare se fare o non fare la chemioterapia Leggi tutto


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Omicron: sottovarianti da temere⎥ USA: mai così tanti gli adolescenti morti per overdose

HealthDesk - Mar, 04/19/2022 - 21:39

 

Sclerosi multipla, chi vive al nord ha maggiori probabilità di sviluppare la malattia in forma grave La gravità dei sintomi della sclerosi multipla dipende dalla distanza dall’equatore. Superati i 40° di latitudine la malattia si manifesta in forma più grave. Potrebbe dipendere dall’esposizione ai raggi ultravioletti, ma anche da altri fattori Leggi tutto Tumore al seno: una nuova strategia per evitare la chemio Due indicatori combinati possono suggerire la terapia più efficace nei casi di tumore al seno allo stadio iniziale con pochi linfonodi coinvolti. Il risultato del test a 21 geni abbinato alla risposta alla terapia endocrina pre-operatoria può indicare se fare o non fare la chemioterapia Leggi tutto


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Vaccini anti Covid-19: meno di dieci reazioni avverse ogni mille dosi, l'82 per cento non sono gravi

HealthDesk - Mar, 04/19/2022 - 18:29
Rapporto Aifa

Tra il 27 dicembre 2020 e il 26 marzo 2022 la Rete nazionale di farmacovigilanza ha registrato 134.361 segnalazioni di sospette reazioni avverse su un totale di 135.849.988 di dosi somministrate dei cinque vaccini impiegati nella campagna anti Covid-19. Cioè 99 ogni 100 mila dosi, nell'82,1% dei casi riferite a eventi non gravi, come dolore nella sede dell'iniezione, febbre, astenia/stanchezza, dolori muscolari.

Å comunicarlo è l'Aifa, l'Agenzia italiana del farmaco, nel suo undicesimo Rapporto di sorveglianza sui vaccini anti Covid-19.

I tassi di segnalazione relativi alla prima dose, precisa l'Agenzia, sono inferiori a quelli registrati dopo la prima e ancora più bassi sono quelli per la terza dose. Per ciò che riguarda la quarta dose, l'Aifa osserva che la popolazione a cui è stata somministrata è ancora troppo esigua per averne un dato significativo.

Le segnalazioni gravi corrispondono al 17,8% del totale, vale a dire 18 ogni 100 mila dosi somministrate. Come riportato nei precedenti Rapporti, indipendentemente dal vaccino, dalla dose e dal tipo di evento, la reazione si è verificata nella maggior parte dei casi (72% circa) nella stessa giornata della vaccinazione o il giorno successivo e solo più raramente oltre le 48 ore.

Il vaccino attualmente più utilizzato nella campagna vaccinale italiana è Comirnaty (65,2%), seguito da Spikevax (24,7%), Vaxzevria (9,0%), Covid-19 Vaccino Janssen (1,1%) e Nuvaxovid (0,02%), in uso dal 28 febbraio 2022. La distribuzione delle segnalazioni per tipologia di vaccino ricalca quella evidenziata nei precedenti Rapporti: Comirnaty 66,5%, Vaxzevria 17,7%, Spikevax 14,5%, Covid-19 vaccino Janssen 1,3%, Nuvaxovid 0,03%.

Per tutti i vaccini gli eventi avversi più segnalati sono febbre, stanchezza, cefalea, dolori muscolari/articolari, brividi, disturbi gastro-intestinali, reazioni vegetative, stanchezza, reazione locale o dolore nel punto dell'iniezione.

In particolare nella fascia di età tra 5 e 11 anni, al 26 marzo scorso risultano complessivamente 439 segnalazioni (circa lo 0,3% del totale) per il vaccino Comirnaty, l’unico attualmente utilizzato in questa fascia di età, con un tasso di segnalazione di circa 21 casi ogni 100 mila dosi. Gli eventi avversi più frequentemente segnalati sono stati dolore nella sede di iniezione, cefalea, febbre e stanchezza. La quasi totalità di queste segnalazioni è attribuita alla prima dose.

Categorie: Medicina integrata

Cancro, sempre curabile

HealthDesk - Mar, 04/19/2022 - 16:54

 

Cancro, sempre curabile

 

Il cancro NON è un “male incurabile”. Non lo è più. Gli specialisti, seppure con grande prudenza, ormai parlano sempre più spesso e sempre più convintamente di “guarigione” o, almeno, di cronicizzazione. Il che equivale a una durata e una qualità di vita che non si discostano molto da quelle di chi il cancro non lo subisce. Come per diverse altre malattie.

Eppure leggiamo e sentiamo dire ancora troppe volte sui giornali, in televisione, in internet, da parenti e amici che qualcuno se ne è andato a causa di “un male incurabile”. A quanto pare, non riusciamo a liberarci da un luogo comune che si è consolidato nel corso di decenni, di secoli e millenni addirittura. Il luogo comune che il cancro è una malattia incurabile.

Invece, il cancro non è sempre guaribile, certamente, ma curabile sì.

Perché oggi c'è sempre una cura. E, soprattutto, c'è sempre modo di prendersi cura di chi viene colpito dalla malattia.

Ecco la ragione di questa iniziativa, di questo viaggio nella conoscenza del cancro. Un viaggio raccontato anche attraverso le voci di molti tra i massimi specialisti italiani dell'oncologia. 

Perché conoscere aiuta a capire, a prevenire, a proteggersi, ad affrontare le difficoltà e a superarle.

Un viaggio che proprio per questa ragione abbiamo intitolato LA CURA.

Il podcast è articolato in episodi, che spazieranno dalla storia alla biologia, dalle battute d’arresto ai successi e alle sfide che ancora ci attendono. Saranno pubblicati on line con cadenza settimanale e disponibili a partire da questo venerdì sulle principali piattaforme, oltre che sulla pagina dedicata di HealthDesk.

LA CURA è realizzata con il supporto non condizionante di Bristol-Myers Squibb e GlaxoSmithKline.

Michele Musso


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Asma, la Commissione Europea approva dupilumab per bambini dai 6 agli 11 anni

HealthDesk - Mar, 04/19/2022 - 16:00
Farmaci

I bambini con asma grave potranno essere trattati con dupilumab, l’anticorpo monoclonale completamente umano che inibisce l’attività dell’interleuchina-4 (IL-4) e dell’interleuchina-13 (IL-13) e non è un immunosoppressore. La Commissione Europea ha infatti esteso l'autorizzazione alla commercializzazione di dupilumab nell'Unione Europea anche come trattamento di mantenimento e aggiuntivo in bambini di età compresa tra 6 e 11 anni affetti da asma grave causato da infiammazione di tipo 2 caratterizzato da un aumento degli eosinofili nel sangue e/o di ossido nitrico espirato frazionato (FeNO), che risultano non controllati in modo adeguato con corticosteroidi inalatori (ICS) a dose medio-alta o un'altra terapia di mantenimento.

 L'asma è una delle malattie croniche più comuni nei bambini. Fino all’85 per cento dei bambini con asma possono avere un'infiammazione di tipo 2 e maggiori probabilità di un carico di malattia più elevato. Nonostante il trattamento con gli attuali standard di cura rappresentati dai corticosteroidi inalatori (ICS) e broncodilatatori, questi bambini continuano a sperimentare gravi sintomi come tosse, respiro sibilante e difficoltà respiratorie. L'asma grave può avere un impatto sullo sviluppo delle vie aeree dei bambini e causare esacerbazioni potenzialmente pericolose. I bambini con asma grave possono anche necessitare di cicli multipli di corticosteroidi sistemici che comportano rischi significativi. L'asma grave non controllato può inoltre interferire con le attività quotidiane, come dormire, frequentare la scuola e fare sport.

«La prospettiva di poter contare a breve anche nel nostro Paese su una terapia come dupilumab che si è dimostrata efficace e con un favorevole profilo di sicurezza  ha un potenziale valore clinico molto forte. La possibilità di avere una nuova opzione terapeutica  rappresenterà un passo avanti davvero significativo per una popolazione particolarmente vulnerabile come quella dei bambini con asma grave, che si presenta con   sintomi  gravi e debilitanti che indirettamente colpiscono anche le loro famiglie, per cui la gestione della malattia è particolarmente gravosa», ha dichiarato Giorgio Piacentini, professore Ordinario di Pediatria, Università di Verona, Direttore UOC Pediatria C, AOUI Verona

La decisione della Commissione Europea si basa sui dati fondamentali dello studio di fase 3 VOYAGE che ha valutato l'efficacia e la sicurezza di dupilumab in combinazione con le terapie standard dell'asma in 408 bambini con asma da moderato a grave non controllato.

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Tumore del colon-retto: Aifa approva la terapia target encorafenib in combinazione con cetuximab

HealthDesk - Mar, 04/19/2022 - 15:56
Farmaci

È disponibile in Italia una nuova terapia mirata per il trattamento di una delle forme di cancro del colon-retto più aggressive. L’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha approvato la rimborsabilità di encorafenib, in combinazione con cetuximab, nel tumore del colon-retto metastatico (mCRC) con mutazione del gene BRAFV600E, nei pazienti che hanno ricevuto precedente terapia sistemica. Inoltre, AIFA ha riconosciuto l’innovatività condizionata per questa indicazione. Si tratta della prima terapia mirata approvata in questa popolazione di pazienti, finora privi di terapie target. 

Nello studio di fase 3 BEACON, che ha portato a giugno 2020 all’approvazione da parte dell’Agenzia Europea per i medicinali (EMA) di encorafenib in combinazione con cetuximab, la terapia combinata ha infatti dimostrato una sopravvivenza globale mediana di 9,3 mesi e una riduzione del rischio di morte del 40 per cento rispetto al braccio di controllo.

«La neoplasia colpisce ogni anno in Italia più di 43.700 persone. Il 20 per cento delle diagnosi purtroppo è scoperto in fase metastatica. Nella maggior parte dei casi, la malattia avanzata non è adatta a un intervento chirurgico potenzialmente curativo. Grazie alle nuove terapie, la sopravvivenza è migliorata, ma resta ancora un forte bisogno clinico insoddisfatto per i pazienti che presentano la mutazione del gene BRAF. Questa alterazione, che è individuata in circa il 10 per cento dei casi, è associata a una prognosi decisamente peggiore, perché il tumore è più aggressivo e per una maggiore resistenza alle terapie. La mutazione V600E è la più frequente tra quelle di BRAF e il rischio di mortalità in questi pazienti è più che raddoppiato rispetto a quelli ‘non mutati’. Grazie alla disponibilità della nuova combinazione encorafenib e cetuximab, cambia il trattamento, con la possibilità di ritardare la progressione della malattia e prolungare la sopravvivenza», ha dichiarato Alberto Sobrero, responsabile del Dipartimento di Oncologia Medica dell’Ospedale San Martino di Genova.

La caratterizzazione molecolare rappresenta un passaggio fondamentale prima di iniziare il trattamento del tumore del colon retto metastatico. «L’oncologia di precisione richiede che debbano essere individuate le caratteristiche molecolari della neoplasia, cioè i geni che ci aiutano a stabilire la cura. Vi sono alcune alterazioni geniche che, se presenti, possono fornire al clinico informazioni molto importanti sull’aggressività biologica del tumore e sulla possibilità di rispondere o meno alle cure. Una è proprio la mutazione di BRAF, che va sempre ricercata con un test specifico. Oggi abbiamo a disposizione una nuova terapia mirata, che diventa lo standard di cura in questi pazienti con mutazione. Encorafenib, inibitore di BRAF, in combinazione con cetuximab, un anticorpo monoclonale che inibisce il recettore per il fattore di crescita epidermico, agisce sulla via del segnale cellulare per bloccare la replicazione delle cellule malate. Finora, in questa popolazione di pazienti, venivano utilizzate combinazioni di chemioterapie intensive con scarsi risultati», conclude Sobrero.

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Le nuove sottovarianti di Omicron sono pericolose?

HealthDesk - Mar, 04/19/2022 - 13:38
L’analisi 49666506826_e0c9a322e9_o.jpg Immagine :NIH Image Gallery / Flickr In Sudafrica si stanno analizzando i nuovi lignaggi BA.4 e BA.5 per valutare se sfuggono ai vacciniIn Sudafrica, una rete di ricercatori sta analizzando i nuovi lignaggi BA.4 e BA.5 per valutare se sfuggono ai vaccini. Il dato certo è che, nonostante si diffondano velocemente, non sono aumentati i ricoveri.

BA4 e BA5 sono le nuove sottovarianti di Omicron che stanno guadagnando terreno in Sud Africa. E che non possono sfuggire al monitoraggio dato che da quelle parti è attivo uno dei centri di sorveglianza genomica più efficaci al mondo. Si tratta del Centre for Epidemic Response and Innovation dell’Università di Stellenbosch diretto da Tulio de Oliveira, uno dei primi scienziati ad avere individuato la variante Omicron nel novembre del 2021. Per ora, rassicura Oliveira intervistato da Nature, nonostante la loro rapida diffusione in Sudafrica le due nuove sottovarianti non hanno provocato un aumento dei ricoveri. 

Tanto che lo stesso de Oliveira insieme a un comitato di circa 200 ricercatori ha suggerito al governo di non introdurre misure di contenimento della pandemia più rigide rispetto a quelle già presenti nel Paese. 

La gravità della malattia e il conseguente aumento dei ricoveri è uno dei parametri chiave per valutare la pericolosità di una nuova variante. L’altro è la capacità di eludere i vaccini. La combinazione delle due caratteristiche fa salire il livello di allarme. 

Lo scorso 1° aprile Eduan Wilkinson, un bioinformatico del team di de Oliveira a Stellenbosch, aveva notato che i ricercatori del laboratorio dell'Istituto nazionale per le malattie trasmissibili di Johannesburg avevano segnalato diverse sequenze genomiche anomale di SARS-CoV-2 nel loro ultimo set di dati. Quelle sequenze presentavano alcune notevoli mutazioni nella regione di SARS-CoV-2 che codifica per la proteina spike, la chiave di accesso del virus alle cellule. E quando le mutazioni riguardano la proteina spike, la preoccupazione sale.

Wilkinson si è così messo in cerca di quel tipo specifico di mutazioni in tutti i genomi sequenziati nel Paese negli ultimi mesi per vedere se per caso nuove varianti fossero passate inosservate. Dall’analisi retrospettiva è emerso che nel mese precedente, durante la prima settimana di marzo, le sequenze BA.4 e BA.5 comprendevano circa il 5 per cento dei circa 500 genomi sequenziati in Sud Africa. Ma entro la prima settimana di aprile, la quota era salita al 50 per cento. Le nuove versioni del virus sono state così riconosciute come lignaggi separati sull'albero genealogico di Omicron e sono state nominate cone BA.4 e BA.5. Da allora il loro ingresso sulla scena della pandemia è ufficiale. Le nuove sottovarianti sono state segnalate, in piccole quantità, anche in altri Paesi, come Botswana, Belgio, Danimarca e Regno Unito, Cina, Francia, Germania e Portogallo. Ciò che ha colpito i biologi è che BA4 e BA5 hanno una mutazione di amminoacidi chiamata  F486V che si trova sulla proteina spike del virus vicino al punto in cui la proteina si lega al recettore ACE2 sulle cellule.  Un dettaglio rilevante dato che gli anticorpi generati sia dall’infezione che dai vaccini neutralizzano il virus prendendo di mira proprio quel punto. Negli esperimenti di laboratorio sugli anticorpi monoclonali 

condotti l’anno scorso alla Icahn School of Medicine del Mount Sinai a New York solamente la versione della proteina spike con una mutazione quasi identica a F486V era sfuggita agli anticorpi. All’epoca però, i ricercatori non si erano preoccupati del risultato dato che la mutazione era incredibilmente rara, con solo 50 campioni dei quasi 10 milioni di sequenze SARS-CoV-2 caricate sulla piattaforma GISAID che contenevano la mutazione.  Ora però lo scenario è cambiato e le mutazioni di BA4 e BA5 sono più diffuse e possono mettere a rischio l’efficacia delle terapie con i monoclonali. Ancora non è chiaro se le due sottovarianti siano in anche in grado di sfuggire ai vaccini o di ridurne la capacità di protezione. 

Dal centro di monitoraggio del Sud Africa sono partiti campioni di BA4 e BA5 verso laboratori di tutto il mondo dove verranno condotti test per osservare la risposta degli anticorpi alle infezioni causate dalle due sottovarianti di Omicron. 

Gli scienziati non possono fare altro che “navigare a vista” intercettando appena possibile le nuove varianti, ma non possono fare previsioni su come andranno le cose in futuro. Non è detto che sia in corso una tendenza di indebolimento del virus. Oltre ad acquisire le mutazioni “classiche”, SARS-CoV-2 può evolversi rapidamente attraverso il meccanismo della ricombinazione, inserendo un pezzo di una sequenza da una variante nel genoma di un'altra. Se una variante di Omicron si ricombina con una diversa variante SARS-CoV-2, potrebbe produrre un virus che elude l'immunità e rendere la malattia più grave.

«Sarebbe fantastico se queste nuove varianti facessero parte di una tendenza secondo la quale il virus sta diventando sempre più mite, ma non c'è motivo biologico per credere che sarà sempre così», ha dichiarato a Nature Wendy Barclay, virologo dell’Imperial College London.

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USA: mai così tanti gli adolescenti morti per overdose

HealthDesk - Mar, 04/19/2022 - 13:12
L’allarme Pills_(5748419806).jpg Immagine: Jamie from Birmingham, AL, USA, CC BY 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/2.0>, via Wikimedia Commons Colpa delle sostanze contraffatte con fentanilNel 2020 il numero dei morti per overdose tra i ragazzi è raddoppiato rispetto alla media annua del decennio precedente. Ed è aumentato ancora del 20% nel 2021. Eppure il consumo di droghe in questa fascia di età è ai minimi storici. Il problema è che le sostanze sono più pericolose, non più usate

Così tanti morti per overdose tra gli adolescenti negli Stati Uniti non c’erano mai stati. Nel nel 2020, il primo anno della pandemia, il numero di decessi causati da un sovradosaggio di sostanze stupefacenti tra i teenager è raddoppiato rispetto alla media annua registrata nell’ultimo decennio ed è aumentato di un altro 20 per cento nella prima metà del 2021. 

Il dato non può essere spiegato con un aumento del consumo, visto che negli Stati Uniti nella fascia di età 14-18 l’uso di droghe è ai minimi storici. 

«L’uso di droghe sta diventando più pericoloso, non più comune», ha chiarito Joseph Friedman, esperto di dipendenze della University of California, Los Angeles Health Sciences, a capo dello studio. 

Secondo i ricercatori a mettere a rischio la vita dei ragazzi negli ultimi due anni sono state soprattutto le pillole contraffatte a base di fentanil, un analgesico narcotico, circa 80 volte più potente della morfina, sempre più diffuse tra i giovani. 

Anche le versioni false di farmaci da prescrizione come Xanax, Percocet  (combinazione ossicodone/paracetamolo) e Vicodin, hanno contribuito all'aumento dei decessi per overdose. 

Lo studio, pubblicato su Jama, si basa sui dati del CDC WONDER (Centers for Disease Control and Prevention Wide-Ranging Online Data for Epidemiologic Research), il database che registra i decessi per overdose tra i ragazzi di 14-18 anni. I ricercatori sono risaliti al tasso di mortalità annuale nel periodo tra il 2010 e il 2021. 

Nel 2010 ci sono stati 518 decessi tra gli adolescenti, pari a 2,4 per 100mila, negli anni successivi fino al 2019 l’andamento è stato costante con circa 492 decessi all’anno (2,36 per 100.000). Con la pandemia c’è stato un aumento esponenziale delle morti per overdose nei teenager: 954 decessi (4,57 per 100.000) nel 2020 che sono saliti a 1.146  (5,49 per 100.000) all'inizio del 2021.

«È necessario urgentemente informare gli adolescenti di questo pericolo crescente. Bisogna diffondere nelle scuole informazioni accurate sul rischio delle droghe. Gli adolescenti devono sapere che le pillole e le sostanze in polvere rappresentano il rischio più elevato di sovradosaggio, poiché è più probabile che contengano fentanil illeciti. Pillole e polveri possono essere testate per la presenza di fentanil utilizzando strisce reattive, che stanno diventando sempre più ampiamente disponibili. Inoltre, nelle scuole e nei luoghi frequentati dagli adolescenti bisogna facilitare l’accesso al naloxone, che può invertire l’overdose», ha dichiarato Friedman. 

Lo studio non ha potuto stabilire l’impatto sui decessi per overdose dell'ideazione suicidaria, dell'isolamento sociale e di altri fattori esclusivi della pandemia.

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